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Archive for the ‘Film’ Category

L’eterna lotta tra bene e male, tra femminile e maschile, tra forza costruttrice e forza distruttrice, tra Fede e Ragione. Malick mette in scena un conflitto interiore che accompagna il protagonista (e forse anche il regista) nell’arco della sua vita: scegliere tra la strada “stretta” dell’amore o la strada “larga” e comoda del cinismo? Nel mezzo i perchè a cui ogni uomo cerca risposta: il dolore, la morte, la vita. La ciclicità di un flusso che scorre ininterrotto da millenni e che non si può arrestare. “Se non ami, la tua vita passerà in un lampo”. Ma arrivare a una risposta è un percorso tortuoso, fatto di salite e bruschi risvegli. (altro…)

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Terzani, dialogo su vita e morte .”Più che un film un’esperienza unica”.

“La fine è il mio inizio”, dall’omonimo bestseller del grande giornalista scomparso: senza alcun cedimento allo spettacolo, il confronto tra il protagonista (Bruno Ganz) e suo figlio Folco, interpretato da Elio Germano. Che ricorda i suoi due mesi sul set. E il “vero” Folco racconta suo padre: “Era un esploratore, un pellegrino a pagamento”.

ROMA – E’ una sfida alle leggi dell’intrattenimento a ogni costo La fine è il mio inizio, film tedesco con Bruno Ganz ed Elio Germano tratto dall’omonimo bestseller di Tiziano Terzani (edito da Longanesi). E lo è per il coraggio di costruire un’opera cinematografica solo sulle parole, sugli sguardi e sui silenzi dei protagonisti, oltre che sulla bellezza di un paesaggio incontamitato. Nessuna scena anche vagamente d’azione, nessuna indulgenza verso il melodramma. Ma invece lo sviscerare tanti temi di solito rimossi, specie su grande schermo: la vita, la morte, la malattia, il rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda. Il tutto raccontato attraverso le riflessioni del grande giornalista e scrittore (scomparso nel 2004), giunto alla fase terminale del cancro che lo ha portato via, e affidate alla memoria del figlio Folco.

LA VIDEOINTERVISTA 1LE IMMAGINI 2IL TRAILER 3

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Assegnati a Los Angeles i premi più ambiti del cinema: il grande vincitore è il film di Tom Hooper, che strappa anche le statuette per la regia, l’interprete principale e la sceneggiatura originale. Sconfitto “The Social Network”, “Il Grinta” a bocca asciutta. Scontato il riconoscimento alla protagonista del “Cigno Nero”.

Ha sbaragliato qualsiasi concorrente, trionfando in tutte le categorie più importanti: è Il discorso del Re il miglior film di questa edizione 2011 degli Oscar, che si è svolta ieri sera (le prime ore del mattino qui in Italia) al Kodak Theatre di Los Angeles. La pellicola diretta da Tom Hooper conquista anche la statuetta per il miglior attore con la vittoria, scontatissima, di Colin Firth, e quelle per la migliore regia e per la migliore sceneggiatura originale. Quattro riconoscimenti pesantissimi, che relegano i principali avversari in secondo piano: l’aspirante più agguerrito, The Social Network di David Fincher, deve accontentarsi della sceneggiatura non originale, del montaggio e della colonna sonora (di Trent Reznor e Atticus Ross); Inception di Christopher Nolan di riconoscimenti tecnici come fotografia, effetti visivi, sonoro, montaggio sonoro. Ma il vero sconfitto è il grinta dei fratelli Coen, che aveva fatto il pieno di candidature, e che resta a bocca asciutta.

FOTO: VINCITORI 1LOOK 2DETTAGLI DA STAR 3MRS FIRTH 4 / VIDEO 5 (altro…)

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I premi assegnati dalla stampa straniera di Hollywood decretano il trionfo della pellicola di Fincher su Facebook tra i drammi, e “I ragazzi stanno bene”. Firth e Portman migliori attori. “Io sono l’amore” di Guadagnino battuto dalla Bier.

NIENTE da fare. Ancora una volta, l’Italia registra un’amara sconfitta, nella cosiddetta “awards season” hollywoodiana: alla cerimonia di consegna dei Golden Globe  –   i premi assegnati dalla stampa straniera di Los Angeles, considerati la più importante e credibile  anticipazione degli Oscar – Io sono l’amore di Luca Guadagnino, candidato come miglior film straniero, è stato battuto da In un mondo migliore della danese Susanne Bier.

Per il resto, la serata ha rispettato tutte le aspettative della vigilia: a prevalere su tutti, in questa edizione numero 68, è The Social Network. Il film sulla nascita di Facebook ha portato a casa il premio più importante, quello per il miglior film drammatico. insieme ai globi per il miglior regista, David Fincher, per il miglior sceneggiatore, Aaron Sorkin, e per la migliore colonna sonora. The Fighter, dramma sul mondo della boxe, vince invece grazie ai suoi interpreti non protagonisti, Christian Bale e Melissa Leo. Ancora, I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko, che racconta la crisi di una coppia lesbica e della loro non convenzionale famiglia, ha vinto la statuetta per la migliore commedia e ha visto Annette Benning vincere fra le attrici brillanti, battendo la sua partner sullo schermo stessa costar Julianne Moore.

Prevedibilissima anche la scelta di Colin Firth come migliore attore drammatico per la sua interpretazione di Giorgio VI in Il discorso del re: l’attore dal palco ha ringraziato la moglie italiana Livia “senza la quale la giornata non ha senso”. Scontata pure la vittoria di Natalie Portman nella analoga categoria femminile per la sua interpretazione di una ballerina psicopatica in Black Swan di Darren Aronofsky: l’attrice, tra l’altro, è in dolce attesa, aspetta un bimbo col Banjamin Millepied, conosciuto proprio sul set. Tra gli attori brillanti, ha vinto Paul Giamatti per La versione di Barney lasciando a bocca asciutta Johnny Depp che era presente con due candidature, per Alice in Wonderland e The Tourist. (altro…)

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Il regista alle prese con tre storie ravvicinate con la morte. Emoziona e sorprende.

Aldilà, significa questo “hereafter” ed è strano che a parlarne sia proprio Clint Eastwood.

Non è un film di genere.

Lo immaginiamo razionale, insensibile alle suggestioni, silente di fronte ai cialtroni che dicono di parlare con i morti.
E infatti Hereafter non è un film di genere. Di nessun genere. Non un film che parla di fantasmi e nemmeno un horror con pretese metafisiche. Anzi, è un film che deluderà i credenti del soprannaturale e gli ammiratori dei medium alla Rosemary Altea.
Al contrario, attirerà l’attenzione degli scettici e dei laici.

Tre esperienze ravvicinate con la morte

I protagonisti di tre storie differenti hanno un’esperienza ravvicinata con la morte. A Parigi lavora Marie (Cècile de France), giornalista affermata di France2, che ha da poco vissuto un’esperienza traumatica nel tragico tsunami indonesiano.

A San Francisco cerca di vivere come può George (Matt Damon), un uomo che ha la facoltà, per lui terribile, di conversare con i defunti.
A Londra Marcus ha appena perso il fratellino (gemello) e la madre alcolizzata non può occuparsi di lui. Sarà affidato agli assistenti sociali…
Impossibili non essere trascinati subito nel racconto. Ci pensano le immagini dell’onda anomala ricreate al computer, che farà vivere a Marie -o quantomeno le farà credere di averla vissuta – una breve esperienza nell’aldilà.  

Il racconto riesce a non impantanarsi

Questo basterebbe a far alzare dalla poltrona un ateo ferreo, ma è qui che il genio di Eastwood mostra tutta la sua forza. Il racconto non s’impantana nell’affannosa ansia di spiegare quello che sta accadendo ma tira dritto rilanciando la posta. George se tocca le mani di qualcuno si mette subito in contatto con i suoi defunti. Marcus non accetta la morte del fratellino, non l’accetta fino a quando non riuscirà a parlargli.

Il film è retto soprattutto da una sceneggiatura potente, scritta da Peter Morgan (lo stesso di the Queen e Frost-Nixon), dalla distanza con cui Eastwood s’impone di guardare alla storia che racconta, senza rinunciare alle sue magie: gli scorci delle città, la pietas dei suoi personaggi, la brutalità con cui è filmato l’irreparabile, i piccoli dettagli che fanno grande un racconto. (altro…)

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Ho visto “La bellezza del somaro” della coppia Mazzantini-Castellitto. Non ho mai particolarmente amato nessuno dei due, ma questo è un buon film, ricco di spunti. La storia è semplice, una coppia di professionisti 45-50enni, colti, boghesi, sensibili a quasi tutte le icone della cultura di sinistra, un po’ radical-chic, figli diversi della psicanalisi, sensibili all’ambiente, con una figlia adolescente, devono fronteggiare una novità che ha dell’indecente: la loro figlia è una Lolita soft, e porta a casa il suo “fidanzato” settantenne (un poetico Enzo Jannacci). Una sorta di “Indovina chi viene a cena” aggiornato ai nostri giorni, in cui essere nero non è più inaccettato ma essere vecchi è ritenuto culturalmente intollerabile.

La trama è esile, come si vede, e non sta in quella l’interesse del film. La pellicola è, in realtà, un buon affresco della generazione dei baby-boomers nostrani, appunto i 40-50enni, che come dice uno dei personaggi (con una battuta destinata a rimanere alla storia, forse non solo del cinema): “quando eravamo figli noi, i figli non contavano un cazzo. Ora che siamo genitori, i genitori non contano un cazzo”. Sintesi quasi perfetta di una generazione malnata. I due protagonisti (Castellitto – Morante) sono un architetto affermato che viene dal niente e una psicoterapeuta figlia di “un grande lacaniano”. Sono ansiosi, instabili, si fanno dominare dalla colf ucraina, dalla figlia adolescente, da una madre disinibita e snob, da un’amante (di lui) bella e spregiudicata, dai pazienti (di lei) bizzarri e invadenti, perfino dagli amici, coetanei instabili e discutibili, e da un settantenne che li sovrasta perché ha una propria dimensione esistenziale, è sereno, ed è dunque troppo più saldo di loro.

Figli degli anni Ottanta, nipoti di una generazione di ferro, i due protagonisti hanno confuso il benessere economico e sociale con l’armonia esistenziale, rimpiangono la moto che non hanno avuto (o con cui non sono mai andati a fare le vacanze in Corsica, mito inossidabile della generazione malnata), sono costantemente in ansia per questi mostriciattoli aggressivi e sputasentenze che sono i loro figli, per i quali sono eternamente in ansia, preoccupati di parlargli (troppo), di esserne amici (troppo), incapaci di far loro da modelli. (altro…)

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Un giornalista malato che perde la memoria. E torna a inseguire l’infanzia nelle campagne dov’è nato. Accudito da una moglie che diventa madre. ‘Una sconfinata giovinezza’ è una storia d’amore  diretta con grande  maestria.

 Il popolare giornalista sportivo del “Messaggero” Fabrizio Bentivoglio non ricorda più le parole, dimentica le cose, non si accorge di quando si rivolgono a lui, comincia a scrivere articoli impubblicabili, sragiona.
La moglie Francesca Neri, docente universitaria, non riesce ad abbandonarlo per salvaguardare la propria esistenza e si accorge che l’amore coniugale si muta in lei in amore materno per l’uomo tornato bambino. Subisce nell’affanno un gravissimo incidente d’auto. Lui prende il treno e va a Sasso Marconi a inseguire l’infanzia: un amico capace di resuscitare le persone, anche un cane amato. Si perde in campagna, dopo aver constatato che quell’amico è morto. Scompare. Ma la moglie è davvero tornata alla vita, per caso umano o per miracolo divino.

“Una sconfinata giovinezza” di Pupi Avati non è il solo film sull’Alzheimer, ma è quello in cui la malattia tragica che cancella la mente viene raccontata con maggior pudore e anche con qualche dubbio. La regressione del malato protagonista è forse un poco troppo lucida: l’infanzia ricostruita in scene senza colore, ricordata e perseguita con esattezza, somiglia alla puerilità evocata dal regista in vecchiaia più che alla confusione ansiosa e impaurita di una mente disgregata.

Naturalmente l’Alzheimer assume tante forme quante sono le personalità dei malati, un film non è un manuale di medicina e non è male che si estenda dai malati di Alzheimer ai malati di nostalgia. Ancora una volta si ammira la maestria di Avati nel dirigere gli attori. Serena Grandi, Lino Capolicchio, Vincenzo Crocitti, Erica Blanc, che si sono visti altre volte in apparizioni disastrose, recitano i loro personaggi (una zia, un medico, un prete, una vedova) con vera efficacia e naturalezza, molto bene. Bentivoglio è condizionato dalla parte del malato. Francesca Neri va benissimo.

Espresso.

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Una notte, in una stazione dei carabinieri, un brigadiere raccoglie l’insolita denuncia di una ragazza a cui hanno rubato i sogni.

Vi invito a guardare fino in fondo lo splendido cortometraggio di Paolo Genovese e Luca Miniero.

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Non convince ‘La pecora nera’, primo film di Celestini. E’ invece un’ode alla giovinezza il giapponese ‘Norwegian Wood’, tratto dal libro di Murakami.

Ascanio Celestini è un grande e sa fare un sacco di cose. E’  narratore ipnotico, affabulatore, straordinario scrittore,  cantastorie,  magnetica creatura da palcoscenico,  presenza etica nella nostra televisione. Insomma sa fare un sacco di cose che non bastano però a  fare un film.

E così “La pecora nera” storia di matti e d’amore che inizia in un Italia contadina  e brutale anni Sessanta, non è un propriamente un  film.  Forse perché l’affabulatore il narratore, il cantastorie sono troppo forti per diventare  voce fuori campo . O forse perchè le immagini sono troppo deboli rispetto al testo. O forse perchè un conto è raccontare una miseria umana in modo figurato un conto è portarla sullo schermo con tutte le sue visibili miserie.

Nonostante la fotografia di Daniele Ciprì, non si raggiunge  neanche  il grottesco epico di Cinico Tv, ma si resta nel mezzo di un neorealismo immiserito con personaggi di contorno che rischiano il caricaturale. Peccato perchè Ascanio Celestini è un grande, ma anche i grandi non possono mica fare tutto.

Ma poi, e questo è il bello dei festival, dalla delusione alla compensazione con un cineasta  che riesce a sfidare fin dal titolo due miti  e vincere.  Ed ecco” Norwegian Wood“:un libro di culto  (Haruki Murakami) e una canzone di culto ( Beatles) riunite da  Tran Anh  Hung, regista regista che ha già un Leone d’oro alle spalle (1995 “Xich Lo”) è nato in Laos, ha studiato cinema in Francia e ha portato qui un bellissimo film sulla giovinezza.

I once had a girl, or should I say, she once had me.
She showed me her room, isn't it good, norwegian wood?  (altro…)

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François Ozon è un cineasta che in Italia continua a essere studiato con una certa circospezione. Autore molto apprezzato in patria, suscita reazioni di sfiducia o di disinteresse dalle nostre parti.

Pur potendo essere considerato a tutti gli effetti un “autore”, nel senso stretto della “politica degli autori” postulata dai Cahiers du Cinéma degli albori, Ozon, piuttosto che muoversi intorno a un nucleo tematico sempre riconoscibile, magari circondandosi di collaboratori fidati in modo tale da poter conferire al suo cinema una sostanziale unità di sguardo, ha fatto invece della discontinuità la cifra fondante della sua poetica.

All’interno di una filmografia relativamente giovane ma già ricchissima di titoli, François Ozon evidenzia una straordinaria versatilità abbinata a una funambolica abilità nel cambiare registro espressivo, sguardo e modalità d’approccio alla messinscena.

Il rifugio, forse per la prima volta nella filmografia di Ozon, riprende in maniera visibile un filo tematico e narrativo di un precedente film del regista. Prodotto in collaborazione con la Teodora di Vieri Razzini, Il rifugio è esattamente quel tipo di cinema che in Italia è assolutamente impensabile.

Stretto in pochissimi set, interpretato da un pugno di attori concentrati e privi di qualunque manierismo teatrale, Il rifugio mette in scena la storia di Mousse (Isabelle Carré), una ragazza tossicodipendente che dopo la morte del suo compagno Louis (il sempre eccellente e ruiziano Melvil Poupaud) scopre di essere incinta, e decide di portare a termine la gravidanza contro il desiderio della suocera. (altro…)

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Con imperdonabile ritardo arriva anche in Italia Il Solista, toccante pellicola tratta dall’omonimo libro, pubblicato in patria nel 2008 e in questi giorni anche in Italia, da Steve Lopez, un giornalista del Los Angeles Times.

 Un film impedibile, basato sulla storia vera e straordinaria di un giornalista disincantato e cinico negli inferi delle strade secondarie di Los Angeles, e del suo incontro con un senzatetto affetto da schizofrenia e con un grande talento per il violoncello e col quale costruisce una improbabile amicizia grazie al potere unificante della musica.

Il giornalista Steve Lopez (Downey) è ad un punto morto della propria carriera e della propria vita. Il suo lavoro al giornale è in tumulto, il suo matrimonio è finito e lui non riesce nemmeno a ricordarsi cos’è che gli avesse fatto amare così tanto il suo lavoro all’inizio. Finché un giorno, camminando nel degradato quartiere di Skid Row, a Los Angeles, incontra una persona misteriosa, un uomo vestito di stracci di nome Nathaniel Ayers (Foxx), che mette tutta l’anima in un violino massacrato e con solo due corde.

Inizialmente, Lopez si avvicina ad Ayers considerandolo unicamente come una storia potenziale per la sua rubrica. Ma mano a mano che scava nella storia del musicista di strada, rimane stregato dalla sua personalità, che a volte suona divinamente e altre sembra perso in un mondo tutto suo, un tempo prodigio del violino proiettato verso un futuro di gloria e adesso un vagabondo che dorme nei vicoli e nei portoni e comincia per lui un viaggio che gli cambierà per sempre la vita… (altro…)

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Talvolta Hollywood ti sorprende. Favorevolmente.
Quest’anno almeno un film ha vinto meritatamente il premio, anche se si è trattato dell’oscar per il miglior film straniero.
Del regista (Campanella) avevo già visto un bel film, “il figlio della sposa” che consiglio caldamente anche se di genere assai diverso, ma questo è stato una vera sopresa.
E’ un film che sfrutta la storia di un orrendo delitto per raccontarci molto altro.
Amore, per esempio, in sue varie forme, di come può cambiare, degenerare, di come ci può influenzare, ma niente di banale o superficiale.
E’ un film sulla memoria, sull’amicizia, sulla speranza e sulla disperazione. E’ un film su vari aspetti della natura umana. (altro…)

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