I PARTITI CHIEDONO AL GOVERNO DI ELIMINARE GLI INTERVENTI SULLE ALIQUOTE.
Il gioco delle tre carte del governo sulle tasse rischia di finire male per mancanza del tavolino. Per una volta, infatti, pare che i partiti della strana maggioranza stiano procedendo divisi per colpire uniti: il finto scambio tra aumento dell’Iva e taglio delle detrazioni fiscali da una parte con la riduzione di un punto di Irpef dall’altra, probabilmente, salterà durante l’iter parlamentare. È lo scenario prospettato al premier ieri prima da Enrico Letta e poi da Pier Ferdinando Casini (oggi sarà il turno di Angelino Alfano): Mario Monti pare non abbia risposto nulla sul merito, ma ha insistito come prevedibile sui “saldi invariati”. Insomma, quale che sarà alla fine, la legge di stabilità dovrà garantire il pareggio di bilancio nel 2013. In sostanza, il governo pare costretto ad accettare il fatto che la sua finestra per imporre ai partiti qualunque cosa è finita con la partenza delle grandi manovre elettorali: questa legge, ha scandito addirittura Casini dopo l’incontro con l’ex preside della Bocconi, “sarà modificata: il Parlamento non è un passacarte e montismo non è mutismo”. L’Udc “teme che l’abbassamento dell’Irpef e l’intervento sulle detrazioni rischi di penalizzare le famiglie monoreddito con figli, quindi abbiamo indicato a Monti un percorso che porti alla loro salvaguardia”. Tradotto: persino i centristi hanno colto il carattere recessivo e regressivo di questo ddl, ovvero che farà diminuire la ricchezza nazionale aumentando la pressione fiscale, per di più a chi già ha di meno e paga di più. Al confronto, dicono fonti governative, il vero moderato è Enrico Letta, che ha esposto a Monti le perplessità di Pier Luigi Bersani (e di quasi tutto il partito, per la verità, compresi molti “lettiani”) quasi come se non le condividesse: stavolta però, dicono dal Pd, “anche a Enrico non sarà possibile tenere tutto insieme”. LA LINEA l’ha esemplificata il guastatore economico del segretario democratico, Stefano Fassina: “Vogliamo che vengano cancellati sia l’aumento dell’Iva sia l’intervento sull’Irpef, compreso il taglio delle detrazioni fiscali e l’aggravio su liquidazioni, pensioni di guerra e comparto agricolo”. Altra norma destinata a saltare, non la vuole sostanzialmente nessuno, è l’aumento dell’Iva dal 4 al 10% sui servizi sociali, che rischia di mandare in crisi non solo le aziende del settore ma anche gli enti locali e i cittadini su cui si scaricheranno gli aumenti. C’è poi il problema della scuola: il governo ha messo nero su bianco risparmi per oltre 180 milioni di euro e previsto un aumento delle ore di lavoro in cattedra per i professori (da 18 a 24), ma anche su questo Bersani ha minacciato di non votare la manovra. Tutte queste modifiche, calcola lo staff del Pd, si possono fare senza particolari problemi: eliminando il gioco delle tre carte che aumenta le tasse, per salvare la scuola dai tagli e tutelare un altro po’ di esodati bisogna trovare solo due miliardi, massimo due e mezzo. Dove recuperarli, però, ancora non si sa, anche se le idee nei partiti si sprecano: c’è chi chiede di spostare le forbici sui bilanci dei ministeri della Difesa e degli Esteri, chi di procedere con la patrimoniale (solo un pezzo del Pd), chi di lavorare sui sussidi alle imprese e di lasciare qualche taglio sulle detrazioni fiscali salvando quelle fondamentali tipo i mutui sulla casa (l’Udc). Il Pdl, come al solito di questi tempi, è il partito più ondivago: “A Monti dirò che non vanno bene le scelte fatte su aumento dell’Iva e revoca delle detrazioni”, spiega Alfano. Insomma, niente aumenti delle tasse, ma conferma degli sgravi Irpef (e abolizione dell’Imu sulla prima casa, aggiunge Renato Brunetta). È esattamente ciò che temono a Palazzo Chigi: che la fantasia pre-elettorale dei partiti, centrodestra in testa, spettini il bel bilancio predisposto da Monti per i controllori di Bruxelles (almeno fino al prossimo peggioramento delle previsioni sul Pil).
Da Il Fatto Quotidiano del 23/10/2012.













