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Posts Tagged ‘Alessandro Gilioli’

Terremoto

Non sono tra quelli convinti che nella vita le sofferenze “facciano bene”. Neanche un po’. Però dalle sofferenze si può imparare. Almeno gli si dà un senso. A posteriori, non richiesto, ma meglio che niente.

Ecco, da quest’ultima catastrofe forse alcune cose possiamo imparare. Alcuni punti fermi. Di buon senso. E soprattutto da non dimenticare fra mezz’ora.

1. Basta con questi angeli. Anche a questo giro, abbiamo fatto vedere quanto siamo bravi dopo. Bravissimi a scavare tra le macerie per salvare vite umane, splendidi negli afflati di generosità, commoventi nell’inventarci amatriciane di solidarietà. È dal 1966 (alluvione di Firenze) che ci sono gli “angeli del fango”. L’altro giorno ho letto pure degli “angeli con la coda”, i cani addestrati. Tutto molto bello. Però ci saremo anche rotti le balle con questa straordinaria bravura dopo. Nell’emergenza, a catastrofe avvenuta e non prevenuta. Vorrei che fossimo un po’ meno eccellenti dopo e un po’ più decenti prima nel rispettare le regole di costruzione edilizia, nel non fare tutti un piano abusivo in più, nel non gabellare per adeguamenti sismici le ripittate alle pareti, nel non costruire villette dove le montagne franano, insomma nel fare le cose per bene. Mi rendo conto che questo ci toglierebbe una buona dose di retorica riempi-giornali, ma forse salverebbe qualche vita in più, qualche casa in più, qualche paese in più. (altro…)

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È tempo, più che mai, di intendersi sulle parole.

Perché a parte gli infoiati come Giuliano Ferrara, ho sentito anche gente ragionevole dire “siamo in guerra”. E allora, appunto, bisogna intendersi: perché non è una dichiarazione leggera, né da pronunciare con leggerezza. Perché da come la intendiamo poi dipende quello che facciamo.

Ad esempio, i nostri padri costituenti hanno previsto l’eventualità della guerra e l’hanno inserita nella Carta. Però la possibilità di deliberare lo stato di guerra, in epoca repubblicana, non è mai stata utilizzata. Nemmeno nella guerra contro il terrorismo rosso o nero, che di stragi ne hanno fatte parecchie. Né contro la mafia, che pure aveva dichiarato la guerra allo Stato nei primi anni Novanta. (altro…)

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Alla fine, per capirci, è andata così: quei lavoratori dipendenti del privato che avessero urgente bisogno di liquidità, possono farsi dare la liquidazione dei prossimi tre anni in busta paga; però ci pagheranno su più di tasse di quanto farebbero se invece la prendessero normalmente, a fine rapporto.

In termini formali, il lavoratore è libero di scegliere: nessuno cioè lo costringe a farsi anticipare il Tfr. Anzi, è solo una possibilità in più che prima non aveva: quindi tutto molto bello.

Questo in termini formali, se non ideologici.

In termini concreti, invece, la nuova norma divide i lavoratori dipendenti tra chi ha urgente necessità di soldi e chi no. (altro…)

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Commissioni

Non si sa bene se ridere o piangere di fronte all’ultima infornata di poltronissime, quella dei presidenti delle commissioni. Non solo perché ci sono tutti i peggiori volti da talk show della Seconda Repubblica, ma soprattutto perché rappresentano una sorta di disvelamento del vero scopo di questo governo e di questa maggioranza, già peraltro abbastanza evidente nella scelta dei numeri due.

No, dico, ma li avete letti i nomi? Alla giustizia del Senato hanno messo Francesco Nitto Palma, ex Guardasigilli di Berlusconi, amico di Nicola Cosentino: all’epoca tentò fino all’ultimo di ricandidarlo per evitargli la galera, ora è incaricato di salvare la ghirba in qualsiasi modo al suo Capo. (altro…)

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Fanno un po’ di tenerezza gli ex malpancisti Pd che questa mattina si attaccano ai nomi decenti del nuovo governo per chinare il capino e votare la fiducia.

Parlo dei vari Gozi, Puppato, Tocci, Cuperlo, Scalfarotto e cosí via: erano almeno 50 – diceva Pippo Civati ancora ieri – e ora sono tutti lí a rientrare frettolosamente nei ranghi.

Fa tenerezza sentirli sostenere che nell’esecutivo «non ci sono indigeribili» (stomaco forte, mandar giù gente che un mese fa occupava il Palazzo di giustizia di Milano per difendere il Capo alla sbarra). E che «ci sono figure di garanzia» (certo, peccato che garantiscano soprattutto le aziende del Cavaliere, la Compagnia delle opere e i consigli comunali mafiosi). (altro…)

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E’ il loro stile, la loro strategia. Per loro, l’unica cosa che conta, è quello che viene detto in tivù, meglio se in fondo: senza diritto di replica, con il colpo di teatro finale.

La domanda di Emilio Carelli era ‘cosa fará nei primi cento giorni?’ e la Moratti ha risposto con una balla diffamatoria premeditata sull’avversario, convinta di farla franca, visto che l’altro non poteva rispondere. (altro…)

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Dunque, la legge dice che non si può andare a letto con una prostituta minorenne, e (anche) su questo s’è indagato a Milano.

Allora, il piano A è stato dire che il tribunale di Milano non era competente, perché il presunto reato era avvenuto ad Arcore, quindi doveva indagare Monza: ma poi gli hanno spiegato che prevaleva il luogo dov’era avvenuto il reato più grave, cioè la concussione, cioè il luogo in cui sono arrivate le pressioni per far liberare Ruby, insomma Milano.

Pertanto si è passati al piano B, cioè dire che la presunta concussione era stata fatta nell’interesse del Paese, perché lui credeva veramente che fosse la nipote di Mubarak, quindi era competente il tribunale dei ministri, però ora si accorgono che far passare per buona questa boiata pazzesca è difficile, la stessa Ruby ha smentito, c’è pure di mezzo Fini, e se anche la questione finisse alla Consulta intanto il processo andrebbe avanti. (altro…)

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