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		<title>Maurizio Crozza &#8211; BALLARO&#8217; del 31/01/2012 &#8211; L’Italia è una Repubblica fondata sulla ricerca del lavoro.</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 21:22:17 +0000</pubDate>
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		<title>Tagli col trucco per la Casta. Sono applicati agli aumenti dei parlamentari.</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 12:27:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>triskel182</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A fine mese la busta paga degli onorevoli sarà la stessa perché la riduzione riguarda solo l&#8217;aumento previsto per il passaggio al sistema contributivo. I risparmi sugli stipendi andranno in un fondo che sarà a disposizione degli stessi deputati. Sì al taglio dello stipendio dei deputati, ma labusta paga a fine mese sarà la stessa, non un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27128&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://triskel182.files.wordpress.com/2012/01/voto_rendiconto_interna.jpg"><img class="alignleft  wp-image-27129" title="voto_rendiconto_interna" src="http://triskel182.files.wordpress.com/2012/01/voto_rendiconto_interna.jpg?w=236&#038;h=122" alt="" width="236" height="122" /></a>A fine mese la busta paga degli onorevoli sarà la stessa perché la riduzione riguarda solo l&#8217;aumento previsto per il passaggio al sistema contributivo. I risparmi sugli stipendi andranno in un fondo che sarà a disposizione degli stessi deputati. </strong>Sì al taglio dello stipendio dei deputati, ma la<strong>busta paga</strong> a fine mese sarà la stessa, non un euro di meno. Con ulteriore beffa finale, perché i frutti del (finto) risparmio andranno in un bel<strong>fondo</strong> che sarà a disposizione – guarda un po’ – degli stessi <strong>deputati</strong>. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/monti-accelera-sugli-stipendi-dipendenti-pubbliciinviato-provvedimento-tetto-massimo/187770/">La riduzione di cui si parla è proprio quel taglio delle indennità che tiene banco da mesi tra mille polemiche, come segnale “in sintonia con il rigore che la grave crisi economica-finanziaria impone a tutti</a>”.</p>
<p>Come è andata a finire? Alla fine di un lungo percorso costellato da promesse, altolà e dispute sugli importi (con tanto di commissione ad hoc) finalmente la <strong>Camera</strong> ha deciso: ieri ha detto sì al taglio dello stipendio degli onorevoli proposto dall’Ufficio di presidenza per <strong>1.300 euro lordi</strong>, 700 euro netti. Strette di mano, comunicati che di grande soddisfazione. “Ecco, noi siamo in linea con gli italiani”, è il motto. Ma sarà poi vero? No. Perché la decurtazione delle indennità fa uscire quei soldi dalla porta della Camera ma la <strong>riforma della previdenza</strong> li fa rientrare dalla finestra, paro paro. Non un euro di meno.<span id="more-27128"></span></p>
<p>Così, a fine mese, la busta paga della casta è la stessa: 11.200 euro netti di indennità di base sui quali cumulare tutte altre voci. Nessun taglio, dunque. Il segreto è tutto nelle nuove norme previdenziali che si estendo ovviamente anche ai parlamentari, che sono scattate il primo gennaio scorso. Passando dal sistema retributivo a quello <strong>contributivo</strong>, i deputati si sarebbero visti lievitare la busta paga di circa 700 euro netti al mese, perché non è più loro chiesto di versare tutti e due i contributi che versavano prima: uno per il vitalizio (1.006 euro al mese) e uno previdenziale (784,14 euro al mese), oltre alla quota assistenziale (526,66 euro al mese). La riforma delle pensioni avrebbe toccato solo marginalmente i deputati in carica (un anno su 5 di legislatura), che avrebbero recuperato ben più di quello svantaggio con i 700 euro netti in più in busta paga.</p>
<p>Il passaggio dal sistema retributivo al contributivo, per farla breve, si sarebbe tradotto in 1300 euro al mese in più in busta paga, a causa dei differenti criteri di <strong>tassazione</strong>. Il maxi aumento, difficile da giustificare in questa congiuntura, è stato scongiurato introducendo una sforbiciata di pari importo. Più che di un taglio, si tratta dunque della<strong> sterilizzazione di un aumento</strong>. E poi la vera beffa finale: i tagli agli stipendi non torneranno agli italiani. Quelle somme andranno in un fondo a parte. Per cosa? Per gli stessi deputati. Lo anticipa il questore del Pdl, <strong>Antonio Mazzocchi</strong>, che in serata ha spiegato “questi 1.300 euro che verranno tagliati saranno accantonati in un fondo a tutela di eventuali ricorsi da parte dei deputati”. Insomma, quei soldi non usciranno mai da Montecitorio. Resta la magra consolazione della revisione del <strong>sistema dei rimborsi</strong>: finalmente dovranno essere motivati da ricevute. Ma anche qui c’è il trucco. Solo la metà di quelli presentati dovranno avere una giustificazione, l’altra no. Così si potrà decidere discrezionalmente cosa è opportuno farsi rimborsare e cosa invece è meglio lasciare senza indicazione della causale. “Un’operazione trasparenza non trasparente”, scrive il<strong> Sole24Ore</strong> di oggi in un corsivo.</p>
<p>Caustici, ovviamente, i commenti dei giornalisti cui il trucco non è sfuggito. “Se la notizia degli stipendi aumentati fosse uscita, li avrebbero linciati. Così hanno deciso non di tagliarsi lo stipendio, ma di rinunciare a quell’aumento. Provando a fare bella figura gratis davanti a tutti”,<a href="http://www.liberoquotidiano.it/blog/2176/Macche-tagli-di-stipendio-Ai-deputati-resta-la-stessa-busta-paga-di-prima.html#.TycMtz8Hgxk.blogger" target="_blank">ragiona <strong>Franco Bechis</strong> sul suo blog</a>. E sicuramente oggi risultano un po’ stonate le dichiarazioni di soddisfazione e gli annunci in pompa magna del corpus politico. A partire da quello di<strong>Gianfranco Fini</strong> che appena ricevuto il sì ha iniziato a cinguettare su Twitter “taglio del 10 per cento allo stipendio dei deputati presidente della Camera, vicepresidenti, questori e presidenti di commissione”. Un taglio, si è visto, a salve. E che dire di <strong>Rocco</strong> <strong>Buttiglione</strong>, vicepresidente della Camera, che ieri ha parlato di “sacrifici per essere credibili”. Oppure di <strong>Guido</strong> <strong>Crosetto</strong> che sulla scorta del (finto) taglio ha invocato nuove e analoghe misure contro i privilegi parlamentari. “Il 2012 deve iniziare all’insegna della sobrietà per tutti gli italiani, ma soprattutto per i politici”, ha invece affermato il vice presidente del Fli, <strong>Italo</strong> <strong>Bocchino</strong>.</p>
<p>Ma la storia non è finita. Perché oggi sarà un’altra giornata di tagli strombazzati e annunci roboanti. Perché oggi al Senato tocca pronunciarsi su decisioni simili a quelle della Camera con l’approvazione del superamento del sistema dei vitalizi e la riduzione del 10 per cento di tutte le indennità aggiuntive di funzione, del Consiglio di presidenza e delle presidenze di Commissione. “Inoltre, opereremo sulle indennità dei parlamentari, sempre con tagli analoghi a quelli adottati a Montecitorio”, annuncia il senatore del Pdl <strong>Angelo Maria Cicolani</strong>, questore di palazzo Madama. “In questo modo – assicura Cicolani – il Parlamento ristabilirà un rapporto di assoluta credibilità con gli elettori e daremo una risposta concreta a chi chiede di ridurre i costi della politica in tempo di crisi”. Bene, si è visto come.</p>
<p>Da Il Fatto Quotidiano del 31/01/2012.</p>
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		<title>&#8220;Giusta causa&#8221; (Patorno).</title>
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		<title>Stanno privatizzando il diritto del lavoro (Umberto Romagnoli).</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 12:12:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;articolo 8 della manovra anti-crisi di ferragosto (legge 148/2011) spiana la strada alla disseminazione di una quantità imprecisabile di particolarismi regolativi incistati nelle periferie aziendali e/o territoriali del sistema paese. Il che lascia prevedere l&#8217;incontrollata disgregazione di un corpus normativo come il diritto del lavoro che, sia pure con fatica, aveva acquistato ed era riuscito [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27120&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;articolo 8 della manovra anti-crisi di ferragosto (legge 148/2011) spiana la strada alla disseminazione di una quantità imprecisabile di particolarismi regolativi incistati nelle periferie aziendali e/o territoriali del sistema paese. Il che lascia prevedere l&#8217;incontrollata disgregazione di un corpus normativo come il diritto del lavoro che, sia pure con fatica, aveva acquistato ed era riuscito a conservare una propria organicità e una propria identità. Per questo tutti i commentatori concordano che l&#8217;articolo 8, anche se la mentalità perversa del suo autore gli attribuisce una valenza liberatoria, ha materializzato un incubo da Apocalisse. Finora, però, non è stato notato che in greco questa parola non significa soltanto distruzione. Significa anche rivelazione di cose nascoste.<span id="more-27120"></span><br />
In effetti, è come se l&#8217;art. 8 sollevasse un velo, rendendo palese quel che celava una prassi circondata da vasti consensi. La norma cioè estremizza la logica privatistica sulla quale si è venuto costruendo con dogmatica durezza, nel dopo-Costituzione, l&#8217;impianto politico-culturale di un settore cruciale dell&#8217;esperienza giuridica. Pur non essendone a rigore la conseguenza necessitata e inevitabile, non segna nemmeno una netta cesura. Tutt&#8217;al contrario, si colloca lungo una linea di continuità col processo di de-costituzionalizzazione che ha fatto defluire ed ha allontanato il lavoro, le sue regole e il sindacato, dalla sfera dell&#8217;interesse pubblico rappresentato dallo Stato e presidiato dalle leggi. Essendone l&#8217;approdo finale, la norma ne svela l&#8217;interna coerenza di svolgimento fino a celebrarne l&#8217;apologia. Peraltro, l&#8217;autore dell&#8217;art. 8 si propone di andare oltre la dissoluzione in ambito privatistico del diritto del lavoro. Si propone di esorcizzare programmi di politica del diritto che, come lo Statuto dei lavoratori, sono uno sviluppo deduttivo del seguente principio: senza la libertà dei privati il lavoro non può spostare in avanti l&#8217;equilibrio dei rapporti di forza col capitale, ma la libertà dei privati da sola non basta a metterlo in sicurezza. Ecco, allora, il messaggio trasmesso dall&#8217;art. 8: lo Stato con le sue leggi e i suoi apparati coercitivi o di controllo deve rimpicciolire il suo ruolo, ritrarsi e poi sparire dall&#8217;orizzonte del diritto sindacale e del lavoro &#8211; irrilevante essendo che lo Stato abbia la forma di «una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Fondata sul lavoro legale, la cui accessibilità essa medesima si obbliga a promuovere (art. 4), retribuito con un salario «sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un&#8217;esistenza libera e dignitosa» (art. 36), protetto da un welfare idoneo a fornire mezzi adeguati per fronteggiare situazioni di bisogno (art. 38), munito del diritto di auto-organizzarsi, sia per negoziare i trattamenti minimi inderogabili (art. 39), che per gestire la lotta sindacale (art. 40).<br />
La descritta chiave di lettura dell&#8217;art. 8 offre la ghiotta opportunità di verificare come e quanto i fideismi possano alla fine risultare deleteri, malgrado la bontà delle motivazioni originarie. Con ciò intendo dire che non ha senso demonizzare l&#8217;opzione di politica del diritto, risalente agli anni Cinquanta, secondo la quale la privatizzazione del diritto sindacale e del lavoro è sinonimo di libertà intesa come potere dei privati di gestire i propri interessi senza le stampelle del potere pubblico e dunque senza doverne pagare il prezzo. Sarebbe saggio, invece, contestualizzarla.<br />
La ripresa degli studi giuridici decollò sull&#8217;onda di un&#8217;indignazione per l&#8217;orgia pubblicistica dell&#8217;età fascista che faceva apparire prioritaria l&#8217;esigenza di evitare ogni contaminazione con un regime che aveva vampirizzato il diritto sindacale, trasformandolo in altro-da-sé, e aveva penalizzato il diritto del contratto di lavoro, riducendone drasticamente lo spazio di autonomia creativa che soltanto il conflitto sociale può procurargli. Viceversa, il rischio di contaminazioni era nelle cose, dal momento che si era concordemente deciso di demandare la responsabilità politica di defascistizzare l&#8217;ordinamento (ereditato con beneficio d&#8217;inventario stante la pessima fama del de cuius) alle future maggioranze parlamentari e, nel frattempo, al ceto professionale politicamente meno responsabile e culturalmente più legato al passato: ossia, ai giudici ordinari, al giudice delle leggi (che si sarebbe insediato soltanto nella seconda metà degli anni Cinquanta) e in genere agli operatori giuridici. Come dire che la giovane democrazia ha dovuto imparare a vivere senza Costituzione &#8211; e non solo in materia sindacale e del lavoro &#8211; perché occorreva tempo per bonificare il terreno nel quale era germogliata la normativa fascista. E ciò soprattutto perché il giudizio di disvalore che si era guadagnato la legificazione cingolata emanata in età fascista non era affatto generalizzato; anzi, erano in molti a ritenere che fosse possibile democratizzarla previo un intelligente maquillage. In un clima culturale così ambiguo, la soluzione della disputa sull&#8217;attuazione dell&#8217;art. 39 (che portava con sé, per una sorta di automatismo, l&#8217;attuazione dell&#8217;art. 40 secondo il quale lo sciopero è «un diritto che si esercita nell&#8217;ambito delle leggi che lo regolano») venne facilitata dalla larga condivisione del pregiudizio favorevole di cui godeva il diritto privato codificato nel 1942.<br />
Un pregiudizio avvalorato da un&#8217;accomodante storiografia, secondo la quale l&#8217;elaborazione del codice era riuscita a sottrarsi a pesanti compromissioni col regime. Pertanto, l&#8217;ancoraggio privatistico del diritto sindacale e del lavoro venne enfatizzato perché consentiva di dare una giustificazione politico-culturale ad un&#8217;inadempienza costituzionale. L&#8217;essenziale era che a un movimento sindacale come il nostro, con enormi ritardi da colmare quanto a esperienza di libertà, non fosse negata la chance di costruirsi la sua al di fuori di schemi regolativi prefabbricati con materiali avariati.<br />
Insomma, la delegittimazione della costituzione del 1948 in materia sindacale e del lavoro è iniziata in nome della democrazia.<br />
Buttato lì con una franchezza che rasenta la ruvidità, l&#8217;assunto fa una certa impressione. Eppure, è ovvio che la Cgil non si fidasse di un Parlamento che nell&#8217;età dei governi centristi detestava tutto ciò che aveva odore di sinistra di classe e che, da parte sua, la neo-nata Cisl premesse sulla Dc per dissuaderla dall&#8217;approvare una legge che, trasferendo il principio di maggioranza nella dinamica delle relazioni collettive di lavoro formulato dall&#8217;art. 39, rischiava di strozzarla nella culla. Casomai, bisognerebbe chiedersi quale significato abbia finito per acquistare la disattivazione costituzionale che i sindacati hanno continuato a reclamare anche dopo che la Cisl, raggiunte le dimensioni di un&#8217;organizzazione di massa, non aveva più bisogno di protezioni; dopo che il Muro di Berlino è crollato e la conventio ad excludendum su cui si reggeva la Repubblica dei partiti non è un esangue anacronismo soltanto per Silvio Berlusconi &#8211; anche perché non si sa che fine abbia fatto la sinistra: desaparecida come un soldato spedito al fronte i cui cari attendono con apprensione il ritorno a casa, c&#8217;è chi dice che sia morta, chi dice che sia prigioniera del nemico, chi dice che abbia disertato.<br />
Il tasso di ascolto della reiterata denuncia del pericolo mortale che correrebbe il lavoro a gravitare nell&#8217;orbita del diritto dello Stato per il quale si è combattuta una guerra civile è troppo elevato per non insospettire. Il fatto è che fa comodo crederci, allo Stato e ai partiti, perché li de-responsabilizza in ordine all&#8217;attuazione di mezza Costituzione; che viene così appaltata a soggetti privati il cui coinvolgimento istituzionale si sviluppa in una cornice di bassa politica.<br />
Per questo, domina la tendenza a premiare la fatalistica credenza dell&#8217;immutabilità di ciò che, dovendo essere, è stato &#8211; irrilevante essendo l&#8217;entità dello sbrego subito dal tessuto della democrazia costituzionale.<br />
Infatti, a furia di rivendicare all&#8217;auto-determinazione delle parti sociali la regolazione del lavoro e del sindacato, un poco alla volta esse hanno finito col maturarne una concezione proprietaria finalizzata alla crescita del loro potere di rappresentanza ed al consolidamento organizzativo del loro ruolo. Ne costituisce un sicuro indizio la postilla dell&#8217;accordo del 28 giugno 2011 dalla quale si desume che le confederazioni giudicano l&#8217;art. 8 non tanto come un indebolimento della tutela del lavoro quanto piuttosto come un fattore di disturbo della propria primazia.<br />
È un sintomo che pesca nel profondo. Per questo, bisognerebbe analizzarlo. Sia pure dicendo, con Massimo Troisi, «scusate il ritardo».</p>
<p>Da Il Manifesto del 31/01/2012.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/triskel182.wordpress.com/27120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/triskel182.wordpress.com/27120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/triskel182.wordpress.com/27120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/triskel182.wordpress.com/27120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/triskel182.wordpress.com/27120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/triskel182.wordpress.com/27120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/triskel182.wordpress.com/27120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/triskel182.wordpress.com/27120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/triskel182.wordpress.com/27120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/triskel182.wordpress.com/27120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/triskel182.wordpress.com/27120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/triskel182.wordpress.com/27120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/triskel182.wordpress.com/27120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/triskel182.wordpress.com/27120/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27120&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Zona cesarini.</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 12:02:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il taglio è arrivato in zona cesarini, ma è arrivato: 1300 euro lordi di taglio allo stipendio dei parlamentari (che significa 700 euro netti in meno). Era l&#8217;unica strada per rendere digeribili le prossime riforme su lavoro e ammortizzatori sociali. Da unoenessuno.blogspot.com<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27117&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il taglio è arrivato in zona cesarini, ma è arrivato:</strong> <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/monti-accelera-sugli-stipendi-dipendenti-pubbliciinviato-provvedimento-tetto-massimo/187770/">1300 euro lordi di taglio a</a>llo stipendio dei parlamentari (che significa 700 euro netti in meno).</p>
<p>Era l&#8217;unica strada per rendere digeribili le prossime riforme su lavoro e ammortizzatori sociali.</p>
<p>Da unoenessuno.blogspot.com</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/triskel182.wordpress.com/27117/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/triskel182.wordpress.com/27117/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/triskel182.wordpress.com/27117/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/triskel182.wordpress.com/27117/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/triskel182.wordpress.com/27117/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/triskel182.wordpress.com/27117/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/triskel182.wordpress.com/27117/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/triskel182.wordpress.com/27117/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/triskel182.wordpress.com/27117/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/triskel182.wordpress.com/27117/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/triskel182.wordpress.com/27117/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/triskel182.wordpress.com/27117/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/triskel182.wordpress.com/27117/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/triskel182.wordpress.com/27117/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27117&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;AMACA del 31/01/2012 (Michele Serra).</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 11:18:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Al di là dello sgarbo formale, il mancato omaggio dei dirigenti del Pdl al feretro del presidente Scalfaro è perfettamente comprensibile. Per il berlusconismo, niente poteva essere più odioso di un uomo di destra fedele alla Repubblica, alla Costituzione e alle loro radici antifasciste. Non bastasse questa distanza politica, lo scontro era anche tra due [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27114&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al di là dello sgarbo formale, il mancato omaggio dei dirigenti del Pdl al feretro del presidente Scalfaro è perfettamente comprensibile. Per il berlusconismo, niente poteva essere più odioso di un uomo di destra fedele alla Repubblica, alla Costituzione e alle loro radici antifasciste. Non bastasse questa distanza politica, lo scontro era anche tra due stili, due concezioni opposte della condotta pubblica così come dell&#8217;aplomb privato. Uomini come Scalfaro erano l&#8217;incarnazione stessa di una destra severa e costumata &#8211; la destra dei padri &#8211; che guardava alla nuova destra populista, consumista e catodica con evidente disprezzo e manifesta sfiducia. Scalfaro, in questo senso, ha rappresentato sul fronte cattolico quello che Montanelli rappresentò sul fronte laico: una irriducibile resistenza, da conservatori classici, ai mezzi così come ai fini della nuova destra populista, con l&#8217;aggravante di non poter essere certo liquidati come &#8220;comunisti&#8221;. <span id="more-27114"></span>Colpisce &#8211; e molto &#8211; constatare come tra le due destre quella che pareva minoritaria e piegata dalla storia, quella di Scalfaro, oggi sia in campo (anche nel governo) con un vigore insospettabile. Mentre quell&#8217;altra, che fino a pochi mesi fa pareva invincibile, per farsi notare è costretta a disertare un lutto di Stato.</p>
<p>Da La Repubblica del 31/01/2012.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/triskel182.wordpress.com/27114/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/triskel182.wordpress.com/27114/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/triskel182.wordpress.com/27114/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/triskel182.wordpress.com/27114/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/triskel182.wordpress.com/27114/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/triskel182.wordpress.com/27114/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/triskel182.wordpress.com/27114/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/triskel182.wordpress.com/27114/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/triskel182.wordpress.com/27114/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/triskel182.wordpress.com/27114/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/triskel182.wordpress.com/27114/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/triskel182.wordpress.com/27114/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/triskel182.wordpress.com/27114/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/triskel182.wordpress.com/27114/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27114&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Monti non molla: via l&#8217;art. 18 (Antonio Sciotto).</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 11:15:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>triskel182</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sciotto]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[contratti]]></category>
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		<category><![CDATA[Monti non molla: via l'art. 18]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Niente reintegro per i neo assunti: per loro soltanto un risarcimento. Il Pd resta diviso Sul tema caldissimo dell&#8217;articolo 18 continuano a rincorrersi voci e indiscrezioni sul tavolo che si riaprirà domani: ieri la giornata è stata dominata da una presunta «novità» pubblicata da Repubblica, secondo cui il governo vorrebbe proporre ai sindacati la cancellazione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27112&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Niente reintegro per i neo assunti: per loro soltanto un risarcimento. Il Pd resta diviso</strong></p>
<p>Sul tema caldissimo dell&#8217;articolo 18 continuano a rincorrersi voci e indiscrezioni sul tavolo che si riaprirà domani: ieri la giornata è stata dominata da una presunta «novità» pubblicata da Repubblica, secondo cui il governo vorrebbe proporre ai sindacati la cancellazione dell&#8217;articolo 18 solo per i neo assunti, «salvando» chi già oggi gode di questo diritto. Ma è praticamente la scoperta dell&#8217;acqua calda, dato che Mario Monti sin dal suo insediamento ha ripetuto che non verranno toccati i diritti acquisiti (operazione che, tra l&#8217;altro, avrebbe implicazioni di carattere costituzionale) e che si cambieranno le regole solo per i nuovi ingressi. Dall&#8217;altro lato, sembrerebbe prevalere di nuovo l&#8217;ipotesi Ichino (articolo 18 mai, ma un risarcimento al posto del reintegro) rispetto a quella Boeri-Garibaldi (che invece prevede la «maturazione» dell&#8217;articolo 18 pieno alla fine dei tre anni). <span id="more-27112"></span><br />
Anche in quest&#8217;ultimo caso, in realtà nessuna vera novità in senso letterale: è un «rimpallo» tra teorie giuslavoristiche cui siamo abituati da mesi, ma piuttosto pare rafforzarsi la messa in soffitta totale della giusta causa e del reintegro, al contrario di quello che vorrebbe la maggioranza del Pd (che ha di fatto sposato la Boeri-Garibaldi con il suo «Cui», Contratto Unico d&#8217;Ingresso), a favore delle preferenze totalmente liberiste del professor Ichino (e, almeno personalmente, della stessa ministra Elsa Fornero).<br />
Ma ieri è stato anche il giorno del dibattito per via epistolare tra il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, e la segretaria della Cgil Susanna Camusso. Il primo, nel suo editoriale di domenica, aveva citato un discorso di Luciano Lama del 1978, in cui si invitava sostanzialmente il sindacato a farsi carico di sacrifici per responsabilità nazionale (tra l&#8217;altro, la moderazione salariale e una limitazione della cassa integrazione), vista la delicatezza del momento storico. Camusso, nella sua replica, non ha respinto l&#8217;idea della responsabilità nazionale, ma dall&#8217;altro lato ha sottolineato che «non siamo più nel 1978», che la realtà economica e sociale è molto diversa rispetto a 35 anni fa e che oggi «la priorità sono i lavoratori precari».<br />
Tra le prime macro-differenze rispetto al 1978, c&#8217;è, spiega la leader Cgil, «la distribuzione del reddito tra profitti e retribuzioni che non aveva lo squilibrio di oggi», mentre allo stesso tempo «la produttività decresce non per colpa dell&#8217;articolo 18 ma, al contrario, al crescere della precarietà, che non ha neanche incrementato l&#8217;occupazione, producendo invece quel lavoro povero su cui sarebbe bene interrogarsi».<br />
Al tavolo con il governo, ricorda ancora Camusso, «ci siamo trovati di fronte a un documento del ministro non condiviso da nessuno». «Pensiamo sia utile proporre un negoziato vero e non affidarsi a ricette preconfezionate il cui fallimento è nei numeri della precarietà e della disoccupazione &#8211; aggiunge infine &#8211; Siamo i primi ad apprezzare che l&#8217;Italia sia tornata al tavolo dei grandi, ma se ogni scelta presenta il conto solo al lavoro abbiamo il legittimo dubbio, anzi la certezza, che si affronta il &#8220;nuovo&#8221; con uno strumento antico e che il fine non sia far ripartire il paese ma &#8220;salvare il soldato Ryan&#8221;. Se sarà così non si salverà l&#8217;Italia ma una sua piccola parte, che forse non ha bisogno di salvarsi, perché lo fa già tra evasione, sommerso e lobbismo».<br />
La Cgil continua a portare avanti la proposta unitaria, basata su un apprendistato allungato fino a tre anni senza articolo 18 (ma dopo l&#8217;assunzione, incentivata da fondi pubblici, la tutela dovrebbe essere piena). Anche la Cisl è tornata a dire, con il segretario Giorgio Santini, che «bisogna migliorare apprendistato e inserimento, insieme agli ammortizzatori, abbandonando l&#8217;idea di demolire l&#8217;articolo 18».<br />
Il Pd mantiene con Stefano Fassina la proposta del Cui, ma resta di fatto «polarizzato» tra le posizioni opposte di Pietro Ichino e Cesare Damiano. Il primo, a L&#8217;aria che tira (La 7), ha detto che «la metà della forza lavoro in Italia è esclusa dall&#8217;articolo 18: la priorità adesso è quella di attivare un meccanismo che sostenga il reddito», mentre per il secondo «non si deve parlare di articolo 18, perché complica l&#8217;accordo: togliere questa tutela ai nuovi assunti, istituzionalizzerebbe la dualità e discriminazione che oggi si dice di voler combattere».</p>
<p>Da Il Manifesto del 31/01/2012.</p>
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		<title>Né arte né parte (Arnald).</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:39:12 +0000</pubDate>
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		<title>Concordia, il naufragio di un&#8217;epoca.Quei comandanti non contano più (Arturo Perez-Reverte*).</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>triskel182</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Arturo Perez-Reverte]]></category>
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		<category><![CDATA[Concordia il naufragio di un'epoca]]></category>
		<category><![CDATA[Costa Concordia]]></category>
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		<description><![CDATA[Da Conrad a Schettino, telefonini e Internet mutano il potere a bordo.  La notte del 14 aprile 1912, novantanove anni e nove mesi prima che lo scafo della Costa Concordia si squarciasse contro uno scoglio dell&#8217;isola toscana del Giglio, il Titanic affondava nel Nord dell&#8217;Atlantico trascinando con sé negli abissi 1.503 persone. Le operazioni di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27105&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da Conrad a Schettino, telefonini e Internet mutano il potere a bordo. </strong></p>
<p>La notte del 14 aprile 1912, novantanove anni e nove mesi prima che lo scafo della Costa Concordia si squarciasse contro uno scoglio dell&#8217;isola toscana del Giglio, il Titanic affondava nel Nord dell&#8217;Atlantico trascinando con sé negli abissi 1.503 persone. Le operazioni di evacuazione della nave furono condotte in modo disastroso. Il capitano Edward Smith, nonostante i trentaquattro anni di esperienza professionale, non si comportò da marinaio ma piuttosto come l&#8217;inetto direttore di un albergo di lusso, lanciando il primo Sos soltanto venticinque minuti dopo la collisione. Come se non bastasse, tardò a dare l&#8217;ordine di abbandonare la nave, minimizzando l&#8217;accaduto, e così la maggior parte dei passeggeri non si rese conto del pericolo finché non fu troppo tardi. Inoltre, l&#8217;inadeguato numero di scialuppe di salvataggio, il mare a temperatura sottozero e i venticinque minuti persi prima di chiedere soccorso, aggravarono il bilancio della tragedia.<span id="more-27105"></span><br />
Quattro settimane dopo, in un memorabile articolo pubblicato su <em>The English Rewiew</em>, Joseph Conrad paragonava la fine del Titanic all&#8217;affondamento, recente per l&#8217;epoca, del Douro: un&#8217;imbarcazione più piccola ma in proporzione con un numero analogo di passeggeri. Il Titanic era affondato lentamente, tra lo sconcerto e l&#8217;incompetenza di capitano ed equipaggio, mentre sul Douro, che colò a picco in pochi minuti, l&#8217;intero equipaggio, dal capitano al maggiordomo, tranne l&#8217;ufficiale al comando delle scialuppe di salvataggio e due marinai al timone su ognuna, annegò con la nave, senza fiatare, dopo aver messo in salvo tutti i passeggeri. Ma il Douro, concludeva Conrad, era una vera nave, guidata da un bravo capitano e da marinai professionisti che non persero né l&#8217;umanità né il sangue freddo. E non un mostruoso albergo galleggiante lanciato a una velocità di ventuno nodi in un mare costellato di iceberg, affidato alle cure di circa seicento poveri diavoli tra mozzi, inservienti, musicisti, animatori, cuochi e camerieri.<br />
Scritto un secolo fa, l&#8217;articolo di Conrad potrebbe adattarsi quasi in modo letterale al disastro della Costa Concordia. Nonostante il tempo e i progressi tecnologici intercorsi tra l&#8217;una e l&#8217;altra nave, si continua a non imparare dagli errori del passato e ad agire con colpevole arroganza e incompetenza evidenti per qualunque marinaio, ma non sempre per gli armatori né per gli ingegneri navali: la stazza esagerata delle grandi navi da crociera, la scarsa preparazione degli equipaggi, una fiducia cieca e suicida nella tecnologia, o nelle competenze professionali dei capitani e degli ufficiali al comando ne sono la conferma. A proposito di quest&#8217;ultimo aspetto, certi dettagli nel comportamento del capitano della Costa Concordia, Francesco Schettino, mi hanno molto colpito. E forse meritano di essere analizzati più a fondo di quanto abbia finora permesso il frastuono mediatico intorno all&#8217;incidente.<br />
Qualunque capitano di una nave ha due compiti inderogabili: guidare la sua nave con sicurezza e competenza, e, in caso di incidente o naufragio, garantire il salvataggio dei passeggeri, dell&#8217;equipaggio, del carico e, se possibile, della nave stessa. È questo il motivo per cui, in altri tempi, un capitano degno di questo nome a volte affondava insieme alla sua nave, poiché la sua presenza a bordo era garanzia che fino all&#8217;ultimo momento si fosse cercato di fare tutto il possibile. E così, un capitano capace di guidare bene una nave e di salvare, in caso di incidente o tragedia, la maggior parte delle vite e delle merci possibili, viene considerato, oggi come allora, un marinaio competente.<br />
Nel naufragio della Costa Concordia, a mio parere, il concetto di incompetenza è stato trattato con una certa leggerezza. Non credo che il capitano Schettino fosse un incompetente. Trent&#8217;anni di esperienza e un ottimo curriculum professionale l&#8217;hanno portato sul ponte di comando di quella nave da crociera. Percorreva una rotta conosciuta e la manovra di avvicinamento alla costa è comune in quel tipo di viaggi. Inoltre, dopo che si era aperta la falla nella carena poppiera — il che indicherebbe che la nave si stava già posizionando a dritta per evitare l&#8217;impatto —, la manovra di calare le ancore per far virare la nave di 180º, nonostante la sala macchine allagata e i motori fuori uso, sfruttando l&#8217;abbrivio in modo da accostarla alla riva ed evitare che affondasse in acque profonde, se confermata, sarebbe una manovra impeccabile, degna di un marinaio dotato di ottimi riflessi. Ma un&#8217;eccessiva sicurezza, una distrazione momentanea, un calcolo errato, un controllo superficiale della strumentazione, l&#8217;aver premuto due volte un tasto invece di tre, potrebbero essere bastati — alla velocità di 16 nodi in acque così poco profonde e con l&#8217;inerzia di una mole di diciassette piani e 114.500 tonnellate — a far sì che tra la scoperta dell&#8217;errore e il disastro passassero pochi secondi. Dubito che nessun marinaio di lungo corso possa affermare di non aver mai commesso un errore di navigazione o di manovra, seppur senza conseguenze, o con conseguenze diverse a seconda che ci si trovi in mare aperto e senza pericoli oppure in un passaggio stretto, di notte, nella nebbia o con il brutto tempo, o in prossimità di uno scoglio o di una secca, o a pochi metri dalla riva come nel caso della Costa Concordia.<br />
Pur applicando al capitano di una nave tutto il rigore giudiziario che il suo errore merita, è possibile comprendere la tragedia del marinaio. Simpatizzare con lui nonostante la disgrazia. Ma l&#8217;incompetenza o la vigliaccheria di un capitano nell&#8217;affrontare le conseguenze di un errore o della sfortuna, lo rendono indegno di qualunque simpatia. Una disgrazia può capitare per caso, ma non affrontarla con dignità è da vigliacchi. Il ruolo del capitano è fondamentale soprattutto quando a bordo le cose si mettono male. È lì che si vede se uno è un marinaio, o se non lo è. E Francesco Schettino, schiacciato da una responsabilità troppo grande per lui, ha dimostrato di non esserlo. Sottrarsi al suo dovere e alla sua coscienza — gli sconcertanti balbettii al telefono per rifiutarsi di tornare a bordo — è una vigliaccheria imperdonabile, che in tempi meno politicamente corretti, davanti a un tribunale navale di quelli di una volta, sarebbe stata punita con la forca.<br />
Mi sono fatto un&#8217;opinione personale sulla faccenda. Con l&#8217;avvento di Internet e della telefonia mobile che rendono estremamente facili le comunicazioni, la responsabilità di un marinaio si disperde tra aspetti estranei al mare e ai suoi problemi immediati. Nel caso della Costa Concordia sembra evidente. L&#8217;ufficiale che andò a controllare quanta acqua era entrata nella sala macchine cercò ripetutamente di informare il ponte di comando, senza ottenere risposta perché il capitano era impegnato al telefono. Di fatto, buona parte dei quarantacinque minuti trascorsi tra il momento dell&#8217;impatto (21.58), le menzogne alle autorità marittime di Livorno (22.10) e infine la confessione della presenza di una falla (22.43), come del resto il successivo quarto d&#8217;ora fino al segnale — sette fischi corti e uno lungo — di abbandonare la nave (22.58), quando ormai i membri dell&#8217;equipaggio e i passeggeri lo stavano facendo autonomamente da dieci minuti, Schettino li passò al telefono, non con le autorità né con i mezzi di soccorso, ma con il responsabile delle operazioni marittime della Costa Crociere. In altre parole: invece di occuparsi di mettere in salvo passeggeri ed equipaggio, il capitano della Costa Concordia se ne stava con il cellulare appiccicato all&#8217;orecchio, chiedendo istruzioni alla compagnia.<br />
La mia conclusione è che quella sera il capitano Schettino non esercitava il comando della sua nave. Quando telefonò al suo armatore smise di essere un capitano per diventare un pover&#8217;uomo che chiedeva istruzioni. Il fatto è che le moderne comunicazioni rendono ormai impossibile l&#8217;iniziativa di chi si trova sul campo, perfino nei casi d&#8217;emergenza. Nemmeno un militare che ha sotto tiro un talebano che gli sta sparando o un pirata somalo con degli ostaggi, si azzarda a premere il grilletto finché non riceve il beneplacito di un ministro della Difesa che si trova in un ufficio a migliaia di chilometri di distanza. Quella sera il capitano Schettino era pateticamente consapevole che l&#8217;epoca dei marinai che prendono decisioni gravi assumendosene la responsabilità è ormai tramontata da molto tempo, e che le quattromiladuecento vite a bordo non dipendevano da lui ma da innumerevoli cautele imprenditoriali: attento a non allarmare i passeggeri, occhio a cosa dici e a come lo dici, bada alle reazioni degli assicuratori, dell&#8217;ufficio relazioni pubbliche, del direttore Tizio o del consigliere Caio, peraltro irraggiungibili quella notte. Nel frattempo, la nave continuava a imbarcare acqua, inclinandosi sulla fiancata di dritta, e mentre uomini di un&#8217;altra tempra avrebbero reagito con un «andate al diavolo, adesso mi occupo della mia nave», nel caso del capitano sottomesso, tipico di questi tempi iperconnessi e burocratizzati, non vi sono state nient&#8217;altro che indecisione e vigliaccheria. Oltre a essere un codardo — ma esistono codardi che si comportano come si deve — Schettino abbandonò la sua nave perché non era più la sua. Perché, in realtà, non lo era mai stata.<br />
So bene che a questa ipotesi si può muovere un&#8217;obiezione comparativa, e proprio di natura storica: anche il capitano del Titanic si comportò con estrema incompetenza nelle operazioni di evacuazione della nave, e la sua passività contribuì a causare la morte di oltre 1.500 passeggeri; tuttavia, Edward Smith non aveva un telefono cellulare. Nel 1912 sulle navi esisteva solo la telegrafia in alfabeto Morse. Questo lascerebbe supporre che, in quel caso, le decisioni sbagliate fossero soltanto sue. E forse lo furono, ovviamente; niente è facile né in mare né in terra. Ma non per mancanza di comunicazione diretta con gli armatori della White Star. La notte dell&#8217;iceberg e della tragedia, a bordo del Titanic viaggiava il presidente della compagnia di navigazione, che si trovava sul ponte e sopravvisse occupando un posto libero su una scialuppa di salvataggio.<br />
<em></em>Traduzione di Elena Rolla</p>
<p>Da Il Corriere della Sera del 31/01/2012.</p>
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		<title>Evasione, ecco il piano di primavera (Massimo Giannini).</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:30:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Befera: &#8221; Controlli a tappeto su conti bancari e denunce dei redditi. Fuga di capitali in Svizzera&#8221;. Fornero: l´articolo 18 non sia un tabù Milano: più 44% di scontrini con il blitz. Ue, accordo sul patto di bilancio &#8221;Grazie all´ultima manovra, abbiamo accesso diretto ai conti correnti bancari&#8221;Il direttore dell´Agenzia delle entrate illustra la nuova strategia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=triskel182.wordpress.com&amp;blog=14281432&amp;post=27101&amp;subd=triskel182&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Befera: &#8221; Controlli a tappeto su conti bancari e denunce dei redditi. Fuga di capitali in Svizzera&#8221;. Fornero: l´articolo 18 non sia un tabù Milano: più 44% di scontrini con il blitz. Ue, accordo sul patto di bilancio &#8221;Grazie all´ultima manovra, abbiamo accesso diretto ai conti correnti bancari&#8221;Il direttore dell´Agenzia delle entrate illustra la nuova strategia di recupero fiscale&#8221;Dopo Cortina e Milano, scandaglieremo ancora il Nord Poi toccherà al Centro-Sud&#8221;. </strong> «Per noi è un risultato eccellente, se si considera che avevamo recuperato 9 miliardi nel 2009 e 10,5 miliardi nel 2010». L´uomo più blandito, temuto e contestato del momento tira dunque le prime somme. Nella guerra delle tasse, ciclica in un Paese che &#8220;produce&#8221; ogni anno 120 miliardi di evasione e 250 miliardi di sommerso, guida una sorta di pool anti-evasione. Un esercito di circa 30 mila uomini, che ogni giorno combatte un nemico temibile, e spesso invisibile. Dal suo quartier generale, all´ottavo piano della sede di Via Cristoforo Colombo, Befera annuncia: «Ormai siamo in grado di verificare la posizione di tutti i contribuenti. Dopo le dichiarazioni dei redditi di giugno scatterà un´operazione di controlli &#8220;massivi&#8221;. La vera lotta agli evasori può cominciare davvero». <span id="more-27101"></span> PRIMA CORTINA E MILANO, ORA IL CENTRO-SUD Con il clamoroso blitz di Cortina, poi ripetuto su scala ancora più vasta nella Milano da bere dei Navigli, c´è stato un oggettivo salto di qualità nella gestione del contrasto agli evasori fiscali e nella percezione del fenomeno presso l´opinione pubblica. «Guardi &#8211; premette Befera &#8211; noi di controlli analoghi ne abbiamo sempre fatti. Certo, adesso c´è un´attenzione diversa presso la politica, e una sensibilità maggiore presso i cittadini». Le politiche di rigore finanziario imposte dal governo Monti, i sacrifici pesanti richiesti anche ai più deboli, la crisi economica che morde i portafogli, l´esplosione intollerabile delle disuguaglianze. Tutto questo riporta la questione fiscale al centro del discorso pubblico. «L´Italia è un Paese in cui è mancata per molti, troppi anni una cultura della legalità fiscale. Cortina, con quel 300% in più di scontrini emessi in un solo giorno, è solo un esempio, ma gliene potrei citare quanti ne vuole. A Milano abbiamo trovato di tutto, tra i 115 esercizi che abbiamo controllato. In 33 locali c´erano lavoratori in nero. Poi scontrini non rilasciati, studi di settore falsificati, con esercenti che dichiaravano quattro tavoli all´aperto e invece ne avevano 40. Il 30% di irregolarità, tra bar, ristoranti e soprattutto discoteche. In una di queste ci hanno addirittura bloccato all´ingresso, mentre uno dei titolari faceva scappare dal retro clienti e dipendenti». L´evasione, sostiene Befera, è «una piaga sociale ed economica» che infetta l´intero sistema: il cittadino che non paga le tasse danneggia quello che le paga, l´impresa che non versa l´Iva fa concorrenza scorretta nei confronti di quella che la versa. È «pane avvelenato», come dice Monti, che i padri regalano ai propri figli. Dunque ci riguarda tutti. Ora che il divario tra i redditi cresce, e che lo Stato chiede lacrime e sangue soprattutto ai &#8220;soliti noti&#8221;, la lotta contro questa piaga diventa un´arma decisiva. «Per questo &#8211; aggiunge Befera &#8211; controlli a tappeto come quelli di Cortina o di Milano fanno tanto rumore. Non siamo noi che spettacolarizziamo le nostre operazioni. Sono i giornali che ne scrivono e i cittadini che giustamente si indignano, quando vedono intorno a loro tanta infedeltà fiscale». Il pool anti-evasione ha deciso di cogliere l´attimo. «Ci siamo accorti che l´effetto deterrenza comincia a funzionare. L´idea che i controlli possano scattare in ogni momento spinge i contribuenti ad una maggiore onestà fiscale. Per questo andremo avanti, rafforzando gli interventi sul territorio». Continueranno a scandagliare il Nord, poi toccherà al Centro-Sud. Perché &#8211; come dice Befera &#8211; «finchè fa freddo si va nelle stazioni invernali, quando arriva il caldo si passa alle località balneari». CAPITALI IN FUGA VERSO LA SVIZZERA La nuova stagione di interventismo fiscale, se conforta gli onesti, allarma i disonesti. Dietro le quinte dei colpi ad effetto dei funzionari delle Entrate, degli ispettori Inps e dei militari delle Fiamme Gialle, si agita lo spettro della cara, vecchia &#8220;lotta di classe&#8221;. Probi contro furbi, poveri contro ricchi. Le generalizzazioni non aiutano. Meno che mai le criminalizzazioni a senso unico: gli autonomi sono tutti cattivi i dipendenti sono tutti buoni. Mezze sciocchezze. O mezze verità, che fa lo stesso. Ma è vero che ci sono categorie che possono sottrarsi più e meglio di altre. Ed è ancora più vero, perché lo dice il capo del pool anti-evasione, che di fronte ai blitz ci sono categorie già «in fuga», a scanso di equivoci e di pericoli. A fine 2011 almeno 11 miliardi sono stati esportati illegalmente all´estero. Sono tornati i famigerati spalloni: negli ultimi tre mesi dell´anno i sequestri di valuta ai valichi di frontiera sono aumentati di oltre il 50%. Le esportazioni di lingotti d´oro verso la Confederazione elvetica è cresciuta tra il 30 e il 40%. «Il flusso in uscita di capitali e di beni pregiati, dall´inizio di gennaio, è in aumento esponenziale», conferma Befera. Che avverte: «Alcune banche svizzere hanno cominciato ad affittare le cassette di sicurezza dei grandi alberghi, perché non sono in grado di esaudire l´abnorme quantità di richieste che hanno dai clienti italiani». MIGLIORA LA &#8220;COMPLIANCE&#8221; A destra si parla a sproposito di «stato di polizia tributaria». Di «cittadini vessati e ridotti a sudditi». Gli uomini di Equitalia vengono bollati come «strozzini». Le sue sedi sono bersagliate da minacce e micro-attentati. Certo, di eccessi da parte degli uffici ce ne sono stati. Qualche forma di accanimento terapeutico si è notata. Ma nulla può giustificare la violenza. Befera è preoccupato, anche se nota un parziale miglioramento del clima: «Siamo servitori dello Stato, facciamo il nostro dovere in base ai compiti che ci assegna la legge. Trattiamo 14 milioni di accertamenti l´anno, e su questi finora abbiamo commesso un migliaio di errori. Li stiamo correggendo. Sono state modificate le norme sull´aggio, trasformato in rimborso-spese dal decreto Salva-Italia. Stiamo ampliando il regime delle rateizzazioni, che riguardano 1,6 milioni di contribuenti per un ammontare di 16 miliardi, alzando da 5 a 15 mila euro il limite al di sotto del quale si può dilazionare il proprio debito fiscale. Siamo andati a parlare con le associazioni più in difficoltà, per esempio in Sardegna, dove c´è il dramma del Sulcis, la chiusura dell´Alcoa, il problema dei pastori. Ci chiedono di non incassare le imposte, ma noi questo non possiamo farlo. Se lo facessimo in Sardegna, poi ce lo chiederebbero anche in Sicilia, in Calabria, in Piemonte dove soffre l´indotto Fiat. Si pretende che Equitalia diventi un gigantesco ammortizzatore sociale: questo è inaccettabile, perché i nostri compiti sono altri». Il lavoro del &#8220;pool&#8221; non si può fermare. Dà buoni frutti anche nella cosiddetta compliance, cioè il livello di correttezza complessiva dei comportamenti tributari. «Noi abbiamo poco più di 30 mila persone &#8211; chiarisce Befera &#8211; e dobbiamo controllare 5 milioni di partite Iva (contro 1,5 milioni in Germania), 3,5 milioni di lavoratori autonomi, 900 mila esercizi commerciali. Recuperiamo 11,6 miliardi su 120. Non potremo mai azzerare tutta l´evasione. Il nostro obiettivo, quindi, è alzare in modo strutturale l´asticella della fedeltà fiscale. Dobbiamo convincere il maggior numero di contribuenti a pagare stabilmente più tasse di quante non ne abbiano pagate finora. Le posso anticipare che da qualche mese, anche sotto questo profilo, abbiamo registrato un miglioramento incoraggiante. La compliance è in aumento. Per noi è un motivo in più per continuare con la strategia adottata finora». IL &#8220;PARTITO DEGLI EVASORI&#8221; Come in ogni guerra, anche quella contro l´evasione ha molti nemici. Non solo i furbetti dello scontrino. Ma anche lobbisti da Transatlantico e parlamentari di complemento. Il «partito degli evasori» è ovunque. Befera lo dice chiaro e forte: «Tanti politici cavalcano le proteste contro di noi, per difendere chi evade. Vuole i nomi? Gliene dico due, a caso. Bossi a Pontida, la scorsa estate, se lo ricorda? E Alberto Goffi dell´Udc, avvocato con studio a Torino, che sulla propaganda anti-Equitalia ha costruito la sua campagna elettorale. Ma sono tanti, dentro e fuori dal Parlamento. Un altro esempio: il presidente del Palermo, Maurizio Zamparini, noto evasore, che ancora domenica a Cordenons ha sparato a zero contro di noi. E poi diversi personaggi dello spettacolo, che ci attaccano in teatro e in tv: gente che, guarda caso, ha conti in sospeso con l´Amministrazione finanziaria. Ma andiamo avanti per la nostra strada, come ci impone la legge e coi poteri che la legge ci ha dato». Il berlusconismo è finito. Dopo gli anni dei condoni e degli scudi fiscali, il pool anti-evasione sente di avere finalmente uno Stato alle sue spalle. Befera lo riconosce: «Con il governo Monti il clima nel Paese è in effetti mutato. La presa di posizione del presidente del Consiglio, così netta e solidale nei nostri confronti, è il segno più tangibile di questo cambiamento. La lotta all´evasione è tornata ad essere una priorità politica, oltre che un´emergenza sociale. Soprattutto di questo abbiamo bisogno. Non di nuove leggi, non di altri mezzi. Gli uomini che abbiamo ci bastano: dobbiamo solo poterne assumere quando serve, in deroga al blocco del turn over. Abbiamo sostituito da poco 12 mila dipendenti, per raggiunti limiti di età, con 8 mila nuovi giovani, preparatissimi. Le premesse per un ulteriore salto di qualità ci sono tutte». LA &#8220;GRANDE SVOLTA DI PRIMAVERA&#8221; Gli uffici sono al lavoro. Il Grande Fratello fiscale prepara una massiccia crociata contro gli infedeli. «L´ultima manovra del governo contiene un driver formidabile per la lotta all´evasione. Ora l´Agenzia delle Entrate ha accesso diretto ai conti correnti bancari. L´archivio dei depositi da consultare ai fini fiscali lo aveva inventato Visco nel ´96: il Parlamento lo ha bloccato per 15 anni, ora Monti l´ha finalmente sbloccato. Per far partire la raccolta dei dati manca solo l´ultimo provvedimento attuativo, che vareremo nei prossimi giorni d´intesa con il Garante della Privacy. Grazie al sistema informatico &#8220;Serpico&#8221; abbiamo l´incrocio con tutti i dati possibili, dalle dichiarazioni Inps ai dati del registro delle imprese. Nel frattempo, stiamo mettendo a punto gli ultimi aggiornamenti al redditometro, che saranno pronti entro fine febbraio. A quel punto, potrà partire la &#8220;grande svolta di primavera&#8221;: in contemporanea con le dichiarazioni dei redditi di maggio e di giugno, partirà un´operazione di controlli massivi su tutte le posizioni sospette». Rischiano anche gli esportatori di capitali. Dice Befera: «La prova della verità saranno i saldi dei conti correnti: se all´inizio dell´anno un contribuente sospetto ha un deposito da un milione di euro, che a fine anno diventa di 1.000 euro, noi possiamo chiedergli che fine hanno fatto quei soldi». Insomma, a sentire il &#8220;comandante in capo&#8221;, la vera guerra all´evasione comincia solo adesso. E non farà prigionieri. In tutte le democrazie occidentali funziona così. È ora che anche sulla questione fiscale l´Italia diventi un paese normale. Da La Repubblica del 31/01/2012.</p>
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