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Posts Tagged ‘Bernardo Valli’

Verso il ballottaggio del 7 maggio pesano le incognite dell’islamismo radicale Il duello per l’Eliseo non riguarda solo la Francia ma tutta l’Unione europea.

Da Fillon a Hamon, tutti contro Le Pen Un “fronte repubblicano” per l’Europa.

PARIGI – SI PRECISANO i contorni dell’ottavo presidente della Quinta Repubblica. E indicano Emmanuel Macron. Né il populismo, né il terrorismo sono riusciti a cancellare la figura del giovane garante di una lineare continuità democratica. Alla sua avversaria, a Marine Le Pen, è andata male, anche se ha preso oltre 7 milioni di voti, un bel pezzo di Francia. Il personaggio Macron appare un “uomo nuovo” rispetto al vecchio establishment, il quale è stato relegato in seconda fila.

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Se l’attacco sui Campi Elisi susciterà tanta paura da favorire l’estrema destra in gioco tutta l’Europa.

PARIGI – I TERRORISTI hanno votato giovedi sera sui Campi Elisi. In anticipo di due giorni sulle elezioni presidenziali di domenica. Ma non si conoscono ancora gli effetti della loro scelta. Meglio, non si sa chi ne usufruirà. L’incognita non riguarda solo la Francia. È interessata anche l’Europa. Della quale è in gioco l’avvenire sulle sponde della Senna. Se il suffragio assassino espresso sui Campi Elisi susciterà tanta paura da favorire l’estrema destra comincerà una non lenta disgregazione dell’Unione europea. Il Front National vuol chiudere i confini nazionali, e non nasconde la xenofobia, in particolare l’islamofobia. Al suo sessantesimo anno l’Unione Europea, già ferita dalla Brexit e dal disamore degli europei, avrebbe una vita difficile. O breve.

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Le penLe regionali.

Alla più grande formazione populista d’Europa il primato di una delle maggiori società politiche dell’Occidente con quasi il 30%. Per il Fn maggioranza in sei regioni. Si rompe il sistema bipolare. Panico tra gli sconfitti.

PARIGI – QUEL che ha consentito al Front National di diventare, da ieri sera, il primo partito di Francia è stata l’emozione suscitata dalla strage del 13 novembre. I centotrenta morti di quel venerdì sera si sono trasformati nelle urne in un 28,64 per cento di voti (quoziente quasi definitivo) che ha dato al più grande partito populista d’Europa il primato in una delle maggiori società politiche dell’Occidente. I suffragi, di solito influenzati dai tassi d’occupazione, dall’andamento dell’economia, o altri classici problemi della società, sono stati determinati dalla sicurezza: vale a dire dal timore del terrorismo jihadista. Della minaccia islamista. Questa è stata l’evidente, dichiarata motivazione che ha spinto un terzo dei votanti (la partecipazione è stata superiore al 50 per cento) a scegliere il partito che più rappresenta la collera, il risentimento, l’odio, la paura provocati dal terrorismo.

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LA PRESENZA di centocinquanta capi di Stato e di governo, in queste ore a Parigi, è un segno di solidarietà.

UN SEGNO che non può lasciare insensibile la Francia orgogliosa. Per una tragica coincidenza la programmata conferenza per combattere la minaccia del clima avviene nel Paese sorpreso appena due settimane fa, il 13 novembre, da un’ondata di terrorismo senza precedenti in Europa. È come se il rammarico per le centotrenta vittime e il desiderio di migliorare la vita sul pianeta si fossero dati appuntamento. Il dolore locale, nazionale, e la speranza planetaria si incontrano, mentre la ferita non è ancora cicatrizzata, il conflitto è irrisolto, la sepoltura dei morti è tutt’ora in corso, e il destino della Terra resta da precisare. Dopo la strage del venerdì sera il numero dei partecipanti alla conferenza sul clima è aumentato.

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In fiamme

Lo scenario.

Le conseguenze dell’abbattimento del caccia vanno oltre la crisi siriana e frenano il riavvicinamento tra la Russia e l’Occidente e la grande coalizione contro il Califfato.

IL giallo avvenuto nello spazio aereo, martedi mattina, al di qua o al di là del confine tra Siria e Turchia, ha già serie conseguenze internazionali. Anzitutto mette in periglio la coalizione contro i terroristi dello Stato islamico. Stava per allargarsi, e diventare più potente ed efficace grazie all’adesione della Russia, e adesso tutto appare compromesso. Vladimir Putin era sul punto di unirsi all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, spinto dalla strage di Parigi e dal suo aereo esploso con più di duecento passeggeri sul Sinai. In queste ore si dice «pugnalato alle spalle».

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erdogan

Il personaggio.

Contro di lui la rabbia dei manifestanti che hanno innalzato i cartelli con la scritta “Assassino”.

Quei cadaveri sul selciato, in prossimità della stazione di Ankara, alcuni coperti dalla bandiera giallo- viola-verde del partito curdo moderato (HDP), sono una tragica immagine della sanguinosa mischia siriana che dilaga al di là dei confini, e coinvolge i paesi vicini. Questa è stata la prima impressione davanti al massacro (95 morti e quasi duecento feriti) ripreso dalle telecamere e poi offerto agli occhi del mondo come una trasmissione non fiction ma reale sull’orrore.

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Migranti

Il personaggio
La cancelliera si impegna ad accogliere in Germania 800 mila rifugiati. E l’Ungheria di Orbàn l’accusa apertamente: “Il caos dei migranti è tutta colpa sua”.

BERLINO – Stupisce anzitutto Angela Merkel, e poi la Germania che governa da dieci anni. La ricordavo raffigurata sui giornali europei con in testa l’elmo chiodato, stile Bismarck. Era l’incarnazione di un paese opulento che esigeva l’ austerità, il rigore necessario per aggiustare i conti ma anche origine di disoccupazione e di povertà. Era la paladina di una disciplina teutonica poco adatta al clima mediterraneo. Per questo era temuta, detestata e insultata, in particolare nella Grecia indebitata. La sua immagine è mutata nello spazio di un fine stagione, mentre gli occidentali rientravano dalle vacanze e sull’Unione europea, che cominciava a respirare dopo una crisi economica di anni, si è abbattuta una nuova calamità: la tragedia più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale.

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L’analisi.

Almeno un migliaio di jihadisti solo a Parigi. E difendersi diventa sempre più difficile.

PARIGI – SCONVOLTI ma soprattutto confusi. Questo è il nostro stato d’animo quando accadono episodi come quello di venerdì pomeriggio, sul Thalys, il treno tra Amsterdam e Parigi. Un giovanotto di ventisei anni, carico d’ armi (AK47, pistola automatica, caricatori, pugnale), a un certo punto del tragitto estrae il suo arsenale da un sacco e si accinge a sparare sulle centinaia di viaggiatori. Il massacro non gli riesce perché viene immobilizzato da alcuni passeggeri insospettiti dal suo comportamento. La presenza casuale di una manciata di uomini coraggiosi, di varie nazionalità, tre americani, un britannico, già giustamente definiti eroi nelle loro rispettive capitali, supplisce l’inefficienza dei servizi di sicurezza mobilitati da anni. È senz’altro sciocco accusare di un fallimento l’intelligence. È confusa come noi, di fronte ai fenomeni di terrorismo individuale difficili o impossibili da prevenire. In Francia ci sarebbero circa mille salafisti, su sei milioni di musulmani, con tendenza jihadiste (in termini più brutali fedeli al Corano ma tentati dal mitra) e nella Parigi socialista si parla di creare un campo dove metterli per tenerli d’occhio.

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nucleare

La diplomazia

I negoziatori dei 5+1 hanno faticato per anni, il patto con i successori di Khomeini è pieno di incognite, ma a Vienna si è celebrata una vittoria dell’intelligenza umana emersa dal fanatismo e dal sospetto.

CI SONO voluti più di 35 anni per riavvicinare il grande Satana e il regime canaglia, caposaldo dell’asse del male. Ci vuol tempo per sradicare gli insulti diventati dogmi. La diplomazia ha dovuto faticare, ma si è rivelata più efficace delle armi in agguato. Nel mondo irrequieto, sbrigativo nell’uso della forza, è un segno di saggezza. La rivalità tra l’America bollata dall’Iran come satanica e l’Iran definito dall’America canagliesco si è risolta la mattina del 14 luglio, dopo tredici anni di trattative, in un accordo sul nucleare che resta ricco di incognite, che non è ancora la pace, ma che è pur sempre una vittoria dell’intelligenza umana, emersa con fatica dal fanatismo e dal sospetto.

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Parigi
Il racconto
Le tragedie dei giorni scorsi sembrano aver unito l’Europa. L’abbraccio dei leader e i sorrisi dei bambini. L’impressione è quella di una festa di liberazione. Dal terrore.
PARIGI – LE TRAGEDIE fanno versare lacrime, indignano, ma dolore e collera possono provocare miracoli. Politici si intende. In Place de la République ho avuto l’impressione di vivere una festa della liberazione. Quella dell’Europa non più litigiosa ma solidale, non più depressa ma grintosa. Liberata da timori e lamenti. Qualcosa di simile a una rinascita. Si può dunque rinascere a quasi sessant’anni, quanti ne ha l’Unione europea? Il sussulto è probabilmente effimero, ma al momento esaltante. Sulla statua di Marianna, simbolo della Repubblica, al centro della piazza, giovani di tante nazionalità agitano tricolori francesi, ma anche qualche tricolore italiano, e bandiere tedesche, spagnole, portoghesi, danesi, britanniche; e in mezzo a quelle europee ce ne sono alcune israeliane, palestinesi, tunisine, turche…

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Riluttanti

Una decina di nazioni disposte a combattere l’Is E oggi a Parigi il vertice sulla sicurezza in Iraq.

IL MESSAGGIO è chiaro, sinistro, non si presta a equivoci. Barack Obama «dichiara la guerra» allo Stato Islamico e lo Stato islamico risponde con un’altra decapitazione. Il califfo Al-Baghdadi fa sapere che lui non si lascia intimidire. Le esecuzioni dei due giornalisti americani, James Foley e Steven J. Sotloff, equivalevano a una sfida, erano provocazioni: l’esecuzione del cittadino britannico David Haines, un operatore umanitario, è un avvertimento a Londra, ma il monito brutale è destinato anche a tutte le altre capitali, occidentali e orientali, pronte a partecipare alla grande alleanza anti-jihadista, di cui si discuterà oggi a Parigi. Il boia ha avvertito che ha un’altra vittima di riserva, il britannico Alan Henning.
La morte di David Haines, colpevole di aver voluto aiutare la popolazione siriana in preda alla guerra civile, arriva come una staffilata sull’ampio e confuso schieramento anti jihadista atteso sulle rive della Senna.

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Gaza

Hamas perde i suoi alleati ecco la tregua degli anti-jihad La terza guerra in cinque anni tra Gaza e Israele si svolge in una realtà completamente mutata. Ora nei Paesi arabi, a partire dal regime militare del Cairo, prevale la paura per l’Islam radicale. E così si è arrivati a un nuovo cessate il fuoco. Il conflitto.

GERUSALEMME – LA PIOGGIA di razzi caduta nei paraggi di Ashkelon, a tarda sera, ci ha mandati a letto convinti che il conflitto stesse riprendendo i suoi ritmi dopo una pausa di tre giorni. Una vampata di pessimismo induceva a pensare a quanto sia facile cominciare una guerra e quanto sia invece difficile concluderla. Anche quando si tratta di un limitato ma cronico conflitto relegato dalla grande Storia in un angolo del mondo. Al Cairo, nelle settantadue ore di tregua, i negoziatori non avevano dunque concluso nulla. (altro…)

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Gaza

Al corteo per i combattenti c’era poca gente. La gente non ama gli islamisti, ma dopo i raid il consenso cresce.

GAZA – CHIEDO a Mustafa Sawaf se trova giusto che Hamas collochi i lanciarazzi tra i civili, facendone obiettivi inevitabili, o che scavi dei tunnel diretti in Israele sotto le case di gente ignara di quel che l’aspetta. Le immagini di Beit Hanoun e di Khuza’a sono ben stampate nella mia memoria. Nelle due cittadine, una a Nord l’altra a Sud della Striscia di Gaza, l’esercito israeliano non ha distrutto strade, moschee, negozi, scuole. Ha arato l’abitato. L’ha spianato. Ha scavato con l’artiglieria, con l’aviazione, con i bulldozer l’intera superficie, alla ricerca evidente dei maledetti tunnel, alcuni dei quali erano spuntati in vicinanza dei kibbuz, delle fattorie, dei villaggi nelle province meridionali dello Stato ebraico. Tra le zolle gigantesche di terra e cemento si intravede la saracinesca di un negozio, il minareto di una moschea, una cattedra, dei banchi forse di una scuola. (altro…)

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Gaza

Razzi dalla Striscia e raid israeliani la tregua è finita torna l’incubo a Gaza
I colloqui del Cairo sono falliti Netanyahu avrebbe prolungato il cessate-il-fuoco senza condizioni. Ma la proposta è stata respinta da Hamas

Cinque vittime tra la popolazione: ucciso un bambino di appena dieci anni
Il conflitto.

GERUSALEMME – NON hanno neppure avuto bisogno di guardarsi negli occhi. Il rifiuto era deciso prima ancora che cominciasse la tregua di tre giorni. Era scontato che non venisse prolungata. O che non portasse a qualcosa di positivo. Dopo decenni di odio e un mese di massacro non ci si poteva dichiarare d’accordo troppo in fretta, sia pure per un altro effimero cessate-il-fuoco. Era il primo round. Una pausa di 72 ore era già un miracolo della terra non per niente tre volte santa. Un’altra manciata di morti e sarà possibile fare di più. L’intensa ripresa dello scontro tra razzi palestinesi e incursioni aeree israeliane non può durare a lungo. Le reazioni del mondo pesano. Le vittime lacerano la popolazione di Gaza; assumono un peso politico per Hamas; non esaltano la democrazia israeliana quando il numero di quelle palestinesi è sproporzionato. (altro…)

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Gaza

Netanyahu ha ordinato il ritiro delle truppe di terra e inviato una delegazione al Cairo Per trattare e soprattutto arginare le critiche internazionali Pesa il numero delle vittime palestinesi: quasi duemila Il reportage.

GERUSALEMME – MA FORSE le disperate, tenaci talpe umane ne hanno scavati molti di più o si apprestano a scavarne altri. Gli abitanti israeliani delle zone limitrofe a Gaza non si fidano. Hanno scoperto che sotto terra stavano per nascere labirinti, con luce elettrica e perfino con piste percorribili da automezzi. Per loro i soldati se ne sono andati da Gaza troppo presto. Dovevano frugare più a lungo il terreno. «I palestinesi potrebbero spuntare ancora dal pavimento della camera da letto».
Dai tempi preistorici gli uomini hanno tracciato gallerie sotterranee per difendersi, per evadere, per attaccare. È un’antica arte della guerra riesumata di recente dai ribelli di vario tipo in Afghanistan per sfuggire agli occupanti prima sovietici e poi americani. Negli anni precedenti i vietnamiti e più ancora i laoziani furono maestri. Quella tattica rudimentale ha sorpreso in questi giorni anche Israele, Paese che eccelle appunto nell’high-tech: sul piano civile, certo, ma anche su quello militare: l’Iron Dome (la cupola di ferro) ha provvidenzialmente fatto esplodere in cielo i razzi di Hamas destinati a compiere stragi a Tel Aviv, a Haifa, a Gerusalemme. I razzi erano più vulnerabili delle talpe. (altro…)

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Le tensioni in Ucraina

Piazza smarrita, governo incerto. Defezioni nella Difesa.

KIEV – UNA defezione senz’altro provocata dai russi che nella penisola meridionale sul Mar Nero ormai si comportano da padroni. La Majdan, la Piazza, sembrava fino a pochi giorni fa l’ombelico del mondo, il centro di un’insurrezione che aveva cacciato un presidente corrotto, e con lui spazzato via un regime alleato della vicina intoccabile potenza. C’era di cui essere fieri. Uno schiaffo di Kiev a Mosca meritava almeno un paragrafo nei libri di storia. Putin umiliato era la prova che l’orgoglio nazionale infonde audacia. (altro…)

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La giornata

Il capo dei Fratelli musulmani arrestato e umiliato in tv “Ma la nostra lotta continua”. Badie esibito dai militari come un trofeo. Baradei accusato di tradimento. Il reportage.

IL CAIRO-L’ASCIUTTA figura della “ottava guida suprema” dei Fratelli musulmani, Mohammed Badie, campeggia sui teleschermi dalle prime ore di martedì.

SUBITO dopo il suo arresto, nel quartiere di Nasr City, dove si è consumato gran parte del massacro del 14 agosto, Mohammed Badie, 70 anni, professore di patologia veterinaria, è apparso su tutte le tv a intervalli regolari. La propaganda non ha perso tempo. Le macchine da presa accompagnavano senz’altro i poliziotti durante la cattura, perché il professor Badie è stato filmato seduto su una poltrona, nell’appartamento in cui è stato sorpreso, poi mentre scende le scale scortato da uomini armati, e infine mentre sale sulla macchina diretta in prigione. (altro…)

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Il Sinai jihadista

La restaurazione di al-Sisi nuovo raìs sulle rive del Nilo Ha piegato gli islamisti, vuole salvare anche Mubarak.

IL CAIRO-IL GENERALE Abdel Fattah al-Sisi è un sentimentale. Gli capita di far piangere la platea. In aprile, a conclusione di un concerto, ha preso la parola per ringraziare gli interpreti, e li ha commossi al punto che sono scoppiati in lacrime. Il generale Sisi sorride spesso. Sembra un ictus. Le migliaia di ritratti appesi alle finestre, ai balconi, in molti quartieri del Cairo, non solo quelli borghesi, anche i sobborghi operai ne sono pieni, mostrano un volto disteso, sereno, senza il piglio militaresco che verrebbe spontaneo attribuire a chi ha promosso una repressione il cui bilancio supera il migliaio di vittime. Il suo sguardo è spesso mascherato da grossi occhiali ray-ban. Gli egiziani appartengono al mondo arabo dell’ulivo (i cui alberi ombreggiano il delta del Nilo che si getta nel Mediterraneo); un mondo contrapposto dagli storici per la sua gentilezza a quello arabo assai più rude della palma (i cui alberi punteggiano le rive irachene del Tigri e dell’Eufrate che si gettano nell’Oceano). (altro…)

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I poteri in campo

“Al bando i Fratelli musulmani” il pugno duro del generale al-Sisi in strada è caccia agli islamisti.
Migliaia di arresti al Cairo, ucciso il figlio del leader della Confraternita.
Il reportage.

IL CAIRO-L’ACCUSA di “fascismo religioso” è il nuovo anatema laico contro gli islamisti in rivolta. L’espressione pronunciata ieri, da un portavoce della provvisoria presidenza della Repubblica, potrebbe avere come inevitabile conseguenza lo scioglimento della Confraternita dei Fratelli musulmani, e del partito Libertà e Giustizia, sua espressione politica. Il capo del governo di transizione, Hazem el-Berlaui, un economista considerato un liberale, ha precisato che la messa al bando delle associazioni di “terroristi” è già allo studio. L’Egitto è impegnato in una guerra d’usura e quindi tutto deve essere fatto per combattere gli animatori di un complotto contro la nazione. Questo è il linguaggio del potere nelle ultime ore. (altro…)

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Gli elicotteri sparano sulla folla guerra civile nelle strade del Cairo decine di morti tra gli islamisti.
La rabbia dei Fratelli musulmani: “Ci uccidono, ma resistiamo”.
Il reportage.

IL CAIRO-IL VENERDI della “collera”, decretato dai Fratelli musulmani, è cominciato sul ponte 15 maggio, tra le due sponde del Nilo. È là che ci sono stati i primi morti, per quel che mi è capitato di vedere. Ingrossato dai fedeli usciti dalle moschee, dopo le preghiere del venerdì, il corteo islamista proveniente dai sobborghi nord orientali era diretto a piazza Ramses, nel cuore della capitale, dove era prevista una grande manifestazione. L’avanguardia, con la bandiera egiziana e quella nera dell’Islam, è stata fermata in mezzo al ponte da una grandine di pallottole. Erano tiri di intimidazione che si incastravano nell’asfalto a qualche metro davanti ai ragazzi in prima fila. Un proiettile di rimbalzo ha ferito alla gamba destra un mingherlino, di non più di diciotto anni, che gridava a squarciagola «no al golpe militare» e «Dio è grande». È stato un parapiglia. C’era chi ordinava di avanzare, e dava l’esempio continuando a marciare verso l’altra sponda del Nilo; chi sfoderava un fucile fino a quel momento nascosto e si appostava dietro al parapetto; e chi indietreggiava esitante per poi darsi alla fuga in preda al panico, lasciandosi alle spalle i primi morti. (altro…)

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