SI FA fatica a credere che 34 anni dopo, cioè cinque generazioni dopo quella che ha combattuto la battaglia finale e ha portato a casa il risultato, ci sia ancora chi si alza una mattina e senza avere, si vede, altri più diffusi e cogenti problemi da affrontare si chiede: ma non sarà mica troppa per caso tutta questa libertà? Non sarà mica troppa, avrà pensato, tutta questa autonomia, tutta questa fiducia nella capacità di decidere delle donne, che poi magari se ne approfittano e colgono l’occasione per abortire per divertimento, come passatempo, senza nemmeno pensare che c’è in gioco una vita ché si sa che le donne sono tendenzialmente irragionevoli, bisogna spiegar loro tutto, dettare le regole ed educarle come si fa per addomesticare le bestiole? Si fa davvero fatica a concentrarsi oggi – coi terremoti tutto intorno, veri e metaforici, personali e collettivi – sul fatto che ancora ci si debba occupare della legge 194 del 1978, la legge sull’interruzione di gravidanza, perché ogni tanto a qualcuno sembra troppo che una donna possa decidere entro il terzo mese di non avere un figlio se le condizioni fisiche, economiche, sociali o familiari della madre non lo consentono. Ieri di nuovo la Cortecostituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità sollevata da un giudice di Spoleto, come ogni poco ciclicamente accade. Costui, richiesto in quanto giudice dei minori di autorizzare una interruzione volontaria di una ragazza di 16 anni, ha ravvisato nella legge una possibile incompatibilità con “la definizione di tutela dell’embrione umano enunciata dalla corte di giustizia Ue”. Come nella canzone dove muoiono gli uomini e si salvano gli scoiattoli il tema è ancora quello: la tutela di un’ipotesi di vita a spese e a danno della vita in atto. Pazienza per la sorte della donna, tuteliamo l’embrione. Solo un uomo, solo chi non sappia con la sapienza della carne ciò di cui sta parlando può inalberare posizioni così. Ma accade spesso anche questo: che le discussioni teoriche le cui conseguenze pratiche si dispiegano sul corpo delle donne siano portate avanti da chi non sa di cosa parla o non vuole saperlo, ché in fondo sono problemi loro fin dai tempi del “partorirai con dolore” e anche da prima. I medici negli ospedali fanno obiezione di coscienza perché altrimenti si rovinano la carriera, abortire è sempre in fondo una questione privata circondata da un’aura di riprovazione, vergogna e colpa. Sarebbe la stessa, la storia, se a partorire fossero gli uomini? La ragazza di 16 anni che per ragioni molto diverse dalla leggerezza o dall’incoscienza si era rivolta al tribunale dei minori con grande consapevolezza, invece, e andando incontro all’ulteriore calvario dell’esibizione pubblica del proprio caso personale con la conseguenza – vedete – di diventare oggetto di commenti e di dibattiti è venuta al mondo nel 1996. Nipote di nonne che hanno lottato quarant’anni fa perché la condizione fortuita di nascere maschio o femmina non determinasse un destino abitato da diritti disuguali, perché la circostanza di avere un corpo attraverso cui passano altri corpi non fosse sinonimo di sottomissione, di sudditanza, a volte di schiavitù ma solo, piuttosto, una straordinaria fortuna. La corte costituzionale ancora una volta ha respinto il tentativo – la tentazione evidentemente irresistibile – di far fare macchina indietro al tempo. Succede sempre nei momenti di recessione, stagnazione, depressione: si torna indietro a una specie di primordiale nastro di partenza della civiltà, e sono le donne di solito (e i vecchi, e i bambini, e chi ha meno forza fisica) a farne le spese. Dove la storia si misura con la forza dei muscoli le donne soccombono. È dove si calibra sulle capacità e i talenti che più spesso vincono. Ecco una ragione che spiega l’ossessione incessante, l’ansia di governo e di controllo dei corpi femminili. Non l’unica, certo. Molto sottovalutata, però.
Da La Repubblica del 21/06/2012.














grazie di riportare testi che Repubblica offre solo a pagamento.
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Questo è un argomento estremamente difficile e pertanto sarà sempre e per sempre oggetto di discussione.
Quando si parla della conquista dell’aborto, la si avvicina sempre a quella del divorzio, eppure sono due cose su due piani completamente diversi. Il secondo si muove nell’ambito dei diritti civili, il primo dell’etica.
Personalmente vivo una grande contraddizione, la quale non riesco a risolvere, ritenendomi contrario all’aborto, ma anche pensando che lo Stato debba concederlo come possibilità, poiché il suo compito è quello di difendere i suoi cittadini e occuparsi del loro benessere e fin troppe cose capitano in questa società contro le donne.
Però parliamo di etica e allora…
Ciò che però davvero non mi piace è che periodicamente, senza basi, si vada a impugnare la legge per un cavillo stupido e idiota. Ecco. Questo sì. Questo capita quando sono i maschi che si devono confrontare con qualcosa che non capiscono.