Stanno venendo meno, anche in campo sanitario, le leggi e le misure di protezione delle patologie più gravi, alcune contradditorie e spenderecce ma nell’assieme tali da costituire una barriera difensiva a favore dei gruppi più deboli e indifesi. Del resto è un discorso ormai valido in ogni campo. Al disgregarsi progressivo della filosofia complessiva del Welfare che, pur subendo l’impatto dell’eccesso di spesa pubblica, lasciava uno zoccolo ideale, sia pure frantumato , per mantenere i pilastri di un diritto dei lavoratori come detentori di valori generali (di lavoratore, cittadino, studente, malato, disoccupato, ecc.) è subentrata la “spending review” non come metodo per diminuire tutte le spese , a comincire da quelle pubbliche, ma per tagliarle in via prioritaria, cancellando dalla loro rivendicazione ogni dignità valoriale.
Qualche reazione comincia a farsi sentire, non per pretestuose manovre di opposizione al governo Monti ma per riappropriarsi di un diritto di controproposta e di azione. La gravità, ad esempio, delle forme degenerative nella salute mentale dei minori sta sollecitando misure di riforma in grado di affrontarle. In Italia le famiglie con un figlio (da 0 a 18 anni) che deve essere seguito per un problema neuropsichiatrico sono oltre 800mila. Le cure durano in media dai 3 ai 5 anni. I disturbi sono molto diversi: dai piccoli ritardi ai gravi squilibri dello sviluppo intellettivo, dal blocco dell’apprendimento all’autismo, dalla depressione alle crisi d’ansia, dalla goffagine motoria all’iperattività. Un grave errore di approccio è di suddividere schematicamente diagnosi e cure. Per esempio molti bambini hanno più di un problema, leggono male: (dislessia?); sono disattenti: (sindrome: Adhd); si avviliscono facilmente: (depressione?). L’intervento settoriale rischia di far percepire un solo problema e che si ignorino gli altri, spesso aggravandoli. Solo studiando la prospettiva nel suo assieme siamo in grado di affrontare le situazioni nella loro realtà, si migliora l’intervento
e si risparmiano mezzi. Negli ultimi anni il problema si è inceppato. Il punto più drammatico è questo: 10 anni fa il rapporto fra numero di diagnosi fatte e il numero di cure riabilitative proposte era di 1 a 6. Negli ultimi anni è sceso al di sotto di 1 a 3, per effetto del taglio dei soldi per la cura. Molti genitori sono costretti a dilazionare e diluire la terapia, rischiando di aggravare irreparabilmente le difficoltà. Inoltre molte esenzioni sanitarie vengono limitate ai 6 anni mentre dovrebbero arrivare almeno ai 12. La contrazione della spesa per i servizi specialistici nella sanità scarica i problemi della salute mentale sui servizi sociali e sulla scuola. Oggi finalmente si comincia a percepire la natura dei tanti aspetti del diffuso disagio giovanile. Una folta rappresentanza di senatori di tutti i gruppi, ispirati dai sen. Bianconi, Adragna e Finocchiaro dopo accurate discussioni con i ministeri competenti, l’Istituto di Sanità, l’Istituto Bollea dell’Università di Roma, guidato dal prof. Gabriel Levi, hanno presentato al Parlamento una proposta costruttiva di Legge sulla salute mentale in età evolutiva che ha raccolto il consenso di tutte le forze politiche. I punti qualificanti sono: 1) Consolidare una rete di servizi autonomi (quindi non soggetti a pastoie burocratiche, ammini-strative, ecc) di Neuropsichiatria infantile su tutto il territorio nazionale: uno ogni 100mila bambini/ ragazze da 0 a 18 anni. 2) Definire una politica integrata di interventi che colleghi i progetti evitando gli approcci a francobollo per singole patologie che, quando sono separati costano molto e rendono poco. 3) Priorità agli interventi che possono prevenire la malattia mentale prima dei 13/14 anni. 4) Una relazione annuale sulla salute mentale in età evolutiva da presentare ad una competente Commissione parlamentare, per ottenere valutazioni, indirizzi ed indicazioni operative.
Non dimenticando che i disturbi incombono nell’età dello sviluppo e possono essere curati durante lo sviluppo.
Da La Repubblica del 23/07/2012.














sono un terapista dell’età evolutiva che si occupa di lavorare con i bambini affeti da diverse patologie, approvo in pieno l’articolo di Mario Pirani sopratutto per quel che riguarda l’approccio globale alla disabilità del bambino, giusto vedere il bambino nella sua globalità e non parcellizzare le diagnosi e gli interventi riabilitativi del caso, bisognerebbe valorizzare gli interventi riabilitativi e non somministrare farmacie cure mediche spesso inutili, costoe e deleterie; oggi ci sono tante forme di terapia che curano globalmente il bambino…idrokinesi terapia, pet teraphy, musicoterapia e neuropsicomotricità…
Infanzia e Piani di Zona… lo strumento di programmazione dei servizi socio sanitari. Giusto lo strumento, poco convincente e pericoloso secondo me pensare ad un’infanzia patologica e mettere insieme tutti i bambini sotto un unico cappello medicalizzato della Neuropsichiatria.
A meno di non tornare alla Neuropsichiatria di Gianfranco Bollea, quello che ha fatto una legge per festeggiare ogni nascita piantando una pianta, individuando un terreno per crescere, aperto, sotto il sole ed ogni tempo, com’è giusto che sia per un vivente. Non una serra, ma un campo aperto. Ogni pianta ha bisogno di cure appropriate, individualizzate, nel proprio terreno.
Assimilare differenti condizioni umane quali la dislessia, l’autismo, la paralisi cerebrale, gli esiti di un’infezione meningea, i traumi da parto, i ritardi cognitivi di varia natura, le varie sindromi…a me sembra sia una semplificazione pericolosa, uno sguardo sanitario all’infanzia piuttosto che inclusivo: sociale, scolastico, sportivo, culturale, affettivo. La scommessa del vivere richiede risorse a progetti inclusivi, in campo aperto.
Il medico, lo specialista sono solo una parte del sostegno di cui ha bisogno la nostra vita, anche quando siamo malati (più o meno transitori), o disabili.
Non posso non pensare con preoccupazione alla reintroduzione di pericolosi farmaci in Italia come il Ritalin ed altri oppiacei, dopo che per decenni ce n’eravamo liberati, piantando alberi e personalizzando l’abilitazione alla vita per l’infanzia con Progetti Educativi Individuali (PEI) e Progetti Assistenziali Individualizzati (PAI) affidati alla Scuola, ai Comuni, partecipati alle Famiglie, non a soggetto unico “neuropsichiatrico”, mentale, psichico. La mente non è la persona, appartiene alla persona come altre parti del corpo umano.
La reintroduzione di questi farmaci “contenitivi” di una condizione umana, dannosi alla salute complessiva della persona, al suo sviluppo, prevedono appunto da alcuni anni degli Osservatori in capo alla Neuropsichiatria, 13 nel Veneto. Difficile dire i successi di questi investimenti nel Veneto ed in Italia, sicuramente appare più giustificabile e più attrattivo nei periodi di vacche magre affidare risorse al sanitario piuttosto che al sociale con progetti il cui fine principale sia promuovere, abilitare alla vita, piuttosto che contenere.
In questo periodo la Regione Veneto sta aprendo i cassetti dove giacevano le proposte di legge finora non discusse, fra gli altri alcuni vecchi scheletri dimenticati, come quella che vuole trasformare i Consultori Famigliari in fattorie dove costringere le donne a diventare fattrici per forza. Bene sarebbe invece approvare quella che proibisce la somministrazione dei questionari per individuare su base statistica (sic) la percentuale di bambini “potenzialmente patologici” giustificando in questo modo un progetto di medicalizzazione che comprende quanti sono in contatto col “bambino patologico”: dalla famiglia, alla maestra…
Domenica scorsa ero con una coppia d’amici alla Marcesina, sopra Enego, alla malga Il Tabàro dei Dalla Palma, dove da alcuni anni sono riusciti ad attecchire due ciliegi, alberi che faticano a crescere in alta montagna. La moglie c’è riuscita mettendone due vicini. Un ciliegio da solo, in condizioni così svantaggiose non ci riusciva, in due ce l’hanno fatta. Le betulle, i pini crescono meglio se vicini, piuttosto che da soli, che avesse ragione Bollea che a piantare un albero si può imparare la vita senza impossessarsene? Che è più difficile accompagnare i processi di crescita, di vita nel rispetto della volontà di vita della persona piuttosto che costringerla? ciao, Leda Cossu
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