ROMA — «Un film già visto». Quando i magistrati “osano” toccare la politica subito essa reagisce e attacca. Lo sa bene, in quanto protagonista, l’ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, oggi nello stesso ruolo a Torino. Che dice: «Siamo in un clima di guerra che ricorda le tifoserie calcistiche contrapposte. I colleghi di Palermo sono coraggiosi e corretti. Contro di loro addebiti ingiusti ». A Palermo Scarpinato ricorda Borsellino e la procura indaga sui rapporti tra lo Stato e la mafia. E i magistrati si trovano al centro delle critiche. Procuratore che succede? «La storia si ripete. Sono anni che la politica delega alla magistratura il compito di affrontare problemi che la politica stessa non sa come risolvere. Terrorismo, stragi di destra, corruzione, mafia, sicurezza sul lavoro, rapporti tra mafia e politica, di cui le trattative sono un capitolo. La delega ha sempre avuto un corollario: quando l’intervento giudiziario supera una certa asticella, nel senso che si toccano interessi che stanno a cuore a una certa politica, si scatenano le polemiche ». E lei vede delle analogie? «I precedenti sono tantissimi purtroppo: il pool di Falcone e Borsellino va bene quando si occupa dei mafiosi di strada, ma quando guarda ai cugini Salvo oai Cavalieri del lavoro di Catania o a Ciancimino senior allora non va più bene, e l’oggi giustamente mitico Falcone è costretto a emigrare dalla Sicilia verso Roma. Qualcosa di simile succede alla procura di Palermo del dopostragi, in cui ho avuto l’onore di lavorare. Quando abbiamo cominciato occuparci di imputati eccellenti – Andreotti e Dell’Utri fra gli altri – ecco scatenarsi una tempesta di polemiche». Dunque sarebbe un copione già scritto? «Non sono fulmini a ciel sereno nemmeno questa volta. La polemica è particolarmente incandescente perché lo è la materia su cui Palermo lavora. Ci sono precedenti. Ingroia attaccato per il caso Ciancimino, s’invoca contro di lui l’articolo 289 del codice penale, attentato alla Costituzione, dieci anni di galera. Vergogna ancora maggiore quando al Senato si parla di un progetto di attentato ordito contro di lui e alcuni senatori si esibiscono in un coretto irridente. Non ci sono parole per commentarlo». Interventi del Csm contro Scarpinato e del pg della Cassazione su Messineo e Di Matteo. Come li giudica? «Mi sembrano episodi destinati ad esaurirsi senza seguito, se saranno applicati gli ordinari criteri di giustizia. Altrimenti ci sarebbe da pensar male». A favore di Scarpinato sono state raccolte oltre 400 firme tra le toghe. Perché la sua lettera aperta all’amico Paolo è considerata eccessiva? «Sono tra i firmatari dell’appello di chi ha fatto propria la lettera di Scarpinato perché lui richiama soprattutto le bellissime parole di Borsellino contro il puzzo del compromesso cui contrapporre il fresco profumo di libertà. L’iniziativa contro di lui non è tanto del Csm, quanto di un singolo componente, e sono convinto che resterà circoscritta a quella presa di posizione individuale ». Messineo e Di Matteo. Un’intervista a “Repubblica” finisce sotto la lente d’ingrandimento della Cassazione. Eppure Di Matteo non diceva granché. Andiamo verso magistrati muti? «Se ho letto bene le cronache l’accusa per Di Matteo è di aver reso una dichiarazione non autorizzata e per Messineo di non aver segnalato alle autorità competenti l’iniziativa. Siamo di fronte all’evidente insussistenza di qualunque illecito disciplinare per entrambi. In tutta italia, ma proprio in tutta, da quando è in vigore il nuovo ordinamento giudiziario, è consolidata la prassi di non considerare illecito, neppure in ipotesi, le dichiarazioni che siano di mera puntualizzazione di un fatto che interessa l’opinione pubblica. A meno che non rappresentino una violazione degli obblighi di riservatezza e abbiano incidenza sui procedimenti in corso. Proprio il caso di specie. Sullo sfondo due principi: la libertà d’espressione va garantita a tutti, magistrati compresi, e la tipizzazione degli illeciti, cioè la menzione di un comportamento specifico nelle condotte vietate». Ha forse influito l’atteggiamento del Quirinale critico su Palermo per via delle intercettazioni con Mancino? «Più che la posizione assunta da questo o quello, si tratti pure del capo dello Stato, a me sembra ancor più rilevante un clima che ho già definito di guerra e che ri-corda le tifoserie calcistiche contrapposte, mentre l’azione giudiziaria della procura di Palermo può essere discussa e magari criticata ma merita rispetto. Sono in magistratura da 45 anni e ne ho viste di tutti i colori, ma un’inchiesta così difficile e complicata da far tremare le vene e i polsi non l’avevo mai vista». Cosa la stupisce? «Basta leggere il capo d’accusa che mette insieme personaggi molto diversi formando un circolo strabiliante. Voglio sottolineare il coraggio e l’onestà intellettuale dei colleghi di Palermo che non hanno esitato a imboccare una strada doverosa e difficile per cui meritano assoluto rispetto». Non c’è più Berlusconi al potere ma il governo tecnico. Prima si criticava lui quando attaccava i magistrati. Ora è più facile abbandonare le toghe? «Lui non governa più, ma il berlusconismo non è certamente tramontato. Nel senso che è ancora di moda valutare l’intervento giudiziario non in base alla correttezza e al rigore, ma all’opportunità e alla convenienza. Il che è devastante».
Da La Repubblica del 11/08/2012.














Bisogna mettere manfesti in trutte le città per informare i cittadini quali sono i ministri corrotti.Se veramente viviamo in democrazia debbono essere i cittadini a scegliere chi deve rappresentarli,in base alla moralità e competenza del proprio eletto.