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Posts Tagged ‘Attilio Bolzoni’

amatrice
SAN BENEDETTO DEI MARSI (L’AQUILA).
Il terremoto una scuola se l’è portata via e il terremoto una scuola l’ha riportata. Ma i bambini di un paese della Marsica non ci sono mai entrati, non l’hanno mai vista. Una scuola fantasma. Tutto quello che non si dovrebbe fare in una comunità colpita più di una volta da eventi catastrofici a San Benedetto dei Marsi è stato fatto, con incomprensibile ostinazione, con avventatezza amministrativa, con un danno le cui conseguenze si trascinano fino a questi giorni di emozione e psicosi dopo i morti di Amatrice. È la scuola che non c’è, fortemente desiderata e progettata dopo il sisma dell’Aquila, finanziata e misteriosamente mai costruita. Fra qualche giorno inizieranno le lezioni e i ragazzi di San Benedetto dei Marsi, uno dopo l’altro probabilmente li rinchiuderanno nei container.

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Mafia capitale

La storia.

Dopo sei mesi di udienze non ne parla più nessuno. Non fa notizia neanche alla vigilia delle elezioni a Roma.

ROMA – Chi se lo ricordava più lo “Spezzapollici”? Se non l’avessimo visto nella cella numero 3 che ridacchiava con l’ex consigliere della Regione Luca Gramazio, dopo tutto questo tempo e con quel nome che si ritrova lo avremmo potuto scambiare per un minaccioso personaggio dei fumetti. Spez-za-pol-li-ci. E invece Matteo Calvio, tirapiedi di Carminati, uno dei 46 imputati di Mafia Capitale, era davvero lì nel bunker di Rebibbia, con tutta la sua muscolatura gonfiata dagli anabolizzanti e con la testa incastrata fra le sbarre per presenziare alla cinquantunesima udienza di un processo che nel silenzio più inquieto sta facendo tremare la città dove «la mafia non c’è».

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MafiaCosa Nostra ha da tempo cambiato strategia, mimetizzandosi nelle associazioni contro il pizzo vanificando così la rivoluzione contro le cosche.

RETROSCENA – Avvolti nelle bandiere dell’Antimafia fanno quello che sanno fare meglio. Si nascondono. Con una mafia che non spara più e con un’antimafia sociale spompata e ormai incapace di riconoscere i propri nemici, loro si sentono al riparo. Promuovono attività antiracket, firmano inutili protocolli di legalità, sottoscrivono codici etici, tengono banco a conferenze e dibattiti sul pizzo, battono cassa nelle prefetture per avere risarcimenti come vittime del crimine. Poi prendono ordini dal capo di Cosa Nostra del loro territorio.

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soffocatiLe vittime.

Il ragazzo sudanese falciato dal Tir e le centinaia di uomini,donne e bimbi senza nome spariti nei naufragi. In Libia come a Calais.Quasi 2.500 hanno perso la vita da inizio anno.Ecco chi sono.

Quanti sono? Quanti cadaveri ci ha portato questa lunga estate? Quante volte saremo costretti ancora a stare al passo con i numeri, aggiornare la conta dei morti? C’è sempre uno sbarco che sovrasta in tragicità e dimensioni quello precedente, c’è sempre una traversata che si presenta come «la più grande sciagura del mare del dopoguerra ». E muoiono, muoiono sempre, muoiono in tutti i modi. Soffocati. Schiacciati. Annegati. Assassinati. Avvelenati dai gas. Tra le onde e sui gommoni, nei cassoni dei camion, sotto le ruote degli autoarticolati, nelle stive, a poppa e a prua.

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Re di RomaDEVONO vivere per sempre, per l’eternità. E devono essere ricordati onnipotenti come lo erano in terra. Perché, loro, si sentono eletti di Dio. E non uomini “qualunque”, come tutti gli altri.

Quelli che non fanno parte della speciale razza mafiosa. Ci vogliono i cavalli neri e ci vuole la carrozza anch’essa nera. Ci vuole la croce che manifesta la religiosità del caro estinto. Più forte di tutto e di tutti, più della giustizia terrena c’è solo quella divina. I Casamonica – zingari di origine abruzzese e senza grandi quarti di nobiltà mafiosa – hanno imparato la lezione non tanto dai padrini hollywoodiani ma dai “patriarchi” che infestavano la Sicilia fin dal secondo dopoguerra. Più il funerale era solenne e più il popolo avrebbe ricordato colui che se andava come il più amato, l’avrebbero rispettato anche oltre la vita. (altro…)

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PALERMO . In due giorni abbiamo visto due Palermo. Quella di un abbraccio che ha spazzato via ipocrisie e imposture e quella di una città che preferisce dimenticare. Sono due volti, due segni.
Ce ne ricorderemo a lungo di quel gesto forte e fuori da ogni protocollo presidenziale fra le colonne e i marmi del Palazzo di Giustizia palermitano che ci ha restituito un altro 19 luglio, il Capo dello Stato Mattarella che attira a sé il figlio del procuratore Borsellino per stringerlo, con il viso dell’uno che scompare fra il petto e la spalla dell’altro.

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Il progetto

Ecco il dossier di Bruxelles: le new town costate il 158% in più dei prezzi di mercato.

UN DANESE ha perlustrato l’Abruzzo del dopo terremoto per tre anni, ha visitato una spettrale città chiamata L’Aquila, poi ha steso un report che è diventato un documento d’accusa contro la ricostruzione. Tutto esasperatamente costoso. E per di più tutto fatto in nome della legge. Un dossier della commissione di controllo del bilancio di Bruxelles racconta la fiera dello spreco dopo la notte del 6 aprile 2009. Case troppo care, fondi comunitari spesi male, norme violate, materiali scadenti, appalti sospetti. Firmato Søren Søndergaard, deputato europeo della Sinistra unitaria, inviato in Italia per verificare come è stato usato il denaro dei contribuenti dell’Unione. (altro…)

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Lea Garofalo

I funerali della donna bruciata dai boss. Don Ciotti: testimone di verità.

MILANO — Riposa in pace fra i cittadini “noti e benemeriti” di Milano. Accanto all’urna di Enzo Tortora, sopra quella dell’attrice Lina Volonghi, sotto quella di Lorenzo Bigatti in arte Renzo Palmer. C’è anche lei: Lea Garofalo, bruciata dai boss. Con rispetto la città di Milano saluta poco dopo mezzogiorno la donna calabrese che ha sfidato la ’ndrangheta, la sua famiglia, la tribù dove volevano costringerla a vivere e che poi l’ha uccisa senza pietà perché non era ubbidiente alla legge dei Cosco, la legge degli infami.
Cimitero monumentale, ossario D, i loculi dei milanesi illustri. Pittori. Ambasciatori. Ballerine della Scala. Partigiani. Poeti. Cantanti lirici. Scrittori. Eroi della battaglia di Custoza. (altro…)

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La trattativa

Il mistero del dossier che scuote Palermo.
Si indaga su un anonimo.“Un carabiniere rubò l’agenda rossa di Borsellino”.

È UNA lettera anonima quella che sta aprendo un nuovo fronte d’indagine sulla trattativa fra Stato e mafia. Avverte i magistrati di Palermo che sono spiati, indica dove trovare altre prove del patto, fa i nomi di vecchi uomini politici che potrebbero sapere molto. E denuncia che l’agenda rossa di Borsellino è stata rubata «da un carabiniere». L’INCHIESTA giudiziaria più tormentata di questi mesi si sta ancora rimescolando e rovista adesso in quelle che l’anonimo definisce «catacombe di Stato». Le ultime inedite indicazioni sono in uno scritto che gli investigatori valutano come «attendibile», studiato e steso da qualcuno estremamente informato, uno «dal di dentro» sospettano i pubblici ministeri di Palermo che hanno ordinato accertamenti su tutti i punti segnalati dall’anonimo. Lui, definisce la sua lettera «un esposto». L’ha spedita il 18 settembre scorso a casa di Nino Di Matteo, uno dei sostituti procuratori che insieme ad Antonio Ingroia hanno cominciato l’indagine sulla trattativa. (altro…)

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Un giudizio senza precedenti e quel filo rosso della trattativa che porta da Marcello a Berlusconi. Le indagini sui 40 milioni versati dal Cavaliere.

PROVATE a immaginare gli indagati di oggi se dovessero un giorno arrivare a processo, immaginatevi questi dodici uomini uno accanto all’altro in un’aula di Corte di Assise. Tutti insieme. Imputati di mafia e imputati di Stato. In mucchio, tutti in gruppo davanti ai giudici per rispondere di un’accusa infamante: proprio quella di stare insieme, di avere scelto di stare tutti dalla stessa parte. Per raccontare quanto sia deflagrante e sconvolgente quest’inchiesta sulla trattativa dovete ricordarvi prima delle stragi, dei cinquecento chili di tritolo di Capaci e poi dell’autobomba di via Mariano D’Amelio e infine rivedere in quell’aula di corte di assise Totò Riina chiuso nella sua gabbia con i vetri antiproiettili che guarda l’ex ministro siciliano Calogero Mannino, il piccolo Massimo Ciancimino che farfuglia una delle sue sciocchezze all’orecchio del generale Antonino Subranni o del generale Mario Mori, il sicario Leoluca Bagarella che scambia battute con Marcello Dell’Utri o con il vecchio Bernardo Provenzano. ÈLA prima volta, in Italia, che imputati così apparentemente lontani uno dall’altro figurano in un elenco di una richiesta di rinvio a giudizio di una procura della Repubblica. Ed è la prima volta che devono rispondere di «attentato a un corpo politico dello Stato». Minacce. Intimidazioni. Ricatti. Contro ministri e contro capi di governo. (altro…)

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