“COME DIRE CHE MANI PULITE NON SI DOVEVA FARE PER QUALCHE SUICIDIO”.
Barbara Spinelli, Giorgio Napolitano ha parlato di una “campagna violenta di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose”. Le telefonate con Mancino ci furono, ed è un fatto non un’escogitazione. Sostenere che fossero “irricevibili”, come lei assieme ad altri commentatori ha scritto, è un’insinuazione? Se la dichiarazione non fosse stata fatta dopo la morte di Loris D’Ambrosio, non sarei colpita come lo sono oggi. In sostanza, quel che dice il comunicato presidenziale è che ci sono responsabili di questa morte, e tra questi c’è chi ha sostenuto che la chiamata d’aiuto di Mancino al consigliere giuridico del Quirinale andava con fermezza cortese respinta. Responsabile, in questo caso, vuol dire che si deve rispondere di un atto che ha portato danno, se non morte. Non posso accettare questa responsabilità. In un certo senso, le accuse di aver partecipato a “campagne violente” offendono il cordoglio che sento per la scomparsa di D’Ambrosio, danno al cordoglio una colorazione che respingo . Di fronte alla morte c’è il dolore di chi resta. Crede che la reazione del Capo dello Stato fosse – come qualcuno ha detto – dovuta allo choc del momento? C’è il dolore di chi resta ma sempre, anche, di chi è morto. Del secondo dolore non sappiamo nulla, o sappiamo talmente poco: non si può dall’esterno interpretarlo veramente. Capisco sino in fondo la reazione del Presidente. Ha perso un consigliere, un grande amico, d’improvviso. Come non soffrire di questo, e come non provare empatia per quello che Napolitano sente? Ma le accuse restano ingiuste. È come se dicesse: “Chi ha criticato le telefonate di Mancino col Quirinale ha volutamente ‘rischiato la morte’ del consigliere”. Come se qualcuno dicesse: siccome ci son stati suicidi connessi a Mani Pulite, Mani Pulite non s’aveva da fare, e fu un teorema criminoso. Il termine che è stato convocato nelle ultime ore è “crepacuore”. Il crepacuore è una morte così strana, nella nostra cultura ha connotazioni quasi magiche o comunque suscita pensieri scabrosi attorno alla colpa, sempre. In questa configurazione magica, non del tutto razionale, tutti diventano “responsabili” di chi muore di crepacuore. Anche Mancino che ha bussato alle porte del Quirinale, telefonando a D’Ambrosio. Ma la configurazione, appunto, non è razionale. A proposito di atmosfere esasperate, il Colle ha sollevato il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo, non proprio un atto neutro. Vedremo come risponderà la Consulta. Per quel che so, non credo che la Costituzione obblighi i magistrati inquirenti a distruggere subito le bobine, quando intercettano non il Presidente, ma una persona che si trova a parlare col Presidente. D’altronde è già successo: nel 2009, la voce di Napolitano fu captata sulle linee del sottosegretario Guido Bertolaso, indagato dalla Procura fiorentina. L’intercettazione non fu distrutta. E il conflitto di attribuzione non fu sollevato. Per D’Ambrosio non è stata fatta richiesta di rinvio a giudizio. E i magistrati di Palermo rivendicano di aver agito con coscienza. È d’accordo? I magistrati di Palermo non hanno responsabilità nel dolore che è stato causato a D’Ambrosio. La responsabilità che hanno è di cercare la verità, e stanno facendo tutti gli sforzi in questa direzione. Non vanno lasciati soli, come furono lasciati soli Falcone e Borsellino. Nell’anniversario della strage di via D’Amelio, Napolitano non ha detto cose diverse, almeno mi sembra, quando ha chiesto scavi profondi, fuori d’ogni cautela motivata da cupe “ragioni di Stato”. Gli scavi profondi li fanno i magistrati ma anche, in nome di un’opinione pubblica che desidera essere bene informata, i giornali. I giornalisti non possono temere di uccidere e di essere ostracizzati, scrivendo. Hanno un dovere di verità, e responsabilmente devono evitare le contro-verità. Almeno a me pare. È intervenuta anche Ilda Boccassini: si è detta amareggiata per i violenti attacchi a D’Ambrosio. Paolo Mieli, ospite di Enrico Mentana, ha chiesto che la dottoressa chiarisca a chi si riferiva, perché le sue parole non restino accuse generiche che possano essere fraintese . Anch’io chiedo a Ilda Boccassini di chiarire. Infatti non ha espresso solo amarezza. Ha parlato di “attacchi ingiusti e violenti”. Sono due aggettivi molto molto forti. Soprattutto la parola “violento” lo è. Dopo quello che è accaduto, un aggettivo simile è a sua volta violento, e merita una spiegazione. Perché questa vicenda della trattativa è in grado di esasperare tanto gli animi? Che sta capitando tra Roma e Palermo? Lo vorrei sapere anch’io. Anche perché la verità che si cerca non è: “C’è stata la trattativa o no?”. Che ci sia stata è un fatto provato. L’ha ricordato il Procuratore antimafia Pietro Grasso il 10 luglio scorso: “C’è una sentenza passata in giudicato, quella della strage di via Georgofili, che accerta questo. Certo bisogna indagare ancora per dare un volto ai mandanti di quel patto con la mafia.
Da Il Fatto Quotidiano del 28/07/2012.













