Il 24 novembre del 1967, a Torino, Italo Calvino tenne una conferenza dal titolo «Cibernetica e fantasmi» che è ancora oggi testo cruciale sul nesso tra cultura e informatica. Sei anni prima il poeta Nanni Balestrini aveva elaborato su un terminale Ibm 7070, della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, «Tape Mark», la prima poesia elettronica creata per ascoltare «la voce del computer».L’Italia, ultimo Paese europeo a lasciare l’agricoltura per l’industria, era la prima a riflettere sul futuro della tecnologia, e senza paure: sia Calvino che Balestrini si dicevano persuasi che cultura e computer avrebbero convissuto felicemente, e del resto il personal computer era nato giusto a Ivrea, con lo scienziato italo-cinese della Columbia University Mario Tchou negli Anni 50.
L’idillio si spezza presto, già nel 1978 i terroristi distruggono a mitragliate il centro informatico della Cassa di Risparmio di Calabria in odio al progresso e in meno di due generazioni il nostro Paese si chiude al futuro, ignorando o addirittura disprezzando, le idee nuove del mondo. Finiamo così preda di quel pensiero negativo di cui Mario Calabresi ha dato conto commentando gli scontri di sabato a Roma, né purtroppo la paura del futuro è ristretta alle culture estremiste: anche il miracolo economico del Nord-Est ha sottovalutato la tecnologia, spesso usando per i bilanci le vecchie calcolatrici. Ancora oggi le nostre piccole e medie imprese non sfruttano i social network per conquistare il mercato globale. Un terzo delle Pmi fa leva sul mondo per resistere alla crisi, due terzi ne hanno paura, nostalgici dell’economia protetta, come l’ex imprenditore e ora scrittore Nesi. Il governo Berlusconi, intriso della cultura old media della televisione, lesina gli 800 milioni per la banda larga e siamo ultimi in Europa per accesso a Internet, illudendoci di sostituire computer e tablet con due cellulari in tasca.
Alla fine questa sarà la più feroce critica che la storia farà al ventennio di governo del centro-destra di Silvio Berlusconi, non avere ammodernato il Paese portandolo nel XXI secolo, come promesso alla coalizione elettorale vasta del 1994. C’è chi (e non sono pochi né poco influenti) si accontenta di mettere sul conto del governo il ritardo culturale del Paese e implicare che, una volta uscito di scena Berlusconi, entreremo nell’Olimpo futuro. Non sarà così ovviamente, perché con il premier non scompariranno i suoi elettori (ancora oggi tra Pdl e Lega la coalizione vanta nei sondaggi un terzo degli italiani), così come – e anche allora tanti si illusero – con la scomparsa di Dc, Psi, Pli, Psdi, ai tempi di Mani Pulite non si dileguarono consenso e culture di quell’area politica. Anche il centro-sinistra, e le sue migliori personalità lo sanno, ha urgente bisogno di un ricambio di idee e progetti, ancor prima che di leader. E’ quindi importante per la classe dirigente importare in Italia il dibattito delle democrazie sviluppate, per esorcizzare il male del passato con il bene del futuro. Radice del mutamento, alla base di ogni protesta contro la crisi, è la trasformazione in corso nell’economia. Il ‘900 ha visto la popolazione lasciare i campi e l’agricoltura per le città e l’industria, ora la manifattura non basta a creare piena occupazione. Il lavoro nasce dall’innesto tra produzione, servizi e sapere e sarebbe bene che intorno a questo nodo vertesse il dibattito in Confindustria per la successione a Emma Marcegaglia. Parlando al saggista Tom Friedman, il sindaco democratico di Chicago Rahm Emanuel lamenta che il nostro anno scolastico è ancora basato sui ritmi agricoli, semina e raccolto, e dal calendario deriva la struttura delle idee, nei budget i professori e i burocrati vengono prima degli studenti. Emanuel detta l’agenda politica futura, che prende idee dalla sinistra di Occupy Wall Street come dalla destra Tea Party: «Investire in educazione e infrastrutture per generare crescita, tagliare gli sprechi nella spesa pubblica, non aumentare le tasse». Oggi le aziende che creano lavoro, conclude il sindaco, non trovano nelle scuole diplomati con la giusta formazione. Perché la scuola legata al mondo agricolo-industriale ignora i nostri tempi.
Bill Gates, il fondatore di Microsoft, ha dichiarato a un dibattito del Ted, seminario di ricerca sulle idee del futuro, che il dilemma energetico, petrolio, sviluppo, ambiente, ha come unica soluzione «un miracolo tecnologico». La rivoluzione industriale nacque da vapore e carbone, anche la rivoluzione postindustriale ha bisogno di una sua leva, «miracolo», dice Gates. John Seely Brown e John Hagel nel saggio «The power of pull» contestano i profeti del declino, Paesi sviluppati senza ceto medio, Paesi emergenti con masse di operai senza futuro. La prima stagione di mercato globale ha creato disagi, fomentando le rivolte ma «il flusso della conoscenza e del mercato che dapprima mette in difficoltà saperi, sicurezze e ricchezza del passato… dà ora accesso a software poco costosi, robots, automazione, mano d’opera e creatività ovunque. Certo per un posto di lavoro occorrono talento e più sapere, ma come le aziende anche gli individui possono accedere all’informazione, perfino seguire un corso all’università di Stanford da un villaggio africano».
Commenta con scettica sagacia l’ex presidente Bill Clinton: «Oggi si creano lavoro e sviluppo con la rete, i network, la cooperazione. Ma i talk show e i demagoghi populisti di tv e web non faranno mai soldi parlando di progetti così semplici, devono far bollire il sangue per vincere le elezioni». Proprio così, l’odio che avvelena il basso impero di Berlusconi nasconde a tanti, non solo ai violenti di Roma, le ragioni del futuro, l’economia come network delle idee, la scuola insieme laboratorio e officina, un mondo di mega corporations e insieme di cittadini manager di se stessi.
Calvino chiude la sua storica conferenza con una nota di ottimismo: cultura e computer ci libereranno perché «una possibilità di fuga esiste… dalla fortezza» del passato e degli errori. Fosse vivo oggi, lo scrittore si stupirebbe di quanto in fretta gli italiani sembrino rassegnarsi alla «fortezza del passato», chiusi alle idee nuove di cui eravamo stati pionieri, intenti solo a insultarci a vicenda.
Da La Stampa del 19/10/2011.
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