I trecento “cittadini liberi e pensanti” che l’altro giorno hanno sequestrato la manifestazione sindacale di Taranto parlano del dramma dell’Ilva con una risolutezza invidiabile. Secondo loro (operai, ragazzi dei centri sociali e ultras del calcio: quelli, quando c’è da fare casino, non mancano mai) la colpa è della fabbrica, è dei sindacati, è della politica, è dello Stato. In sostanza: di tutti. Essendo di tutti, non è di nessuno in particolare, e questo consente ai trecento (in rappresentanza di molti italiani che la pensano come loro) di fare a meno di schierarsi, allearsi, accorparsi, affidarsi, perché tutto fa schifo e tutti sono corrotti o collusi. In questo sentimento (sempre più diffuso) è leggibile una crisi profonda delle rappresentanze. Ma, se posso permettermi, anche dei rappresentati. Che in nessun partito, sindacato, associazione, istituzione, riescono a cogliere traccia anche vaga dei propri interessi, e descrivono il mondo come un magma nemico, colpevole prima di tutto di “non essere dalla loro parte”. Disperazioni legittime (come questa di Taranto) o meno legittime si arroccano in una sorta di infantilismo offeso: nessuno mi vuole bene. La vita adulta non funziona così. Non è facile spiegarlo agli ultras, non solo di calcio.
Da La Repubblica del 04/08/2012.













