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Grillo

SÌ DALLA RETE CON IL 91,7%. MA GLI ELETTI SI ARRABBIANO. PERICOLO SCISSIONE.

Ieri, ore 10:50: il Movimento che era diverso non lo è più. E l’uno vale uno finisce in soffitta. Il Caro leader Beppe Grillo è “un po’ stanchino”. E fa un passo indietro, anzi di lato. Cala dal blog un direttorio di cinque deputati, “perché io e il camper non bastiamo più”, e il web batte le mani con il 91,7 per cento. Ma i Cinque Stelle esplodono come una mina, in mille frammenti. I dissidenti contrari (ma pure divisi), i falchi furibondi che minacciano l’addio, quelli fedeli alla linea sempre e comunque, i tanti moderati che non ci capiscono più nulla: storditi. E in serata c’è una rovente assemblea dei deputati. Sullo sfondo, la scissione che si fa concreta. Perché Grillo e Casaleggio non vogliono fermarla. Quasi ci sperano, per chiuderla una volta per tutte con i dissidenti. E con l’eterno nemico Pizzarotti: indeciso se andare allo scontro finale.   Continua a leggere »

Il direttorioA MARINA DI BIBBONA IL PASSAGGIO DI TESTIMONE SI È ACCELERATO “NON È GIUSTO METTERE LA FACCIA OVUNQUE, NON HO POTUTO FARE CAMPAGNA ELETTORALE IN EMILIA ROMAGNA PER VIA DEGLI INDAGATI”.

Sul blog dice di essere stanchino, in privato spiega che l’umore rasenta “la peggiore delle incazzature”. La decisione, quella di fare un passo indietro e lasciare a una sorta di cinque saggi la gestione, l’ha presa lui nella notte. Da solo. Ma ha scritto un post che era pronto da tempo, concordato con gli amici, i fedelissimi. “I nomi sono quelli, e sono quelli da mesi. Ho formalizzato l’atto dopo che ho capito il casino”, dice Grillo. “È stata un’accelerazione, ma rientra tutto in un programma a lungo termine. È giusto che sia così, anche per ragioni anagrafiche”. Non solo. Mentre tutti si chiedevano perché Beppe Grillo non fosse andato a Bologna a fare campagna elettorale, salvo l’apparizione in quella che il linguaggio del calcio chiama zona Cesarini, lui spiegava di “non poter mettere la faccia dove poi vengono elette persone finite sul registro degli indagati come tutti gli altri, accusati di peculato”. Continua a leggere »

L’immagine rilanciata dai titoloni dei media sembra l’inizio urticante di un film dove nessuno si salverà. Eccola: in un punto della sterminata periferia romana appaiono cinquecento ragazzi che inalberano cartelli dai caratteri fascisti inneggianti all’italianità offesa e cercano di impedire ai bambini del vicino campo rom di andare a scuola. Nella totale assenza di qualsiasi rappresentante dello Stato, per esempio la polizia.

Poi fioccano le ricostruzioni. I manifestanti di Casa Pound sostengono di essersi limitati a picchettare due istituti superiori, bersaglio nei giorni scorsi di un lancio di pietre da parte dei rom. Continua a leggere »

NEI momenti di scoramento non è una cattiva idea fare un breve ripasso dei pericoli scampati e delle catastrofi superate. Una lettura anche distratta delle cronache processuali baresi, per esempio, ci fa memoria del fatto che stimatissime escort furono a un passo da Strasburgo, e ancora oggi si ritengono rovinate dallo scandalo e dalla maldicenza proprio quando stavano per approdare a quel meritatissimo soglio. Tradizionalmente alle amanti i facoltosi fedifraghi regalavano una profumeria o una bigiotteria, ma nell’Italia appena precedente la nostra giovani signore, purché non accampassero ulteriori pretese, sono state premiate con posti da consigliere regionale in su. Continua a leggere »

evasione-fiscale-lotta-vignettaL’altro ieri, alla Scuola della Guardia di Finanza, Renzi ne ha detta una giusta: “È impressionante il dato di 91 miliardi di evasione fiscale, sei punti di Pil. Noi ce la stiamo mettendo tutta, ma solo con l’adempimento con onore e disciplina di tutti e ciascuno, partendo da chi ha incarichi di governo fino al cittadino comune, riusciremo a cambiare il Paese. Chi sbaglia va stangato senza scappatoie. Ma le norme vanno rese più semplici, la semplicità è presupposto per il contrasto alla criminalità”. Trascuriamo per un attimo il dato sbagliato sull’evasione (che è il doppio di 91 miliardi l’anno), la giaculatoria inascoltabile del “cambiare l’Italia” e la favoletta della semplificazione come antidoto alla criminalità (nessuno diventa mafioso, corrotto, corruttore o evasore perché le leggi sono confuse, ma perché delinquere paga) e concentriamoci sulla parte sana del discorso. Due paroline: “onore” e “disciplina”. Al Giornale di Sallusti si sono bagnati tutti perché han subito pensato al fascismo (“Così parlò il Duce”, “Gli slogan di Matteo, fascista a sua insaputa”) e han tirato in ballo “Mussolini, Starace e Farinacci”. Ci è cascato persino Riccardo Barenghi nella sua “Jena” su La Stampa: “Motti. Il Duce ne ha detti anche di meglio”. Continua a leggere »

Expo Gate
Milano, patteggiano l’ex pci Primo Greganti, il senatore pdl Luigi Grillo e l’ex dc Gianstefano Frigerio ritenuto il “capo” Le pene vanno da due anni e otto mesi a tre anni e quattro mesi. Appalti pilotati anche nella sanità lombarda.
MILANO – Andrà a processo solo Antonio Rognoni, ex direttore generale della società regionale Infrastrutture lombarde. Gli altri sei imputati, accusati di avere dato vita a una “cupola” per pilotare gli appalti di Expo e della sanità lombarda, ieri hanno patteggiato la pena, evitando così di tornare in carcere. Il giudice per l’udienza preliminare Ambrogio Moccia ha accolto le richieste concordate dai difensori con i pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio. Per tutti l’accusa era di associazione a delinquere finalizzata a corruzione, turbativa d’asta e rivelazione del segreto d’ufficio.
La pena più severa – tre anni e quattro mesi di reclusione – è stata inflitta a Gianstefano Frigerio, ex segretario provinciale Dc, individuato nell’inchiesta come «capo» e «promotore» della cupola, che si celava dietro il paravento del centro culturale Tommaso Moro.

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NapolitanoNAPOLITANO SALUTEREBBE IL 15 DICEMBRE, SUPPLENZA ALL’EX MAGISTRATO.

La terra gira. E non puoi scendere quando vuoi”. Ore 15 del pomeriggio, un autorevole senatore della minoranza dem sorride sornione. Chi non può scendere quando vuole è Matteo Renzi. Perché dopo l’incontro al Quirinale di mercoledì, una cosa è chiarissima: Giorgio Napolitano si dimette e prima la legislatura non la scioglie. Non che le intenzioni del capo dello Stato non fossero già queste e non fossero note: però il premier si sta rendendo conto, giorno dopo giorno, che è irremovibile. A questo punto, c’è solo il balletto delle date. Tra le voci incontrollate girate in questi giorni, c’era pure quella che voleva il capo dello Stato in uscita il 15 dicembre, il giorno del discorso alle forze armate.   DAL COLLE smentiscono categoricamente: non lo farebbe mai, tre giorni prima del discorso di Renzi di fine del semestre europeo. E però, in fondo, è un dettaglio: perché sia prima di Natale, in occasione del saluto alle autorità, o il 31 dicembre non cambia molto. Questa la data che sembra ormai quasi certa: nel discorso di fine anno, Napolitano annuncerà l’addio epoi materialmente si dimetterà entro i 15 giorni successivi. Continua a leggere »

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