Gerardo D’Ambrosio, il giudice istruttore che indagò a Milano sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli e sulla “pista nera” per la strage di piazza Fontana, ha letto tutto d’un fiato il nuovo libro di Adriano Sofri. “Questa volta Sofri ha proprio ragione”, dice. Il libro, 132 pagine, s’intitola 43 anni, è disponibile online in rete ed è una dura confutazione delle tesi espresse da Paolo Cucchiarelli nel suo volume Il segreto di piazza Fontana, da cui è “liberamente ispirato” il film Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana. “Ha ragione Sofri”, spiega D’Ambrosio, “perché il libro di Cucchiarelli è pieno di balle enormi, ripropone e cuce insieme elementi e ipotesi che noi avevamo già escluso dopo le nostre indagini: le responsabilità nella strage dell’anarchico Pietro Valpreda, ma anche di Pino Pinelli”. Tesi centrale del libro di Cucchiarelli, la doppia bomba: “Una intenzionata a fare il botto”, sintetizza Sofri, “l’altra a fare morti”. La prima, dimostrativa, messa il 12 dicembre 1969 nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura da Valpreda, la seconda dai fascisti con la copertura dei servizi segreti.
“Il film”, continua Sofri, “avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe innocue, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che raddoppiano bombe fasciste”.
“Ipotesi aberranti”, conferma D’Ambrosio. “Quella di Cucchiarelli è la riproposizione quarant’anni dopo della teoria degli opposti estremismi. Che noi magistrati di Milano non volemmo seguire: e allora ci scipparono l’inchiesta, mandandola più lontano possibile, a Catanzaro”.
“No, non c’era anche una miccia, nella bomba di piazza Fontana. Ma ve lo vedete, l’anarchico con i capelli lunghi che entra in banca e accende la miccia (che fa luce, fumo e puzza) e poi esce tranquillo? C’era un timer, questo sì, uno di quelli che noi scoprimmo comprati personalmente a Bologna dal neonazista Franco Freda. È una falsità assoluta anche la storia dei due taxi. Il secondo di cui parla Cucchiarelli era quello, preso in via Cappuccio, non da un sosia di Valpreda (Claudio Orsi, dice, ma il suo alibi fu verificato!), bensì da una fotomodella ventitreenne, Gunhild Svenning che, come scrive Sofri, andò in banca a cambiare un assegno di 35 mila lire avuto in compenso del suo lavoro. Al tassista Cornelio Rolandi, che aveva trasportato una persona elegante con il cappotto, fu poi fatto riconoscere Valpreda in un confronto all’americana molto discutibile. Il tassista fece pochi metri, da piazza Beccaria a via Santa Tecla. Lì (e non davanti alla banca) aspettò il cliente, che dunque non vide neppure entrare nell’edificio, che era dietro l’angolo. Il tragitto era così breve che certo il trasportato non ebbe il tempo di preparare la bomba: aprire la borsa, estrarre la cassetta metallica, caricare il timer, poi richiudere tutto… ”.
D’Ambrosio continua: “Ma se tutte le bombe erano doppie, avrebbero dovuto esserlo anche le due trovate non esplose nell’agosto 1969 sui treni: per quelle (come per le altre decine scoppiate nei mesi prima di piazza Fontana) sono stati condannati i neri Franco Freda e Giovanni Ventura”.
Anche Pinelli sapeva delle bombe, scrive Cucchiarelli, e ha passato il pomeriggio del 12 dicembre in modi “indicibili”. (“Il film di Giordana se ne guarda”, commenta Sofri, “risparmiandosi così la calunnia postuma”). “Ma è una balla enorme”, insorge D’Ambrosio, che ha processualmente liberato il commissario Luigi Calabresi da ogni responsabilità per la morte dell’anarchico. “Pinelli in questura ha raccontato che cosa ha fatto quel giorno e ha detto la verità. Se ha taciuto di aver incontrato Nino Sottosanti”, spiega D’Ambrosio, “è solo per non indebolire la testimonianza che questi aveva appena fatto in favore di un anarchico. Alla fine, condivido il giudizio di Mario Calabresi, direttore della Stampa”. Il figlio del commissario ha dichiarato che il film lascia i fatti “in una nebulosa oscura. Ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia. Invece la verità storica c’è, eccome. Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiano che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell’Ufficio affari riservati”.
Da Il Fatto Quotidiano del 01/04/2012.













