L’ITALIA dei pugni porta in finale due pugili su tre: Russo si giocherà stasera l’oro dei massimi. Cammarelle invece salirà sul ring di nuovo domani pomeriggio. È stata una vittoria alla Tatanka, roba da cinema. Stavolta Clemente Russo il film se l’è girato da solo, senza Roberto Saviano. In nove minuti, tre round, tre atti: una sceneggiatura perfetta. Aggancio narrativo, colpo di scena, caduta, resurrezione e lieto fine a sorpresa. Ma lo sport non è fiction, quasi mai almeno. Quando a metà della seconda ripresa Russo è andato giù per una mazzata al fegato che avrebbe abbattuto pure un bisonte vero, sembrava finita. Anzi «era proprio finita», come avrebbe detto poi Francesco Damiani. Ma per un altro, non Tatanka. «Sul ring salgono in tre, l’uomo, l’atleta e infine il pugile» era il motto del suo maestro nella palestra di Marcianise. Russo in ginocchio se n’è ricordato, l’uomo ha risollevato da terra l’atleta e il pugile, li ha riportati al centro del ring e da lì non c’è stata più storia. Un gancio sinistro, due, tre. Alla fine della seconda ripresa, il gigante azero Mammadov, diciannove anni e due metri di talento, aveva ancora tre punti di vantaggio, ma più nulla da dare. Ha cominciato a vacillare e a respirare a bocca aperta. Il terzo round è stata l’apoteosi del bisonte. Il verdetto finale, che rovesciava un finale già scritto, è stato salutato da un boato dell’arena. Ora sulla strada della leggenda di Tatanka, dopo l’argento di Pechino, rimane l’ultimo avversario, l’ucraino Usyk, che in semifinale ha spianato il povero bulgaro Pulev. Ma tutti sono ottimisti e Damiani, che non fa mai lo sbruffone, nell’entusiasmo si è lanciato in un pronostico trionfale, per giunta in simil napoletano: «A quello Clemente gli fa una faccia così, ‘na faccia tanta!». Non era fiction, soltanto grande boxe. Ma il cinema ricomincia subito dopo, perché ormai il campione è due personaggi in uno. Sul ring è il sublime Clemente Russo, uno spadaccino dei pesi massimi. Giù dalla pedana è un attore consumato che recita la parte del campione, con la guapperia del caso. Al verdetto si è portato l’indice sul naso, come a zittire qualcuno. Con chi ce l’aveva? «Con i gufi, i corvi, i menagrami, quelli che ho fatto troppo cinema, troppa televisione, quelli che non ero più quello d’una volta, quelli che li pagano per scrivere ‘e strunzate. Anzi, sai che ti dico? Che appena finisce l’Olimpiade spero di fare un altro film». Non ha avuto paura che fosse finita alla fine del secondo round? «Non ho avuto paura mai, perché sapevo d’essere il più forte. Ci ho messo cuore e testa». Il suo avversario un po’ meno, soprattutto la testa. «Puoi dirlo, se stavo io davanti di tre punti all’ultimo round, col cavolo che mi facevo rimontare, Mi doveva inseguire per chilometri». Tatanka è fatto così, o comunque ormai l’hanno disegnato a questo modo e lui si adatta. Ma è anche un pezzo d’uomo buono come il pane, generoso coi compagni, grato ai maestri, con due spalle a quattro ante per sopportare il peso di invidie e aspettative. «Ormai ho raggiunto la maturità » si complimenta con sé stesso, ma subito aggiunge «che nello sport sconfina con la vecchiaia». L’ultima parola è per il «guaglione», l’ultimo fenomeno partorito dalla premiata fabbrica di Marcianise, Vincenzo Mangiacapre, sconfitto in semifinale. «Ha vinto la sua Olimpiade, conquistando il bronzo a 23 anni. È un pugile straordinario e una bella persona ». Mangiacapre era uscito un’ora prima sotto i colpi del magnifico cubano Iglesias Sotolongo. «C’è poco da dire, era lui il migliore» aveva commentato il ragazzo alla fine. Quando si dice la dignità nella sconfitta. A mezzanotte è arrivato il capolavoro di Roberto Cammarelle. Un capolavoro d’intelligenza e di mestiere contro l’altro azero Medzidhov, favorito alla vigilia. Dove non arriva più col fisico e la velocità, l’olimpionico milanese, che ad appena due mesi dalla partenza per Londra sembrava in forse per i problemi alla schiena, è arrivato con il genio pugilistico. Un combattimento sul filo, con il fiato sospeso dal primo all’ultimo secondo, vinto soltanto per un punto. E’ finale (gli toccherà affrontare un beniamino di casa, il britannico Joshua), come già quattro anni fa a Pechino. Allora Cammarelle fu oro e Russo argento. Ora, almeno nei pronostici dei bookmakers, le parti paiono invertite. Ma i conti per la boxe italiana tornano in ogni caso, così come i conti finali della spedizione azzurra, appesi come sempre ai guantoni dei nostri giganti. Da Londra viene fuori un’immagine d’italiani combattenti, nella spada, nel tiro, nell’arco, nel pugilato.
Da La Repubblica del 11/08/2012.













