Nati e cresciuti qui da genitori immigrati, a 18 anni perdono la cittadinanza: le loro storie in un film 20 mila come fantasmi. È il numero dei giovani nati in Italia da genitori stranieri che negli ultimi 18 mesi sono diventati maggiorenni: cittadini italiani fino al giorno prima, ora sono costretti a chiedere in questura il permesso di soggiorno per non essere clandestini.
Un bambino (o una bambina) può nascere in Italia, andare all’asilo e poi a scuola in Italia, diciamo fino alla quinta superiore, ma non per questo potrà necessariamente dirsi italiano: sì, perché al compimento della maggiore età il figlio di due stranieri privi di cittadinanza si ritroverà in un’anagrafica terra di nessuno, dato che da noi si diventa cittadini a patto che lo sia almeno uno dei genitori, o che si rispetti una normativa contorta.
Una condizione in cui vivono quasi 20mila ragazzi che sono diventati maggiorenni fra il 2010 e il 2011 nel nostro Paese, tutti venuti alla luce lungo lo Stivale o giunti qui a pochi anni d’età, e tutti rigorosamente orfani di cittadinanza. Parla di loro il documentario «18 ius soli», realizzato da un regista nato a Bologna 40 anni fa da padre ghanese e madre italiana: Fred Kudjo Kuwornu, già aiuto di Spike Lee nel film «Miracolo a Sant’Anna», ha raccontato le storie di quindici giovanissimi costretti, loro malgrado, a fare il permesso di soggiorno nonostante siano italiani a tutti gli effetti.
Basta scorrere il curriculum di alcuni degli intervistati, come la ventenne Heena, nata a Reggio Emilia da genitori indiani, studentessa di Giurisprudenza e mediatrice culturale. O di Valentino, romano di origini nigeriane, studente di Biotecnologia e artista hip-hop. Oppure di Anastasio, parmigiano di nascita ma con padre e madre delle Mauritius, di professione cuoco, nel tempo libero volontario alla Croce Rossa. O vogliamo parlare di Angela, 23 anni, nata a Rimini ma dagli occhi a mandorla dal taglio inconfondibilmente cinese, studentessa di Economia e commercio?
A guardarli e ad ascoltarli nel documentario – che oggi sarà presentato in anteprima nazionale alla fiera Cittadini del Mondo di Reggio Emilia e che, per iniziativa della Regione Emilia Romagna, sarà proiettato in tutte le scuole superiori – c’è da chiedersi dove stia la differenza fra questi ragazzi e i loro coetanei italiani a tutti gli effetti, colore della pelle e lineamenti a parte.
Il fatto è che in Italia vige il criterio dello Ius sanguinis, il diritto di sangue, ragion per cui il titolo del film è «18 ius soli», in segno di auspicio perché la legislazione cambi tenendo conto della terra in cui si vive, mettendo così fine a un controsenso dai risvolti discriminatori. Nel documentario c’è anche la testimonianza del presidente della Camera Gianfranco Fini.
L’autore del film ricorda come, a complicare la vita dei figli degli immigrati, ci sia una burocrazia rugginosa: «Ci sono i ragazzi nati in Italia, che quando compiono 18 anni hanno un anno di tempo per presentare domanda e che devono dimostrare di aver vissuto ininterrottamente in Italia per un decennio. E poi c’è la casistica più numerosa, cioè quelli arrivati in Italia da piccoli, che a 18 anni possono fare domanda ma ai quali lo Stato non è tenuto a dare la cittadinanza, perché è un atto discrezionale. C’è anche un problema d’informazione, pochi conoscono le regole».
Prima della maggiore età ci sono difficoltà ad espatriare, anche solo per andare in gita scolastica all’estero, perché serve il permesso del consolato. Dopo i 18 anni poi bisogna trovare subito un lavoro, oppure non sgarrare negli studi, altrimenti il permesso di soggiorno non viene rinnovato e ci si trasforma in clandestini a rischio espulsione. Fra i casi estremi, quello di Anastasio, nato a Parma 21 anni fa: «E’ stato clandestino per sei mesi perché, per un errore dell’ufficio anagrafe in occasione di un trasloco della famiglia, il periodo di dieci anni necessario per la cittadinanza si è interrotto per un mese, e così ha dovuto ricominciare da capo. A lui sarebbe piaciuto fare il soldato, invece non ha potuto perché non ha ancora la cittadinanza. Ed è una persona ottima: quando c’è stato il terremoto all’Aquila è andato per un mese a far volontariato. Eppure incontra mille problemi».
Franco Giubilei da La Stampa del 28 aprile 2011
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