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Posts Tagged ‘Carlo Bonini’

Il retroscena.

Nella drammatica retromarcia di Ferrara, presidente di Consip, il sospetto di un cedimento a pressioni per ritrattare la prima versione.

ROMA – Se su Consip era stata consigliata o commissionata in extremis un’operazione di salvataggio giudiziario che in qualche modo provasse a ridurne il danno politico, l’esito è una catastrofe. L’iscrizione al registro degli indagati di Luigi Ferrara, presidente di Consip, con l’accusa di aver mentito nella deposizione di venerdì scorso al procuratore aggiunto Paolo Ielo e al sostituto Mario Palazzi, trascina infatti nell’abisso di un’inchiesta che promette di non lasciare nessuno con le ossa intere proprio chi in quella testimonianza doveva trovare una via di uscita.

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I pm di Roma dopo gli arresti: quella scoperta è solo una delle reti criminali “Materiali di scarsa qualità, pericoli sanitari”. Cantieri a rischio commissariamento.

ROMA – Il “Mostro” e il “Diavolo”, come nel giro degli appalti per le Grandi Opere avevano battezzato Giampiero De Michelis e Domenico Gallo, il direttore dei lavori e il costruttore in odore di ‘ndrangheta soci in corruzione, non erano due funghi velenosi cresciuti all’ombra delle commesse della Tav Milano- Genova, del sesto macro lotto dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria e del “People mover” di Pisa. Il “Mostro” e il “Diavolo” sedevano verosimilmente a un tavolo dai molti commensali. O, almeno, di questo si è convinto il gip di Roma Gaspare Sturzo che mercoledì ne ha disposto l’arresto.

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G8In pochi sono stati condannati per le violenze durante il vertice. Qualcuno ha chiesto scusa, altri si sono riciclati.

Super carriere o pensionati ecco la seconda vita dei poliziotti di Genova.

ROMA – Quindici anni sono molti. Nella vita di chiunque. Ma il sabba della notte della Diaz, lo scempio di Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani non hanno mai abbandonato né vittime, né carnefici del G8. È una ferita che non si è mai rimarginata, perché il tempo, da solo, non poteva essere, né è stato un unguento. Né potevano bastare le parole che il 6 luglio del 2012, dopo le condanne definitive della Cassazione per i fatti della “Diaz”, pronunciò l’allora capo della polizia, lo scomparso Antonio Manganelli.

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Nizza“Il killer aveva complici e non ha agito da martire”. Il selfie prima del massacro.

NIZZA – La storia della strage del 14 luglio va riscritta. Ne va certamente riavvolto il nastro. Perché troppe cose cominciano a non tornare. Perché, per dirla con una qualificata fonte dell’Intelligence francese, «più l’inchiesta va avanti, più è ragionevole ipotizzare che Mohamed Lahouaiej Bouhlel non sia il solo protagonista di questa vicenda. Che fosse parte di un piano in cui qualcosa non è andata per il verso giusto. O comunque non come era stato fatto credere a Mohamed che dovesse andare. Sicuramente, il comportamento di Mohamed prima e durante la strage non è stato quello di un martire. Sicuramente nella corsa di quel tir sulla Promenade des Anglais c’è qualcosa che non torna.

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Regeni

Il retroscena.

Una mail in arabo acquisita dalla procura di Roma alla vigilia del vertice tra investigatori in programma domani: “Può averla scritta solo qualcuno molto informato”.

ROMA – C’è ora un Anonimo nel caso Regeni. E racconta una storia che ricostruisce cosa sarebbe accaduto a Giulio tra il 25 gennaio e il 3 febbraio. Una storia che porta dritta al cuore degli apparati di sicurezza egiziani, civili e militari, della polizia di Giza, del Ministero dell’Interno, della Presidenza. L’Anonimo scrive a Repubblica da qualche giorno da un account mail Yahoo, alternando, nei testi, l’inglese, qualche parola di italiano, e la sua lingua, l’arabo. Si dice della polizia segreta egiziana.

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Incriminato“Il reporter resta incriminato ma prove insufficienti” La Casa Bianca: l’Europa faccia di più per la sicurezza.

BRUXELLES – «Colpevole». «Forse si». «Certamente si». Anzi no. In un’ennesima disarmante capriola l’Antiterrorismo belga si offre candida alla gogna del mondo. Il giornalista free-lance Faysal Cheffou non è il terzo uomo del commando di Zaventem. Resta indagato per terrorismo ma, in 48 ore, le fonti di prova che avevano convinto la Procura federale ad arrestarlo come uno degli esecutori della strage, si rivelano improvvisamente troppo fragili per privarlo della libertà. La sua scarcerazione è annunciata nel primo pomeriggio da un comunicato di due righe della Procura Federale — «Gli indizi presupposto del suo fermo non sono stati confortati dalla prosecuzione dell’indagine» — e assume contorni più precisi con il passare delle ore.

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Le tappe

Il racconto.

Calcagno e Pollicardo ai giudici: “Vivevamo al buio. Separati mercoledì dai nostri colleghi”. L’ipotesi: rapimento opera di una banda locale.

ROMA – Ora c’è una prima verità. Verbalizzata in sette ore di testimonianza di fronte al pm Sergio Colaiocco e ai carabinieri del Ros. Ed è una verità nitida. Non intossicata dalla manipolazione delle fonti libiche. Gino Pollicardo, Filippo Calcagno, Salvatore Failla e Fausto Piano hanno vissuto per otto mesi in due case prigione. La prima, in estate, non lontana dal punto in cui erano stati sequestrati. La seconda, in inverno, alla periferia di Sabrata. Non sono mai stati divisi. Fino a mercoledì scorso.

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ellekappaIl retroscena.

La banda che li aveva presi prigionieri li stava trasferendo su un pick up verso una nuova prigione. La milizia che li ha uccisi li ha esibiti come trofei spacciandoli per combattenti Is.

SALVATORE Failla e Fausto Piano sono morti alle otto della sera di mercoledì. Trentacinque chilometri a sud di Sabrata. Uccisi dal fuoco della milizia locale che li credeva combattenti di Daesh. Viaggiavano a bordo di due pick-up con i loro sette carcerieri, una banda di predoni maliani e tunisini verniciata di islamismo.

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veritàIl caso.

Il testo di Maha Abdelrahman, tutor del ricercatore italiano: così è stata tradita la rivolta di piazza Tahrir.

ROMA – C’è una traccia non manipolabile che documenta più e meglio di qualsiasi testimonianza o ricordo la ricerca cui Giulio Regeni stava lavorando al Cairo. Il suo oggetto, le sue coordinate, la sua cornice scientifica e politica. E dunque le ragioni per cui quella ricerca abbia finito con il risultare intollerabile agli occhi del Regime e abbia finito per costargli la vita. È un saggio in lingua inglese, Egypt’s Long Revolution (la lunga rivoluzione dell’Egitto), pubblicato nell’autunno del 2014 dall’editore Taylor and Francis group e firmato da Maha Abdelrahman, la supervisor di Giulio alla Cambridge University. Quel libro era il punto di partenza della ricerca di dottorato di Giulio e, nelle intenzioni, anche il possibile approdo, dal momento che il suo lavoro al Cairo avrebbe potuto contribuire al suo aggiornamento.

A posteriori, è una lettura per certi versi raggelante. Perché in quelle pagine, nella scelta del linguaggio, è la denuncia di un Regime e delle sue pratiche di costante violazione dei diritti umani, della centralità delle Forze armate e dei Servizi segreti nella vita politica del Paese, del Termidoro e Restaurazione seguite alla Rivoluzione di piazza Tahrir con l’offensiva portata al cuore dei movimenti che quella Rivoluzione avevano reso possibile. Di più: perché in quelle pagine sono ragionevolmente indicati, con inconsapevole preveggenza, mandanti ed esecutori dell’omicidio di Giulio. Si legge nell’incipit: «Questo libro analizza le nuove forme di mobilitazione politica nate in Egitto in risposta alle crescenti proteste contro le politiche autoritarie e le deteriorate condizioni di vita figlie di politiche neo-liberiste e di un capitalismo clientelare ». L’arco temporale della ricerca copre i dieci anni precedenti la Rivoluzione del 2011 e i tre che ne sono seguiti.

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alemanno

“Il calciatore pagava i vigili per la scorta dei figli” Quel patto per dare 400mila euro ai consiglieri.

ROMA – Nel mosaico di Mafia Capitale, era un tassello che mancava l’atto di nascita del Sistema Buzzi-Carminati. E con lui mancava soprattutto il documento in grado di spiegare perché, quando e come, diventi il totem in nome del quale la destra di Alemanno e il Pd romano stringono il loro inconfessabile patto trasversale, consegnandogli il monopolio corrotto degli appalti del cosiddetto terzo settore. Ebbene, il 15 ottobre scorso, nella sezione di massima sicurezza del carcere di Terni, di fronte al pm Paolo Ielo, quel vuoto viene riempito da Luca Odevaine con un verbale di 49 pagine che gli aprirà le porte del carcere dopo 11 mesi di detenzione.

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ellekappaNiente vigili del fuoco e carabinieri nel Comune del primo hub italiano.

FIUMICINO . Come è stato è possibile dunque? Se, superata Coccia di Morto, si segue il tanfo grasso di bosco e materiali di risulta che ancora appesta l’aria lungo il lato ovest del perimetro del Leonardo Da Vinci per poi infilarsi nella lunga strada dal nome allegro, via del Pesce Luna, e le quinte desolanti che portano lì dove il rogo si è sviluppato, una discarica abusiva all’interno dell’omonimo Consorzio (Pesce Luna), di risposte se ne trovano molte. Una meno rassicurante dell’altra. Quale che sia l’origine ancora discussa delle fiamme. Dolosa, come continua a non escludere un premier se possibile ancora più indispettito ieri del giorno precedente e ancora in attesa di una “relazione su quanto accaduto”. O fortuita, tutt’al più colposa, come spiega il prefetto di Roma Franco Gabrielli. E la ragione è perché è qui, a 4 chilometri in linea d’aria dalla Runaway 25, la pista di decollo trasversale alla costa, che si inciampa in un numero.

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Un anno di rivolteROMA . Non c’è nulla di spontaneo nel giorno da cani di Casale san Nicola, né nella carne da cannone offerta alle cariche della Celere a beneficio di telecamere («Semo italiani come voi!», «Anche tu c’hai ‘na moje e ‘na famija!»). Perché non è la prima rappresentazione. E perché non sarà l’ultima. Perché le sue stimmate — la tartaruga nera e i caschi integrali di CasaPound — i suoi volti (Simone Di Stefano, che di Casa Pound è vicepresidente, come il suo spicciafaccende Mauro Antonini) e soprattutto il canovaccio e la messa in scena delle sue parole d’ordine — «Gli Italiani per primi» (variante dell’originale “Padroni a casa nostra”), sono il format di una Fabbrica dell’Odio battezzata esattamente un anno fa — sabato 14 luglio 2014 — nel corteo che attraversò il quartiere Esquilino, a Roma (dove CasaPound ha la sua sede) e che fu Epifania dell’abbraccio tra i fascisti di Gianluca Iannone e la Lega Nord della coppia Borghezio-Salvini.

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La relazioneLa relazione Gabrielli: “No allo scioglimento del Comune, ma la discontinuità con Alemanno è stata tardiva”. Si dimette il segretario del Campidoglio.

ROMA . Come in certe sentenze di assoluzione per insufficienza di prove, che finiscono con l’essere peggiori di una condanna, la Relazione Gabrielli al ministro dell’Interno Alfano che esclude l’ipotesi di scioglimento del Consiglio comunale di Roma consegna all’opinione pubblica un sindaco e una Giunta se possibile ancora più fragili.
Naufraghi scampati a una tempesta e a un abisso di cui — se non fosse stato per il lavoro della magistratura — non avevano e non avrebbero forse mai avuto reale percezione. Nelle 103 pagine del documento, di fronte all’oggettivo e «devastante » spettacolo di una «amministrazione locale devastata», Ignazio Marino appare infatti ora “inconsapevole”, ora oggettivamente “inerme”.

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MarinoImminente la relazione Gabrielli. La normativa ad hoc darebbe poteri per risanare la burocrazia corrotta.

ROMA . Cominciano oggi i giorni decisivi per il destino della Giunta Marino. Perché è oggi che comincerà a prendere forma la risposta alla domanda se il Comune Capitale d’Italia debba o meno essere sciolto per mafia. Il prefetto Franco Gabrielli riunirà il Comitato provinciale per l’Ordine e la sicurezza pubblica (cui parteciperanno il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, il questore e i comandanti provinciali di Carabinieri, Finanza e Forestale) durante il quale verranno discusse le conclusioni delle mille pagine di lavoro consegnate lo scorso 16 giugno dalla commissione di accesso agli atti del Comune insediata dal precedente prefetto Pecoraro e, con loro, l’orientamento maturato in queste tre settimane dallo stesso Gabrielli con la sua bozza di relazione finale.

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CarminatiGli imprenditori vicini alla banda dicevano: “Quelli ci hanno milioni” Il boss si sfogava: “Non posso tirarli fuori sennò me li levano”.

ROMA – A quanto ammonta il tesoro di Massimo Carminati? E dove è nascosto? Nell’agosto del 2013, le cimici del Ros ascoltano il Nero nelle sue confidenze a Buzzi. «Io so’ ricco, te dico la verità …. Io sono un bandito ricco. C’ho difficoltà a tira’ fuori i soldi perché sennò me li levano ». E ancora: «Io la villa di Iannilli (quella di Sacrofano, dove ha abitato fino alla mattina del suo arresto, ndr) la devo affitta’, perché a me le sequestrano le case, non hai capito? Non è che non c’ho i soldi per comprarmela. Io me la devo affitta’… Sono obbligato… Se no è da mo’ che me la ero comprata una casa, eh.. Con quello che ho speso io tra gli affitti… per metterla a posto ogni volta… Me l’ero comprata cinque volte… Ma come mi faccio una casa… pigliano e me la sequestrano, capito?». Nel maggio del 2014, Agostino Gaglianone, imprenditore edile nella manica di Carminati, evoca ricchezze favolose. «C’hanno milioni di euro e non sanno… non possono farli uscire finché non c’è un pezzo di carta…». «Milioni di euro», dunque.

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Strutture di accoglienza

Da Roma a Catania, da Bari a Firenze: indagano quattro procure Al centro Odevaine, Cl e le coop di Buzzi. I silenzi del Viminale.

ROMA – Se è vero che “tre indizi fanno una prova”, incrociando il lavoro recente di tre Procure della Repubblica (Firenze, Bari, Catania) con quanto l’inchiesta “Mafia Capitale” è sin qui riuscita a documentare su Luca Odevaine, ventriloquo corrotto al “Tavolo di Coordinamento Nazionale per l’accoglienza dei migranti” del Viminale, si può oggi raccontare una storia che suona così. Una cupola ha controllato e in buona misura ancora controlla, attraverso la leva della corruzione, il fiume di denaro che, ogni anno, assicura l’accoglienza dei migranti nel nostro Paese. Oltre 1 miliardo di euro per il 2015, 400 milioni in più rispetto al 2014, il doppio di quelli spesi nel 2013. Questa cupola ha le stimmate della cooperativa “La Cascina”, braccio finanziario di Cl. E ha il suo interlocutore politico nel Ncd, il cui segretario, Angelino Alfano, è ministro dell’Interno, che della regolarità delle procedure di affidamento della spesa dovrebbe essere il garante. Ma che, fino ad oggi, di nulla si è accorto.

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Gli stipendi

Le trattative da suk con i politici in Campidoglio Chi si accontenta, chi prova a giocare al rialzo e chi chiede in cambio le assunzioni di amici Ma per i big non bastano neanche 100mila cash.

ROMA – L’Aula Giulio Cesare è il suk in cui Salvatore Buzzi compra e vende. Compra consiglieri, assessori, capi dipartimento. Vende, fissandone il prezzo, i servizi della “29 giugno”, holding cooperativa del Terzo Settore dalle tariffe fuori mercato. Come i 900 euro a tonnellata che, nel 2013, spunta con l’Ama per la raccolta di “rifiuti multimateriale” a fronte di un prezzo medio di 250-300. O il milione e 630mila euro per la prima accoglienza, nel luglio 2014, di 580 migranti, poco meno di 2.800 euro a essere umano. I suoi “ricarichi” sui prezzi di mercato sono nell’ordine del 50 per cento, fino a punte del 70, e questo lo rende un battitore unico, perché da quella generosa cresta può ritagliare altrettanto generose “stecche”. Insomma, una Mucca dalle mammelle d’oro, se lo si volesse parafrasare nella sua metafora. Naturalmente, domanda e offerta, come nel più volatile dei mercati, sono fluttuanti e dunque, documentano le 428 pagine dell’ordinanza, trovano un punto di incontro in una tariffa altrettanto volatile.

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I personaggi

Dall’assessore al mini-sindaco tutti gli uomini al soldo del clan Le minacce di Buzzi: “Siamo un taxi da cui non si scende”.

ROMA – In una saga giudiziaria di cui non si indovina la fine, l’inchiesta “Mafia Capitale” dalla “ Terra di mezzo” di Tolkien approda alla “ Fattoria degli animali” di Orwell. Per svelare che chi ha avuto in pugno Roma non era il Maiale della profezia. Ma un’insaziabile Mucca, come documentano le 428 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del gip Flavia Costantini che apre le porte del carcere a 44 tra consiglieri comunali e regionali, funzionari pubblici, manager delle cooperative del Terzo Settore. La Mucca politicamente transgenica di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati. Perché, come ghigna al telefono il Grande Elemosiniere e Mafioso della “Cooperativa 29 giugno”, «‘A sai la metafora no? Se vuoi mungere la mucca, la mucca deve mangiare. E l’avete munta tanto. Tanto…». Fino a quando la mucca non si è mangiata tutto e tutti.
“I POLITICI ASSERVITI”
In un catalogo, che è insieme antropologico, criminale, politico, dalle mammelle della mucca — «la mangiatoia», per dirla ancora con Buzzi — suggono infatti bocche voraci.

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Le frasiL’intervista.
Tortosa parla dopo le polemiche: “Fu uno scempio ma il mio reparto non c’entra. Nella scuola c’erano centinaia di poliziotti”. Rimosso il dirigente del “like” su Facebook.

ROMA – La casa dell’assistente capo della Polizia di Stato Fabio Tortosa guarda il mare di Ostia. Un appartamento al secondo piano di una palazzina di recente costruzione, «ipotecato da un mutuo che si estinguerà tra 27 anni». Quelli che aveva la notte del 21 luglio 2001, quando fece irruzione nella Diaz con il VII Nucleo. Il thread della collera e della vergogna — «In quella scuola rientrerei mille e mille volte»; «Spero che Carlo Giuliani faccia schifo anche ai vermi» — è stato scritto tra queste mura. E ne ha già pagato le conseguenze Antonio Adornato, comandante del Reparto mobile di Cagliari, il primo ad aggiungere il suo “like”, rimosso dal comando con effetto immediato e trasferito all’ufficio ispettivo di Roma.
Il pc ora è spento ed è su un mobile basso, sotto un grande televisore a muro incorniciato da vetrinette. (altro…)

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OdevaineRoma, l’ex vice-capo di gabinetto di Veltroni ammette lo “stipendio” “Ricevevo 5mila euro al mese per facilitare gli affari della banda”.

ROMA – Quattro mesi di carcere convincono Luca Odevaine, già vice-capo di gabinetto di Veltroni sindaco, quindi capo della polizia provinciale di Roma e componente del tavolo di coordinamento nazionale per l’immigrazione del Ministero dell’Interno, a rompere il silenzio in cui si era chiuso dopo la grande retata con cui, in dicembre, la Procura di Roma aveva documentato il suo ruolo in “Mafia Capitale”.
A chiedere dunque un interrogatorio con il pm Paolo Ielo, per ammettere “spontaneamente”, durante quattro ore di contestazioni, il proprio rapporto “a catena” (suggellato da uno “stipendio mensile di 5 mila euro”) con Salvatore Buzzi, presidente della cooperativa sociale 29 Giugno e, soprattutto, Signore, con il “nero” Massimo Carminati, di quella Terra di Mezzo che aveva trasformato gli appalti del “terzo settore” e le politiche sociali del Campidoglio (con la Giunta Alemanno, prima, con alcuni consiglieri del Pd all’arrivo di Marino) in “cosa loro”. (altro…)

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