LE POLEMICHE seguite alla mostra di Venezia sono la perfetta metafora di come gli italiani ormai riescano a rovinare anche le poche immagini davvero belle, serie e pulite che il nostro Paese offre ancora al mondo. La mostra di Venezia, che celebrava gli 80 anni, ha vissuto un’edizione straordinaria. Per una volta, non accadeva da molti anni, il concorso era superiore al ben più importante festival di Cannes. Alla fine ha vinto il migliore, il coreano Kim Ki-duk con «Pieta». Un verdetto onesto e coraggioso, com’era lecito attendersi da una giuria presieduta dal grande Michael Mann, che non ha esitato a preferire l’arte poverissima di un poeta visionario abituato a girare con qualche migliaio di euro alla mega produzione hollywoodiana di «The Master». Fra tanta qualità, il cinema italiano è uscito a testa alta. Con i premi alla fotografia magistrale di Daniele Ciprì e al miglior attore emergente, Fabrizio Falco, gli elogi e gli applausi ai film in concorso, «La bella addormentata » di Marco Bellocchio e «È stato il figlio », la rivelazione di Leonardo Di Costanzo. Bravi, bene, bis. Vissero tutti felici e contenti? Neppure per sogno. Da un minuto dopo la conclusione, sono partite le polemiche, le solite dietrologie e teorie del complotto, la caccia all’untore. Com’è noto, la caratteristica principale per lanciare una polemica in Italia è non conoscere l’oggetto. Infatti la stragrande maggioranza dei polemisti, politici e registi e opinionisti che hanno contestato «l’incredibile verdetto della giuria di Venezia», non ha visto nessuno dei film in concorso. Un po’ come avveniva ogni notte nel salotto dell’ineffabile Gigi Marzullo. Ma che cosa conta? Tutti conoscono la verità: doveva vincere Bellocchio. Perché, scusate? Ma diamine, perché è italiano. E perché non ha vinto? Forse c’erano film più belli in concorso (a mio modesto parere almeno quattro: Malick, Mendoza, Anderson e Bahrani)? Ma no, ti spiegano i dietrologi, non ha vinto sempre perché è italiano. Ce l’hanno tutti con noi. Gli stranieri in quanto stranieri e gli italiani poiché inguaribili esterofili. In un clima da processo del lunedì del cinema – è destino che da noi tutto finisca a pallonate, dalla politica alla cultura- sul banco degli imputati sono andati nell’ordine l’Arbitro, nemico storico del popolo italiano, nella figura di Michael Mann. Quindi il Traditore, il giurato italiano, il regista Matteo Garrone, la cui colpa sarebbe quella di aver accettato il verdetto degli altri sette, invece di scagliare la stampella contro il nemico come Enrico Toti e abbandonare la giuria cantando l’inno di Mameli. Nel delirio di vittimismo e luoghi comuni assortiti si sono subito messi a sguazzare i nostri politici più ignoranti e ciarlieri, lamentando che a Venezia non si premiano mai gli italiani «mentre i francesi, loro sì…». Sarà giusto, per quanto vano, ricordare a questi sciagurati che alla mostra di Venezia gli italiani hanno vinto sedici volte, l’ultima volta col non indimenticabile «Così ridevano» di Gianni Amelio. Mentre i francesi a Cannes, nell’ultimo mezzo secolo, hanno vinto appena tre Palme d’Oro e senza mai linciare la giuria. Stiamo diventando noi i veri sciovinisti? Ma se dai politici già in campagna elettorale c’è da aspettarsi qualsiasi cialtronata, spiace che una polemica puerile, sciocca e autolesionista sia alimentata anche da persone competenti, intelligenti. E soprattutto adulte. Come il regista Giovanni Veronesi, che irride il magnifico film vincitore, s’intende senza averlo visto. Gli stessi Marco Bellocchio e Matteo Garrone che giurano adesso di non voler più partecipare a un festival, l’uno in gara e l’altro da giurato, insomma «non ci gioco più, cattivi!». Ma cari, perché fate così? Il cinema italiano sta vivendo una stagione di rinascita. È stato appena premiato con merito a Cannes e a Berlino, con Matteo Garrone e i fratelli Taviani. Il film di Bellocchio, che rimane un magnifico cineasta e un orgoglio della cultura italiana, è stato invitato dai festival di mezzo mondo. La mostra di Venezia, che molti davano per morta fino a qualche anno fa, uccisa da Cannes e Toronto e perfino minacciata dalla festa di Roma, è tornata a contare nel panorama internazionale. Il cinema italiano, quando gira film, non è affatto provinciale. Perché quando discute lo diventa, precipitando al livello di un qualsiasi mediocre talk show?
Da La Repubblica del 11/09/2012.














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