Se ci sei, batti un colpo. Correva l’anno 1944, e così titolava (provocatoriamente, e anche coraggiosamente) il suo editoriale un fascista sui generis, il direttore della Stampa Concetto Pettinato. Lo spirito evocato perché finalmente tornasse a manifestarsi era, si capisce, quello del duce. Che in effetti, seppure a qualche mese di distanza, si manifestò a Milano, al teatro Lirico. Fece un discorso importante, riscaldò il cuore intirizzito dei suoi, ebbe un successo imprevisto e imprevedibile. Destinato a durare, però, solo pochi giorni: difendere «con le unghie e con i denti la valle del Po» era impresa patentemente impossibile.
Ogni raffronto tra Silvio Berlusconi e Benito Mussolini, e tra il cosiddetto berlusconismo e il fascismo, non è soltanto fuorviante, ma del tutto insensato. Però ci deve essere un motivo, se i vibranti appelli di questi giorni a Berlusconi perché rompesse gli indugi, si sottraesse alla trappola dell’unità nazionale, e tornasse a vestire subito i panni a lui più congeniali, quelli del combattente, hanno fatto venire in mente (forse non solo a me) il famoso editoriale di Pettinato. Silvio, se ci sei, batti un colpo. Forse in fondo a questo (inascoltato) appello c’è anche qualcosa che ha a che fare con un aspetto non secondario dell’ideologia e persino dell’antropologia italiana. Qualcosa di non digerito, o di non elaborato, che ci portiamo appresso un po’ tutti, se è vero, come è vero, che il fascismo è parte decisiva dell’autobiografia della nazione, ma che a destra, ovviamente, è più forte, come se non ci fosse «svolta» in grado di archiviarlo una volta per tutte. Qualcosa che si manifesta soprattutto nel momento della sconfitta, quando tutto sembra perduto.
Sì, certo, quando Berlusconi nel ’94 vinse per la prima volta le elezioni, il manifesto chiese e ottenne che la celebrazione milanese del 25 aprile si trasformasse in una grande giornata di lotta contro il nuovo Mussolini: diluviava, ma, quanto a partecipazione, quel corteo fu ugualmente un trionfo. Per restare al passato prossimo, è dalle parti della sinistra che nei mesi scorsi ci si arrovellava non su un possibile 25 aprile, ma su un 25 luglio prossimo venturo. Però da quando la Camera, l’8 novembre, ha lasciato Berlusconi senza uno straccio di maggioranza fino alle dimissioni del Cavaliere e oltre, è a destra che, come per un riflesso condizionato, sono tornate in auge categorie a quanto pare immarcescibili, e un lessico antico. «Ci risiamo coi traditori. Dopo quelli storici del 25 luglio, ecco i traditori dell’8 novembre», ha annotato giustamente (Corriere, 10 novembre) Ernesto Galli della Loggia. Traditori che, parola di Francesco Storace, «meriterebbero di essere fucilati alla schiena». Vigliacchi. Badogliani. Cagoia. Politicanti marci dentro che, per panciafichismo e miserabile tornaconto personale hanno violato il patto sacro che li legava al capo. Nonché, naturalmente, venduti allo straniero e alla grande finanza internazionale. Povero Berlusconi. Ha tutti i difetti del mondo, ma per storia, inclinazioni, gusto con questa roba avrebbe, del suo, poco da spartire: in ogni caso, non ha mai avuto l’aria di chi vorrebbe andare in cerca della bella morte, e infatti si è ben guardato dal farlo. Non meriterebbe che lo trascinassero dentro un mondo che non gli appartiene, se non fosse che, sempre quella maledetta sera dell’8 novembre, ci si è infilato da solo, rispondendo alle domande del direttore della Stampa, Mario Calabresi: «Stavo leggendo un libro sulle lettere di Mussolini a Claretta Petacci, lui a un certo punto le dice: “Ma non capisci che io non conto niente, che posso fare solo delle raccomandazioni”»? Certo, si riferiva alla pochezza dei poteri di cui, secondo lui, dispone, nonostante sia un uomo del fare, il presidente del Consiglio. Peccato che, pescando nelle sue letture, abbia scelto proprio quella. E peccato pure che, sul momento, non gli sia nemmeno passato per la testa di non poter nemmeno invocare come alibi, a differenza del duce, né l’invadenza del valoroso alleato germanico né le beghe del fascismo di Salò.
Non c’è troppo da sorprendersi, dunque, se a Ben e a Claretta, immedesimandosi nella seconda, abbia pensato anche la giovane deputata del Pdl Barbara Mannucci. Che però, quanto a «onore e fedeltà», ha subito dovuto vedersela con la collega Alessandra Mussolini: niente Claretta, il modello italianissimo di fedeltà al capo è e resta nonna Rachele. E non c’è troppo da sorprendersi nemmeno se Franco Frattini si è lasciato sfuggire una battutaccia su «questi fascisti», avendosene in cambio un ringhio di Ignazio La Russa sul suo passato di «militante del manifesto». La Seconda Repubblica, priva com’è di un mito fondativo e di una storia, muore così, non solo di spread. A vederle da vicino, in tempo reale, le sue crisi convulsive, ritorni di fiamma compresi, possono sembrare anche ridicole. Ma rischiano di gettare un’ombra sinistra sul futuro.
Da Il Corriere della Sera del 14/11/2011.
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