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Archivio per la categoria ‘Film’

Diretto dalla scrittrice ed attivista Helena Norberg-Hodge, “L’Economia della Felicità” è un film rivoluzionario su come migliorare il benessere dell’uomo e del Pianeta. L’1, il 2 ed il 3 ottobre 2012, in occasione della Giornata mondiale della non violenza, il film verrà proiettato in Italia sul grande schermo delle 36 sale del circuito The Space Cinema.

Ben distante dalle vecchie istituzioni di potere, la gente sta cominciando a forgiare un futuro diverso.

“L’Economia della Felicità” offre non solo un’analisi a tutto tondo della globalizzazione, ma anche un potente messaggio di speranza per il futuro.

I pensatori e gli attivisti che sono intervistati nel film vengono da ogni continente e rappresentano gli interessi della più grande maggioranza di persone sul pianeta. Il loro messaggio è chiaro: se vogliamo rispettare e rivitalizzare la diversità – sia biologica che culturale – dobbiamo tornare a localizzare l’attività economica. (more…)

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I fatti del G8 di Genova, il pestaggio dentro la scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto. Una delle pagine più drammatiche e controverse della storia italiana contemporanea diviene un’opera cinematografica diretta da Daniele Vicari, nelle sale dal prossimo 13 aprile. La recensione in anteprima.

“Non avevo mai visto nulla del genere”. In queste parole si è condensato lo spaesamento di tanti testimoni delle violenze che segnarono le strade di Genova nei giorni del vertice del G8, fra il 20 e il 22 luglio 2001. Un’incredulità ispirata anche dalle immagini televisive, spesso amatoriali, lungo uno degli eventi mediatici più ‘coperti’ nella storia.

L’uccisione di Carlo Giuliani, le cariche della polizia, le manganellate a freddo, le devastazioni del blocco nero, il sangue: abbiamo rivisto ogni cosa, spesso nei modi di un’informazione distorta, spiccia, o voyeuristica, più raramente in quelli di una ricostruzione ragionata. Solo ciò che è accaduto dentro lascuola Diaz ci è stato impossibile vedere.Dell’irruzione della polizia e del pestaggio che si è svolto all’interno dell’improvvisato dormitorio dei manifestanti, ci sono rimaste solo le successive immagini dei feriti, delle ambulanze e della calca in via Cesare Battisti. Oggi – undici anni dopo – quei fatti costituiscono il cuore della coinvolgente ricostruzione cinematografica di Daniele Vicari. (more…)

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Il film, interpretato e diretto da Denzel Washington, racconta una storia vera: le sfide “oratorie” del gruppo di dibattito del college nero di Wiley, nel Texas degli anni 30.

Sfide in cui due gruppi di ragazzi (di ciascun college) dovevano argomentare a favore e contro un determinato argomento: i sussidi governativi e la disoccupazione, la necessità di scuole separate per bianchi e ragazzi di colore, la disobbedienza civile ..
I quattro ragazzi di Wiley, diretti dal professor Melvin Tolson (professor nonché poeta e sindacalista), arrivarono a battere il gruppo di oratori di Harvard.
In una sfida  dove l’asserzione su cui dibattere riguardava la disobbedienza civile, questo è il discorso finale di James Leonard Farmer Junior: è sempre giusto rispettare le leggi? Anche quando sai che lo sceriffo non farà nulla per difendere un nero dal linciaggio (il cui nome deriva dallo schiavista Willy Linch)? (more…)

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L’eterna lotta tra bene e male, tra femminile e maschile, tra forza costruttrice e forza distruttrice, tra Fede e Ragione. Malick mette in scena un conflitto interiore che accompagna il protagonista (e forse anche il regista) nell’arco della sua vita: scegliere tra la strada “stretta” dell’amore o la strada “larga” e comoda del cinismo? Nel mezzo i perchè a cui ogni uomo cerca risposta: il dolore, la morte, la vita. La ciclicità di un flusso che scorre ininterrotto da millenni e che non si può arrestare. “Se non ami, la tua vita passerà in un lampo”. Ma arrivare a una risposta è un percorso tortuoso, fatto di salite e bruschi risvegli. (more…)

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Terzani, dialogo su vita e morte .”Più che un film un’esperienza unica”.

“La fine è il mio inizio”, dall’omonimo bestseller del grande giornalista scomparso: senza alcun cedimento allo spettacolo, il confronto tra il protagonista (Bruno Ganz) e suo figlio Folco, interpretato da Elio Germano. Che ricorda i suoi due mesi sul set. E il “vero” Folco racconta suo padre: “Era un esploratore, un pellegrino a pagamento”.

ROMA - E’ una sfida alle leggi dell’intrattenimento a ogni costo La fine è il mio inizio, film tedesco con Bruno Ganz ed Elio Germano tratto dall’omonimo bestseller di Tiziano Terzani (edito da Longanesi). E lo è per il coraggio di costruire un’opera cinematografica solo sulle parole, sugli sguardi e sui silenzi dei protagonisti, oltre che sulla bellezza di un paesaggio incontamitato. Nessuna scena anche vagamente d’azione, nessuna indulgenza verso il melodramma. Ma invece lo sviscerare tanti temi di solito rimossi, specie su grande schermo: la vita, la morte, la malattia, il rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda. Il tutto raccontato attraverso le riflessioni del grande giornalista e scrittore (scomparso nel 2004), giunto alla fase terminale del cancro che lo ha portato via, e affidate alla memoria del figlio Folco.

LA VIDEOINTERVISTA 1LE IMMAGINI 2IL TRAILER 3

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Assegnati a Los Angeles i premi più ambiti del cinema: il grande vincitore è il film di Tom Hooper, che strappa anche le statuette per la regia, l’interprete principale e la sceneggiatura originale. Sconfitto “The Social Network”, “Il Grinta” a bocca asciutta. Scontato il riconoscimento alla protagonista del “Cigno Nero”.

Ha sbaragliato qualsiasi concorrente, trionfando in tutte le categorie più importanti: è Il discorso del Re il miglior film di questa edizione 2011 degli Oscar, che si è svolta ieri sera (le prime ore del mattino qui in Italia) al Kodak Theatre di Los Angeles. La pellicola diretta da Tom Hooper conquista anche la statuetta per il miglior attore con la vittoria, scontatissima, di Colin Firth, e quelle per la migliore regia e per la migliore sceneggiatura originale. Quattro riconoscimenti pesantissimi, che relegano i principali avversari in secondo piano: l’aspirante più agguerrito, The Social Network di David Fincher, deve accontentarsi della sceneggiatura non originale, del montaggio e della colonna sonora (di Trent Reznor e Atticus Ross); Inception di Christopher Nolan di riconoscimenti tecnici come fotografia, effetti visivi, sonoro, montaggio sonoro. Ma il vero sconfitto è il grinta dei fratelli Coen, che aveva fatto il pieno di candidature, e che resta a bocca asciutta.

FOTO: VINCITORI 1- LOOK 2DETTAGLI DA STAR 3MRS FIRTH 4 / VIDEO 5 (more…)

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I premi assegnati dalla stampa straniera di Hollywood decretano il trionfo della pellicola di Fincher su Facebook tra i drammi, e “I ragazzi stanno bene”. Firth e Portman migliori attori. “Io sono l’amore” di Guadagnino battuto dalla Bier.

NIENTE da fare. Ancora una volta, l’Italia registra un’amara sconfitta, nella cosiddetta “awards season” hollywoodiana: alla cerimonia di consegna dei Golden Globe  -   i premi assegnati dalla stampa straniera di Los Angeles, considerati la più importante e credibile  anticipazione degli Oscar – Io sono l’amore di Luca Guadagnino, candidato come miglior film straniero, è stato battuto da In un mondo migliore della danese Susanne Bier.

Per il resto, la serata ha rispettato tutte le aspettative della vigilia: a prevalere su tutti, in questa edizione numero 68, è The Social Network. Il film sulla nascita di Facebook ha portato a casa il premio più importante, quello per il miglior film drammatico. insieme ai globi per il miglior regista, David Fincher, per il miglior sceneggiatore, Aaron Sorkin, e per la migliore colonna sonora. The Fighter, dramma sul mondo della boxe, vince invece grazie ai suoi interpreti non protagonisti, Christian Bale e Melissa Leo. Ancora, I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko, che racconta la crisi di una coppia lesbica e della loro non convenzionale famiglia, ha vinto la statuetta per la migliore commedia e ha visto Annette Benning vincere fra le attrici brillanti, battendo la sua partner sullo schermo stessa costar Julianne Moore.

Prevedibilissima anche la scelta di Colin Firth come migliore attore drammatico per la sua interpretazione di Giorgio VI in Il discorso del re: l’attore dal palco ha ringraziato la moglie italiana Livia “senza la quale la giornata non ha senso”. Scontata pure la vittoria di Natalie Portman nella analoga categoria femminile per la sua interpretazione di una ballerina psicopatica in Black Swan di Darren Aronofsky: l’attrice, tra l’altro, è in dolce attesa, aspetta un bimbo col Banjamin Millepied, conosciuto proprio sul set. Tra gli attori brillanti, ha vinto Paul Giamatti per La versione di Barney lasciando a bocca asciutta Johnny Depp che era presente con due candidature, per Alice in Wonderland e The Tourist. (more…)

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Il regista alle prese con tre storie ravvicinate con la morte. Emoziona e sorprende.

Aldilà, significa questo “hereafter” ed è strano che a parlarne sia proprio Clint Eastwood.

Non è un film di genere.

Lo immaginiamo razionale, insensibile alle suggestioni, silente di fronte ai cialtroni che dicono di parlare con i morti.
E infatti Hereafter non è un film di genere. Di nessun genere. Non un film che parla di fantasmi e nemmeno un horror con pretese metafisiche. Anzi, è un film che deluderà i credenti del soprannaturale e gli ammiratori dei medium alla Rosemary Altea.
Al contrario, attirerà l’attenzione degli scettici e dei laici.

Tre esperienze ravvicinate con la morte

I protagonisti di tre storie differenti hanno un’esperienza ravvicinata con la morte. A Parigi lavora Marie (Cècile de France), giornalista affermata di France2, che ha da poco vissuto un’esperienza traumatica nel tragico tsunami indonesiano.

A San Francisco cerca di vivere come può George (Matt Damon), un uomo che ha la facoltà, per lui terribile, di conversare con i defunti.
A Londra Marcus ha appena perso il fratellino (gemello) e la madre alcolizzata non può occuparsi di lui. Sarà affidato agli assistenti sociali…
Impossibili non essere trascinati subito nel racconto. Ci pensano le immagini dell’onda anomala ricreate al computer, che farà vivere a Marie -o quantomeno le farà credere di averla vissuta – una breve esperienza nell’aldilà.  

Il racconto riesce a non impantanarsi

Questo basterebbe a far alzare dalla poltrona un ateo ferreo, ma è qui che il genio di Eastwood mostra tutta la sua forza. Il racconto non s’impantana nell’affannosa ansia di spiegare quello che sta accadendo ma tira dritto rilanciando la posta. George se tocca le mani di qualcuno si mette subito in contatto con i suoi defunti. Marcus non accetta la morte del fratellino, non l’accetta fino a quando non riuscirà a parlargli.

Il film è retto soprattutto da una sceneggiatura potente, scritta da Peter Morgan (lo stesso di the Queen e Frost-Nixon), dalla distanza con cui Eastwood s’impone di guardare alla storia che racconta, senza rinunciare alle sue magie: gli scorci delle città, la pietas dei suoi personaggi, la brutalità con cui è filmato l’irreparabile, i piccoli dettagli che fanno grande un racconto. (more…)

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Ho visto “La bellezza del somaro” della coppia Mazzantini-Castellitto. Non ho mai particolarmente amato nessuno dei due, ma questo è un buon film, ricco di spunti. La storia è semplice, una coppia di professionisti 45-50enni, colti, boghesi, sensibili a quasi tutte le icone della cultura di sinistra, un po’ radical-chic, figli diversi della psicanalisi, sensibili all’ambiente, con una figlia adolescente, devono fronteggiare una novità che ha dell’indecente: la loro figlia è una Lolita soft, e porta a casa il suo “fidanzato” settantenne (un poetico Enzo Jannacci). Una sorta di “Indovina chi viene a cena” aggiornato ai nostri giorni, in cui essere nero non è più inaccettato ma essere vecchi è ritenuto culturalmente intollerabile.

La trama è esile, come si vede, e non sta in quella l’interesse del film. La pellicola è, in realtà, un buon affresco della generazione dei baby-boomers nostrani, appunto i 40-50enni, che come dice uno dei personaggi (con una battuta destinata a rimanere alla storia, forse non solo del cinema): “quando eravamo figli noi, i figli non contavano un cazzo. Ora che siamo genitori, i genitori non contano un cazzo”. Sintesi quasi perfetta di una generazione malnata. I due protagonisti (Castellitto – Morante) sono un architetto affermato che viene dal niente e una psicoterapeuta figlia di “un grande lacaniano”. Sono ansiosi, instabili, si fanno dominare dalla colf ucraina, dalla figlia adolescente, da una madre disinibita e snob, da un’amante (di lui) bella e spregiudicata, dai pazienti (di lei) bizzarri e invadenti, perfino dagli amici, coetanei instabili e discutibili, e da un settantenne che li sovrasta perché ha una propria dimensione esistenziale, è sereno, ed è dunque troppo più saldo di loro.

Figli degli anni Ottanta, nipoti di una generazione di ferro, i due protagonisti hanno confuso il benessere economico e sociale con l’armonia esistenziale, rimpiangono la moto che non hanno avuto (o con cui non sono mai andati a fare le vacanze in Corsica, mito inossidabile della generazione malnata), sono costantemente in ansia per questi mostriciattoli aggressivi e sputasentenze che sono i loro figli, per i quali sono eternamente in ansia, preoccupati di parlargli (troppo), di esserne amici (troppo), incapaci di far loro da modelli. (more…)

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