In una bozza previsto un premio di governabilità del 10-12%.
ROMA — «Non c’è nulla di segreto, è tutto alla luce del sole in Parlamento: sia la battaglia sulla legge elettorale che quella sulla spending review». Bersani mette le mani avanti. Ma ad agitare i giorni del leader democratico c’è “l’agosto nero” che l’Italia rischia e, prima ancora, la riforma elettorale. Il segretario del Pd ha studiato un paio di mosse per uscire dall’assedio. Un assedio da “deserto dei Tartari” si sta consumando da mesi ormai sulla legge elettorale. Uno stallo senza fine, che però rischia di avere un epilogo peggiore dell’inutile attesa: Pdl-Lega — Udc potrebbero infatti saldarsi in una maggioranza solida su proporzionale e preferenze. E la paura del leader Pd è di restare isolato, fuori dalla partita che, come lui stesso ripete, si gioca a colpi di maggioranza parlamentare. Casini ha preso in mano da qualche giorno il “boccino”: ha sentito Alfano, ha chiamato Bersani. Ha lasciato intendere, il leader centrista, che a questo punto chi ci sta ci sta: il Porcellum potrebbe essere cambiato senza i Democratici, se questi si irrigidiscono sui collegi uninominali. Per questo nell’intervento di ieri in Assemblea il segretario ha chiarito: «Siamo pronti al compromesso ». Si è spinto fino a dire che «si potrebbe immaginare un premio di governabilità alla lista o a liste collegate… «. In pratica, il Pd non si impicca più sul famoso premio di coalizione. Enrico Letta va più in là, e apre alle preferenze sfidando Franceschini e Veltroni, che ne sono acerrimi avversari. C’è una bozza di testo. Forse è un’altra tela di Penelope, forse no. Letta sembra ottimista. Comunque la soluzione trovata per ora prevede un premio di governabilità del 10, massimo 12 per cento. Va a chi arriva primo: sia lista (partito) o coalizione. Ovvio che mettersi insieme conviene per arrivare primi, e garantirsi con il “premietto” una effettiva governabilità. Ma si può anche immaginare che il Pdl (o la sigla che ne prenderà il posto) decida post-urne. Sulle preferenze, anche qui, passi avanti. I Democratici sono divisi. Fioroni lancia tweet, sostenendo di non capire l’ipocrisia di chi vede nelle preferenze il diavolo e però vuole primarie a tutti i livelli. Però la soluzione che si fa avanti è anche qui un mix: capolista bloccati e poi liste brevi e con preferenze. Rosy Bindi pensa che l’ipotesi potrebbe non essere malvagia, a condizione che poi i candidati rendicontino settimanalmente le spese elettorali. Tutto da vedere. Una cosa però è certa, e Bersani lo sa: «Non possiamo stare fermi, il cerino dello stallo sul Porcellum non possiamo prendercelo noi». Neppure sulla spending review «possiamo stare a guardare ». Mentre nel Salone delle Fontane l’Assemblea discute lenta (almeno fino allo scontro su diritti civili e primarie), in una saletta si riuniscono il “governatore” dell’Emilia Vasco Errani, il sindaco di Torino, Piero Fassino, Francesco Boccia, Paolo Giaretta, Giovanni Legnini. Bersani incarica il vice Letta di convocarla. L’argomento è la spending review, appunto. «La spending va cambiata»: afferma Bersani. «I tagli alla sanità e agli enti locali sono tagli lineari, non possono passare», tiene il punto Errani. Ma è l’opinione di tutti. E poi c’è un’altra richiesta che il segretario Pd farà a Monti: «Non possiamo andare avanti a “pacchettini”, abbiamo bisogno che il governo metta in tavola tutte le sue carte: ci faccia sapere quali altri tagli seguono a questi, come si deve intendere l’annuncio di Grilli su quei sei miliardi che mancano all’appello per evitare nel 2013 l’aumento dell’Iva». E poi c’è quel pasticciaccio sulle Province: «Meglio tagliarle tutte». Lo ripete dal palco, Bersani: «Il Tesoro non può pensare di decidere da solo». Grilli è avvertito. IlPd di Bersani pensa alla continuità con le politiche di rigore che impone l’Europa ma alla discontinuità domestica con l’agenda Monti. «Oltre Monti, con Monti», scandisce Massimo D’Alema, che punta alla sintesi, a tenere insieme mercati e lavoro, Bersani e premiership. Ed è l’altro “nodo” che il segretario sa di dovere sciogliere. Assediato anche su questo? I “giovani turchi” — Orfini, Orlando, Fassina — fanno quadrato attorno a Bersani. «Non è vero che siamo soprattutto noi a difendere la linea, c’è anche Franceschini e ci sono i bersaniani doc… «. Il “tortello magico”, ironizza qualcuno. Però l’uscita di D’Alema su «oltre Monti, con Monti», piace persino ai veltroniani. Stefano Ceccanti va dal’ex premier e lo invita alla convention del 20 luglio, quella sulla continuità dell’agenda Monti. «È vero Massimo che non dici proprio quello che sosteniamo noi, ma potresti venire a sentire ». Invito respinto. Il momento è grave. Le differenze restano. Anzi si accentuano.
Da La Repubblica del 15/07/2012.













