Ai pianisti d’Italia è concesso come bis i Funerailles di Ferenc Liszt. Dai titani come l’Ente Teatrale Italiano e il giovane Napoli Teatro Festival, fino ai piccoli e piccolissimi, come Suoni e Visioni di Milano, rassegna per ora sospesa: la grande moria non risparmia nessuno. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Nord, Centro e Sud sembrano darsi la mano in questo piccolo monumento ai caduti della cultura, e tra i tanti simboli fa impressione la presenza della Biblioteca di Storia Patria, che ha dovuto sospendere le attività.
Lo dedichiamo soprattutto ai tanti militi ignoti che non abbiamo segnalato: questa è solo una parziale lista di quello che non c’è più. La soppressione delle iniziative di Emma Dante, Nino D’Angelo, Ascanio Celestini e Gigi Proietti, protagonisti della scena tra loro diversissimi e tutti però molto amati dal pubblico, è lì a dimostrare che la piccola Shoah culturale italiana travolge tutto. Ma quello che abbiamo perso negli ultimi anni è molto di più, spiega Pietro Longhi dell’Agis: «Gli spettacoli si fanno più semplici, rozzi, senza scenografie, senza luci, pochi gli attori e non sempre professionisti, si preferisce la forma monologo». E, aggiungiamo, sempre meno idee.
PRECARI
Ai pianisti d’Italia è concesso come bis Les adieux di Ludwig van Beethoven. Da qualche tempo nelle nostre istituzioni e associazioni culturali si celebra un macabro rituale: di fronte ai ripetuti tagli tutti i contratti cosiddetti internali – a tempo determinato, a progetto o collaborazioni di vario genere – sono stati lasciati morire. Da una parte una intera generazione di giovani, spesso laureati e con specializzazione, si troverà non solo senza lavoro, ma con il percorso che li avrebbe dovuti portare a contratti più stabili brutalmente interrotto. Dall’altra invece tutta una serie di professionisti che erano impiegati su mansioni specifiche – fotografi, datori luce, grafici, strumentisti, costumisti e così via -, non vedranno rinnovarsi le loro collaborazioni. Uno di loro spiega: «Il segno dei tempi è il cellulare: non squilla più». Anche loro questi sono i caduti della cultura, che fino a oggi hanno lavorato per i musei, le gallerie, gli archivi, il cinema, le stagioni teatrali, musicali e della danza. Senza considerare i tecnici, i restauratori, gli architetti impegnati nella tutela dei beni archeologici e architettonici. Per tutti loro una nazione che si vanta di essere la culla della cultura europea e mondiale non riserva neppure uno straccio di ammortizzatori sociali. Non ci sono neanche per attori, coreografi registi, danzatori, scenografi, musicisti che hanno fatto della libera professione la loro vita. In altri paesi del mondo, con tradizioni e patrimoni ben inferiori del nostro, i lavoratori della cultura, soprattutto nello spettacolo, godono di protezione sociale proprio perché si tratta di una occupazione spesso stagionale e comunque di natura intermittente.
REGIONI ED ENTI LOCALI
Mentre a Montecitorio sventolano le bandiere della Lega per la recente approvazione dei decreti sul federalismo, Regioni ed Enti locali – province e comuni – si trovano ad affrontare pesanti tagli sulla spesa corrente e dunque anche alla cultura. Ma, è bene ricordarlo, in una situazione così difficile non sempre le amministrazioni locali si sono mostrate all’altezza: esemplare quanto è successo al Napoli Teatro Festival, abbattuto quasi per ripicca dall’assessore alla giunta regionale campana che aveva cambiato di segno. Ma stupisce anche la chiusura dell’Orchestra di Roma e del Lazio, unica istituzione musicale che faceva attività in regione, lasciata deperire e morire negli ultimi tre anni. E sempre nel Lazio la giunta di Renata Polverini taglia i fondi ai festival e alle officine culturali, di teatro sociale e di coreografia, per spendere immaginate un po’ in cosa? In sfilate di moda. La regione Abruzzo ha azzerato i contributi alle iniziative culturali medio-piccole e, per esempio, un comune come Terni a tutte le attività culturali. Propense agli eventi, spesso autocelebrativi, demagogici e con fini clientelari – si pensi al Carnevale romano della giunta Alemanno con una spesa di un milione di euro ad affidamento diretto senza bandi di concorso -, le amministrazioni locali sono spesso complici del disfacimento culturale.
AGGRAPPATI ALLA VITA
Ai pianisti d’Italia è concesso come bis una gran variazione sull’aria Mi lagnerò tacendo di Gioachino Rossini. Restare vivi, mentre ti tolgono lentamente l’ossigeno: lo facessero alle rane interverrebbe la protezione animali. Succede invece alle nostre istituzioni culturali: accanto ai resti della Schola Armaturarum, alle ruspe che aggrediscono Tuvixeddu, al Borgo Leri Cavour, ci sono musei, archivi, istituti di cultura, mostre, gallerie, biblioteche che restano attaccati alla vita. Continuano tra mille difficoltà la loro missione perché sanno che fermarsi ora vorrebbe dire chiudere per sempre, e abbandonare i loro patrimoni materiali e professionali al degrado, all’incuria, alla dispersione.È emblematica la situazione della Nazionale di Firenze, una delle più importanti biblioteche non solo d’Italia, ma del mondo, che azzoppata dai tagli apre solo per mezza giornata. Oltre all’orario e al personale in molte altre istituzioni si riducono le attività, non si fanno più servizi per le scuole né per i giovani e gli anziani. Poi arriverà qualche sapientone che dirà: «Sono enti inutili!». Li stanno rendendo inutili. E allora questo monumento è dedicato anche a loro, perché continuino a vivere e far vivere la cultura nel nostro paese, che forse non se li merita.
DEL DOMAN NON V’È CERTEZZA
Il 2011 andrà molto peggio: la fine è decretata dalle politiche di tagli agli investimenti del governo Berlusconi, articolate da Tremonti con il beneplacito del ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi che, ai numerosi crolli di Pompei vuole affiancare una generale slavina, mentre scappa alla chetichella con pluriannunciate dimissioni, non ancora concretizzatesi. Consideriamo solo che il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali nel 2007 assorbiva il lo 0,29 % del bilancio dello stato: una cifra irrisoria rispetto al resto d’Europa. Bene nel 2011 questa quota è crollata allo 0,16.
Nel 1968 dopo una lunga discussione, il parlamento con la legge 800 puntava a una distribuzione capillare delle attività culturali sul territorio che affiancasse la tutela dei beni culturali: oggi assistiamo a un processo inverso. Un’offerta di modestissimo profilo punteggiata forse da qualche evento, ma è solo una ipotesi, resisterà nelle grandi città, ma la desertificazione culturale è già in stato avanzato nei piccoli e medi centri, soprattutto al Sud. Una scelta di portata terribile, che il centrodestra si è arrogato senza alcuna discussione in Parlamento e quindi in maniera assai discutibile. Chi li fermerà?










