I LUOGHI DI CULTO BENEFICIANO DI UN ACCORDO CON LO STATO. TRANNE I MUSULMANI PER LE MOSCHEE.
I sindacati. Ma anche i partiti politici. E le ambasciate, i consolati. E poi i cinema, i teatri, le camere di commercio. Le altre “chiese”, quella Valdese, quella Evangelica, la Luterana, l’Ebraica e persino l’Assemblea di Dio. La moschea invece no. Quella paga. Perché i musulmani non hanno firmato alcuna convenzione con lo Stato e, dunque, mettono mano al portafoglio. Scorrendo l’ultimo decreto legislativo che nel 2008 rivide l’elenco delle esenzioni dall’Ici, si scopre, con un certo raccapriccio, che la Chiesa rappresenta solo una parte (non piccola) del mare magnum di “renitenti all’Ici”. Ora, non si sa ancora come l’Imu uscirà modificato dalla commissione Bilancio della Camera e se davvero ci sarà – come s’immagina – una revisione della casta degli esenti. Ma di sicuro, vista l’aria che tira, non sarà più così semplice giustificare davanti all’opinione pubblica, la permanenza di privilegi che in tempo di crisi nera non possono più sussistere con tale, magnanime, serenità .
A tutt’oggi, l’Imposta comunale sugli immobili – una delle tasse più odiate dai cittadini, che Berlusconi ha abbonato solo alle prime case mettendo in grande difficoltà le casse dei Comuni – non viene applicata per molte categorie di immobili pubblici e privati. Sono infatti esonerati i terreni agricoli che ricadono in aree montane e collinari se utilizzati per interventi volti al riordino agrario e fondiario. E subito dopo gli enti “non commerciali o che svolgano attività non esclusivamente di carattere commerciale”. E si scopre così che esenti Ici sono, ad esempio, tutti quegli edifici di proprietà di Stati esteri e di organizzazioni internazionali (le ambasciate, i consolati, la Fao); le Fondazioni culturali e liriche, le Camere di commercio, e anche ospedali, università, scuole. La norma è piuttosto chiara, anche se si presta a interpretazioni diverse a seconda degli ambiti di applicazione. I musei, per esempio, non sono tenuti al pagamento dell’Ici a patto però che non vi si svolgano attività di natura commerciale come book shop, vendita di oggettistica, caffetterie o ristorazione. Oppure i cinema, ma non le classiche multi-sale. Piuttosto le sale cinematografiche della comunità ecclesiale o religiosa, i cinema d’essai e simili. E per i teatri l’esenzione viene riservata a chi si avvale di compagnie non professionali. Ma, soprattutto, i sindacati. Cgil, Cisl e Uil, solo per citare la “triplice” maggioritaria, sono proprietari di centinaia di immobili (ciascuno) in giro per l’Italia che non sempre sono in uso alle sezioni, ma come per la Chiesa cattolica, sono affittati a esercizi commerciali, banche, imprese private. E siccome i sindacati sono “enti riconosciuti senza fini di lucro” (quindi non hanno l’obbligo di presentare neppure un bilancio) è praticamente impossibile per il catasto censire le reali proprietà da sottoporre a tassazione. Insomma, per niente facile anche cambiare registro.
C’è poi un altro aspetto della norma, quello che rende esenti dall’Ici tutti quegli edifici pubblici destinati a compiti istituzionali posseduti dallo Stato, da enti territoriali come Regioni, Comuni, consorzi tra enti pubblici, comunità montane, unità sanitarie locali. E ancora le Università e gli enti di ricerca, le aziende pubbliche di servizi alla persona (ex Ipab). E siamo in una sfera pubblica. Ma c’è anche quella privata. E qui scattano le fondazioni, comitati dediti ad attività socialmente utili; organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, associazioni di promozione sociale, sportive dilettantistiche e le fondazioni risultanti dalla trasformazione di enti autonomi lirici e delle istituzioni concertistiche assimilate. Ultima perla della normativa: a non pagare l’Ici sono anche i separati e i divorziati che abitano nella ex casa coniugale e che, ovviamente, non risultano assegnatari dell’abitazione. Insomma, gira che ti rigira, si fa prima a dire chi lo paga che chi ha il privilegio dell’esenzione. Ma stavolta, con la crisi che morde, il governo dovrà prendersi la responsabilità di cambiare registro. Almeno su questo.
Da Il Fatto Quotidiano del 10/12/2011.
diksa53a.blogspot.com
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Se si fà pagare l’ICI a chi fà servizi di vario genere o culturali,compresi quelli religiosi, si mette in crisi l’aspetto della società che la rende civile.Sarebbe un autogol perchè dovrebbe poi provvedere lo stato ad aiutare molti enti che riescono ad esistere per merito di tanti volontari che agiscono solo per il piacere di rendersi utili. Stiamo quindi attenti a non creare un rimedio peggiore del male.Esistono altre strade per rimpinguare senza rischi le casse dello stato.L’attuale governo,proprio perchè di tecnici è certacercaremente in grado di trovarle,purchè abbia il coraggio di cercare nella sfera di sociètà dove agiscono persone che contano.Potrà così dimostrare di essere superiore ai passati governi,forti con i deboli e deboli con i forti.
Hai appena scritto una grande idiozia, se non menzogna:
se tutti (dovremmo essere) siamo uguali, come deve essere uguale il rispetto dei diritti, uguale la sottomissione alle leggi e all’autorità, ecc. ecc. allora parimenti uguale diventa l’accettazione delle regole comuni imposte…
Altrimenti, anche per logica, si creano disparità e differenze che prima o poi creano un malcontento giustificato, fino alla resa dei conti.
Il collante della società è proprio il senso dell’appartenenza e della condivisione dei sacrifici: senza questo non regge nulla…
In periodo di crisi, poi, tutti e proprio tutti dovrebbe dare senza remore il loro contributo: dallo zingaro al baraccato, dall’abusivo al possidente, dal prete all’Imam, dal diplomatico al politico, dal militare al libero professionista, dallo straniero al turista!!!
Aldo con servizi di vario genere lo stato intende:
sindacati e associazioni bancarie giusto per citare 2 finte organizzazioni no-profit