Nella parentesi tecnocratica in cui è racchiusa la democrazia italiana, il Quirinale è il termometro che misura la temperatura dei rapporti tra un governo “strano” e una maggioranza anomala. L´aspro comunicato di Giorgio Napolitano segnala che la febbre non è mai stata così alta. Liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro sono un banco di prova esiziale. il governo di “impegno nazionale” si gioca, se non la sua sopravvivenza politica, la sua speranza riformatrice. Per Monti sono i giorni più difficili. Lui stesso ne è ben consapevole. Sulle liberalizzazioni, a dispetto delle promesse della vigilia, il premier deve evitare un indecoroso passo indietro. Iniziato in Commissione con i 2.400 emendamenti, l´assalto alla diligenza delle solite lobby si è perfezionato in queste ore. Vedremo l´esito della trattativa in corso al Senato, ma per ora rischiano di averla vinta, ancora una volta, le tante “gilde” piccole e grandi che monopolizzano l´economia e paralizzano la società. È vero che con più taxi e più farmacie l´Italia non risolve i suoi problemi di bassa crescita e di scarsa competitività. Ma è chiara a tutti la portata simbolica di queste battaglie di modernizzazione. Se perdi anche queste, non vai lontano.
Sul mercato del lavoro, al di là dei buoni propositi, il premier deve evitare un pericoloso passo falso. Tra parole al vento dei ministri, provocazioni insensate degli industriali e reazioni adirate dei sindacati, il negoziato sfugge di mano. Si perdono di vista l´obiettivo finale (l´aumento della buona occupazione e della produttività del lavoro) e la “merce di scambio” (un Welfare più equo e inclusivo). C´è un problema di linguaggio: non si può evocare la “monotonia” del posto fisso, quando un giovane su tre non ha neanche quello mobile. C´è un problema di messaggio: non si può evocare il valore della “coesione”, e poi ripetere ogni giorno che «il governo andrà avanti anche senza l´accordo delle parti sociali».
Sono i deficit culturali tipici delle tecnocrazie d´élite. Per questo servirebbe la politica. Ma ora proprio la politica, già delegittimata di suo, dà il peggio di sé. Manca la politica nel Pd, dove i tormenti di Bersani sull´articolo 18 nascondono una questione più profonda, che investe il profilo di una sinistra riformista ancora non del tutto compiuta. Manca la politica nel Pdl, dove i ricatti di Berlusconi sulla giustizia e sulla Rai rivelano il cinismo di una destra ormai del tutto destrutturata. La somma di queste tensioni e di queste debolezze si scarica fatalmente sul governo. Così si spiega il rigurgito corporativista che si scatena sul decreto Cresci-Italia, con il governo obbligato a subire i diktat dei Masanielli alla Loreno Bittarelli. Così si spiegano gli incidenti sul decreto Milleproroghe, con il governo che finisce ripetutamente schiacciato nella solita morsa forzaleghista.
L´ira di Napolitano, che ammonisce il Parlamento sull´uso e l´abuso degli emendamenti, precipita in questa confusa emergenza. E va letta con un´ottica non congiunturale ma strutturale. Il Capo dello Stato indica un caso specifico. Ma sarebbe sbagliato non vedere che il suo intervento, per la sua forza cogente, si estende ben oltre l´orizzonte del Milleproroghe. In quel comunicato c´è un messaggio implicito ai partiti, che oggi riguarda anche le liberalizzazioni, e domani anche la riforma del mercato del lavoro. Per ragioni diverse, centrodestra e centrosinistra, al punto più basso mai registrato nell´indice di fiducia dei cittadini, non sono “autosufficienti”. Sanno benissimo che a questo governo (del Presidente) non c´è alternativa. Dunque è inutile logorarne l´azione. La si può migliorare, ma non sabotare.
Da La Repubblica del 24/02/2012.










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