“Qui succede la rivoluzione”
Un insegnante alle prese con le novità del ministro Profumo. E con i ragazzi che sanno che, poi, toccherà a loro.
L’ho fermato fuori dalla scuola, tre giorni fa. La notizia era uscita in sordina e sembrava una boutade: “Questa trovata delle 24 ore dovrà essere discussa o è già passata? ” Mi ha guardato perplesso: “Di che parli? ”
NON NE SAPEVA NIENTE. “Il tempo di cattedra che da 18 passa a 24 ore. Senza aumento di stipendio: per incrementare la produttività”. Una piega del labbro, un mezzo sorriso sgomento e rabbioso: “Succede la rivoluzione”.
Il mio collega di solito è informato prima degli altri. Se ho bisogno di un chiarimento giuridico chiedo a lui. Severo, temuto, poco amato dai ragazzi e molto stimato. Di quei professori che in classe ridono poco e non devono chiedere che si faccia silenzio. Insegna Diritto e sembra lui stesso un rappresentante della Legge: puntuale, rigido nella postura, con la mimica impenetrabile. Riflessivo, sa misurare le parole: la rivoluzione. Sembrava che dal volto gli si liberasse la stanchezza e la rassegnazione di questi anni. Alla scuola pubblica si può far tutto. Le si possono sottrarre risorse, privilegiando l’istruzione privata. Tagliare cattedre e aumentare il numero degli alunni per classe. Licenziare i tecnici dei laboratori, fermare indefinitamente gli scatti d’anzianità – unica progressione di carriera – e bloccare i contratti. Qualche sciopero, qualche piccola protesta, poi si tira avanti, più malconci di prima. La scuola è un corpo che si offre indifeso alle sevizie: prima di finirlo ci si può divertire un po’, per vedere l’effetto che fa. Rinchiusi nel proprio particulare, intanto, i professori languono. Se la realtà diventa incomprensibile, il pessimismo radicale è l’extrema ratio, la difesa ragionevole dei folli. Ma questa volta, grazie a Profumo e a Monti, forse Guicciardini metterà la maschera di Robespierre.
NE HO PARLATO con i miei ragazzi di Quinta: “È come se a un operaio si dicesse: da oggi lavorerai non 40 ma 53 ore a settimana, il 30 per cento in più. Senza aumento di salario. Questo, il rapporto”.
La prima risposta immediata me l’hanno data, a destra e a sinistra della classe, nel sovrapporsi concitato dei commenti: “Ma in questo modo c’è chi perderà il posto di lavoro”. “Se lei copre un terzo di spezzone di cattedra, ne basteranno altri due per licenziarne un quarto”. “Tre dentro e uno fuori”. Sanno fare di conto, diversamente da ciò che pensava Fioroni. Mi sono complimentato per la prontezza aritmetica. C’era, in questa capacità di contare chi dentro e chi fuori, una sensibilità quasi primitiva di valutare il giusto e il torto. E c’era anche, velata dal non detto, la percezione che quella misura li riguardi, non solo per l’attuale condizione di alunni, ma per il dopo. Presto, alcuni di loro si ritroveranno ad essere quel quarto che non c’è più. Usciti dalla scuola come studenti, non vi rientreranno come insegnanti: col disagio muto di chi parla di te, ma ha già in cuore se stesso, manifestavano la solidarietà degli esclusi.
Rideva, Totò, mentre prendeva schiaffoni da un tale che continuava a chiamarlo Pasquale: voleva proprio vedere “questo cretino dove vuole arrivare: mica so’ Pasquale io! ” Ma gli insegnanti sono stanchi di ridere. E anche di bastonarsi le parti basse: è tempo che Tafazzi cambi bersaglio.
Da Il Fatto Quotidiano del 14/10/2012.














Altro scandalo derivato dall’aumento delle ore scolastiche consiste nello spessore dei libri,che aumenta ogni anno.Costringono così insegnanti ad allungare le loro lezioni,con spiegazioni specialistiche che esulano dall’insegnamento scolastico e gli alunni a studiare elementi che dovrebbero conoscere nelle classi superiori.Il risultato è l’avversione di molti ragazzi per la scuola e la frustrazione degli insegnanti che capiscono che debbono seguire un programma scolastico eccessivo per le capacità mentali dei loro allievi.