LO SBIGOTTIMENTO DEI PM DOPO L’ISPEZIONE GIUDIZIALE.
L’inchiesta giudiziaria sull’Ilva non racconta un girone infernale. Al contrario: descrive un inferno con tutti i suoi gironi. Campi e animali contaminati dalla diossina per un raggio di 20 chilometri, una tonnellata e mezza di polveri tossiche sparata in cielo ogni giorno, per un totale di 544 tonnellate l’anno, tra gli 83 e i 91 morti d’inquinamento accertati fuori dalla fabbrica e centinaia invece, tra gli operai. IN QUEST’INFERNO non mancavano – secondo l’accusa del procuratore Francesco Sebastio – i guardiani degl’inferi che, nello stabilimento siderurgico, prendono il nome di “responsabili delle aree”. In quattro – Marco Andelmi, Ivan di Maggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alò – “forti del sostegno della ‘proprietà’, ossequiosi alle indicazioni che ricevevano, cedendo alla logica del profitto personale e reprimendo ogni rigurgito di coscienza, hanno consentito la disastrosa gestione dei rispettivi settori. Nulla è trapelato dall’interno dello stabilimento a opera degli operai, dei capi squadra, capi reparto, fino ad arrivare ai capi area. Tutto era sotto gli occhi di tutti ma l’obiettivo era nascondere ogni disfunzione. Eppure una semplice ispezione ha evidenziato tutti i problemi dell’agglomerato”. Una “semplice ispezione giudiziale”, scrive l’accusa, ricordando che “piaccia o meno, per la nostra Costituzione, la salute dei lavoratori viene prima del profitto dell’azienda e va tutelata anche a discapito di questa…”. E la “Legge”, indagando su quest’inferno, ha scandagliato anche i profitti e i bilanci del Gruppo Riva, sottolineando che nel solo 2000 “ha realizzato un fatturato di 4.947 miliardi di euro, con un incremento del 21 per cento e un utile netto di 286,5 milioni”. Soldi che potevano essere utilizzati per i dispositivi di sicurezza, per ridurre diossina e altri inquinanti, per evitare il rischio di centinaia di morti. E invece, in quel 2000, il Gruppo Riva decide di “a c q u i s t a re la società francese Sam per 126 milioni”, continua l’accusa. Si punta al profitto e si usano trucchi per eludere controlli, punizioni, riparazioni ai danni causati. I PERITI INCARICATI dalla procura scrivono che l’inquinamento ha incrementato non solo i tumori, ma anche la frequenza di patologie coronariche e aggiungono: “L’aspetto che ci ha colpito è l’impatto sui bambini, perché si tratta di una popolazione particolarmente suscettibile e della protezione dei bambini, in qualche modo, siamo noi tutti corresponsabili”. A Taranto, si legge negli atti, la mortalità infantile presenta un eccesso del 18 per cento rispetto alla media nazionale. Ma il profitto – e con esso, la politica che lo tutela – evidentemente non ha sentimenti filiali. La “Legge” ha avuto maggiore pietà: “Vorrei che fosse chiaro – dichiara il perito – siamo meravigliati dal fatto che l’indagine epidemiologica sia scaturita per indicazione della magistratura e non per indicazione del sistema generale e delle istituzioni…”. L’Arpa ci ha provato, in questi ultimi anni, a risolvere il problema. Tra il 2003 e il 2006 l’Ilva firma ben quattro atti d’intesa “volti a migliorare le prestazioni ambientali” ma, in realtà, secondo l’accusa hanno operato soltanto un inefficace “maquillage”. Due anni dopo – siamo nel 2008 – ben 2.271 capi di bestiame vengono abbattuti perché contaminati da diossina, mentre il sindaco vietava il pascolo entro 20 chilometri dalla città, ma i dirigenti del gruppo –a fronte del disastro che andavano costruendo e dei milioni investiti altrove – escogitavano sistemi “grossolani” per continua a eludere i controlli. Già dieci anni prima, quando per la prima volta, il gip, dispone il sequestro preventivo delle batterie di alcuni forni, ecco cosa accade: “Solo un anno dopo avviavano lo spegnimento”. In un’altra occasione i dirigenti presentano “un’analisi effettuata in altre strutture tecniche, senza specificare quali”. “Incredibile!”, aggiunge il gip Patrizia Todisco, ormai a corto di aggettivi, nelle 600 pagine che hanno portato all’arresto domiciliare di Emilio Riva, suo figlio Nicola, e altri sei dirigenti. Neanche i dati sugli infortuni, e sui decessi per lavoro, risultano chiari. Neanche la contabilità degli operai morti e feriti, in quest’inferno, ha avuto la dignità d’una minima chiarezza: “L’Ilva non è in grado di predisporre statistiche riguardanti le malattie professionali” e “appare ben strano che all’Inail siano pervenute un numero di denunce significativamente più basso (847 in meno, dal 1998 al 2010), di quelle che risultano all’Ilva”. “Sequestro non vuol dire chiusura della fabbrica”, spiega la Procura e gli operai aspettano che il 3 agosto il tribunale de Riesame gli restituisca il lavoro. Nel frattempo si attende che la notifica del sequestro divenga effettiva.
Da Il Fatto Quotidiano del 28/07/2012.













