I mercati scommettono sulla richiesta di sostegno di Italia e Spagna: il prossimo governo dovrà solo obbedire alla troika.
Basta guardare quello che succede in Spagna per capire perché anche in Italia le elezioni stanno diventando inutili. Il premier Rajoy si è scusato con i suoi elettori, in una drammatica conferenza stampa, ma il risanamento della Spagna – imposto dall’Europa e mercati – sta diventando sempre più gravoso, da ieri vale 102 miliardi in tre anni. La Spagna fatica a trovare credito (il rendimento dei titoli di Stato a 10 anni è al 6,8 per cento) e pare ormai inevitabile il ricorso al fondo salva Stati Efsf. Rajoy non lo esclude più: “Farò, come sempre, ciò che ritengo sia nel miglior interesse del popolo spagnolo”. LA CORSA VIOLENTA dei mercati di ieri, inaspettata dopo i crolli di giovedì, ha un lato oscuro. Gli investitori hanno rivalutato le parole del presidente della Bce Mario Draghi, all’inizio giudicate deludenti: giovedì Draghi non ha annunciato alcun piano straordinario e lo scontro con la Bundesbank tedesca è sempre più forte, ma nel comunicato del presidente della Banca centrale c’è almeno la promessa di interventi a breve termine. Per un giorno gli investitori ci credono – anche se ormai “più che un mercato è un casinò”, dice un operatore – e le Borse corrono. Milano va a +6,34 per cento e lo spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi scende di quasi il 10 per cento, tornando a 462 punti. Ma c’è poco da esultare: Draghi ha detto chiaramente che ogni interintervento della Bce è subordinato alla richiesta di aiuto degli Stati al fondo Efsf, secondo la procedura che finora ha portato all’inter vento della troika (Ue-Bce-Fondo monetario) con la firma di un memorandum che impone riforme e tagli pesantissimi. Per la Spagna sembra questione di giorni, forse di settimane. È stato convocato un eurogruppo straordinario per il 3 settembre, in quell’occasione i ministri dell’Economia dell’Euro – zona probabilmente discuteranno proprio degli aiuti alla Spagna. E magari all’Italia, per cui ieri sera Standard & Poor’s – tagliando il rating di 15 istituzioni finanziarie ma salvando le big come Unicredit, Intesa e Mediobanca – prospettava una “recessione più profonda e prolungata di quanto stimato in precedenza”. In privato diversi politici ammettono di aver l’impressione che il presidente del Consiglio Mario Monti, nei suoi viaggi internazionali, stia discutendo le condizioni degli aiuti, non più la loro opportunità. I partiti si stanno rassegnando: con questo spread, il trattato appena ratificato dal Parlamento sulla riduzione del debito pubblico (il Fiscal compact) e probabilmente con un memorandum in arrivo, diventa quasi secondario chi vincerà le prossime elezioni. “La troika? Per ora non ci stiamo ponendo il problema perché Monti ci ha assicurato che non ci sarà”, dice Stefano Fassina, responsabile economico del Partito democratico. Che però non esclude affatto che l’Italia presto chieda aiuti al fondo Efsf: “Dipende dalle condizionalità che sono abbinate al sostegno, dopo il vertice di Bruxelles Monti ci ha assicurato che praticamente non ce ne saranno”. In ogni caso, il percorso è segnato e se anche il Pd dovesse andare al governo non potrà uscire dal solco di rigore e riforme strutturali individuato da Monti. Fassina dice che un po’ di spazio per qualche politica economica diversa resterebbe, “ridistribuzione del carico fiscale a favore del lavoro, riqualificazione della spesa pubblica che dia priorità ai programmi sociali, interventi sul mercato del lavoro che senza oneri aggiuntivi contrastando la precarietà”. Impossibile darsi obiettivi più ambiziosi nell’era dello spread. ANCHE IL PDL si sta rassegnando a una competizione elettorale in cui il programma è già scritto, “non c’è grande differenza rispetto all’estate scorsa, quando la Bce ci ha mandato la lettera in cambio dell’acquisto dei nostri BTp”, nota l’ex ministro Renato Brunetta. Abbandonate le berlusconiane promesse di rivoluzioni fiscali e liberali, il programma del Pdl sarà centrato sulla proposta del segretario Angelino Alfano: la creazione di un fondo a cui conferire immobili e beni pubblici per 400 miliardi con un programma preciso in tempi e modi per la loro vendita, il ricavato servirà ad abbattere il debito pubblico. “Il Pd vuol fare la patrimoniale sulle tasche delle famiglie, noi sul patrimonio dello Stato. Con il fondo, oltre ad abbattere il debito, si potrà ridurre la pressione fiscale di un punto all’anno per portarla sotto il 40 per cento in cinque anni. É questo il vero scudo contro la speculazione”, spiega Brunetta. Perfino Sel, il partito di Nichi Vendola, ha ceduto al pragmatismo. Gennaro Migliore, dirigente di Sel, promette: “Noi chiediamo di rinegoziare il fiscal compact”, cosa che potrebbe creare attriti con il Pd. Ma è così improbabile che si possa cambiare adesso un trattato internazionale appena ratificato che la proposta non dovrebbe turbare l’alleanza. Nella politica dell’austerità la fantasia è poca, anche Migliore dice che “si può discutere l’idea del fondo per abbattere il debito” (proposto in origine dal gruppo Fermare il declino di Oscar Giannino, Michele Boldrin e Luigi Zingales). Non ci si può stupire quindi se i politici finiscono per accalorarsi solo sulle coppie gay. Tutta la politica economica non è più cosa loro.
Da Il Fatto Quotidiano del 04/08/2012.













