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Posts Tagged ‘Claudio Magris’

Talk show, Internet e bla bla globale Così comincia l’eclissi della politica.

Quale porzione di tempo possono dedicare ai cittadini i politici dai quali dipende la vita del Paese, detratte le ore per evadere le richieste di interviste o rispondere alle domande di giornali, radio e televisioni sui problemi del giorno, le ore per i talk show e le trasmissioni consacrate al dibattito? L’espansione cancerosa del bla bla globale sembra divorare, consumare, distruggere la politica concreta. È la dittatura del tempo sprecato.
I n un articolo di alcuni anni fa Umberto Eco calcolava, con paradossale ma oggettiva e inconfutabile precisione, il tempo da dedicare alla propria ricerca e alla propria specifica attività che rimane a uno studioso, in una giornata, detratte le ore destinate al sonno, ai pasti, alla toilette, al sesso, alle urgenze burocratiche, alla corrispondenza (magari solo al gentile rifiuto di inviti e sollecitazioni), alle telefonate, alle richieste — anche declinate, ma sempre con ingente spesa di tempo — di interviste o di risposte a pressanti domande di giornali, radio e televisioni sugli innumerevoli problemi del giorno, ai commenti — mesti o augurali — per la morte o i compleanni o gli allori o l’entrata in quiescenza di colleghi e di altre personalità illustri. (altro…)

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Come vivere il groviglio di speranza e incertezza.

Pasqua si addice poco al clima politico e sociale che stiamo vivendo. Letteralmente per i fedeli e simbolicamente per tutti, Pasqua è un corto circuito di sconfitta e di trionfo; di dolore, intenso sino alla tentazione di arrendersi, e di resistenza a questo sentimento del nulla; di morte e di resurrezione. Come ricorda Péguy, grande scrittore cattolico, nella notte del Getsemani l’angoscia è così grande da indurre Gesù, sia pure solo per un attimo, a desiderare di lasciar perdere, di allontanare il calice di sofferenza, di annullare quello che per il cristianesimo è il disegno di redenzione universale preparato sin dall’inizio dei tempi.Quest’angoscia, come sappiamo, viene superata e non impedisce l’accettazione della Passione e della morte, dopo la quale v’è la gloria — il mistero glorioso — della Resurrezione. (altro…)

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Con l’acqua alla gola nell’Italia da salvare.
Dalla fine della guerra non è mai stata così forte la sensazione di dover difendere il Paese.

Ci sono momenti in cui la realtà costringe a prendere alla lettera le metafore, spesso con effetti assai spiacevoli. Mettere con le spalle al muro un avversario in una discussione, diceva Karl Kraus, può finire prima o dopo per portarlo al muro di un’esecuzione.
La natura — che la specie umana ritiene di aver domata, dimenticando di farne parte anch’essa né più né meno degli animali, delle piante o dei venti — è divenuta, per la nostra cultura, soprattutto un serbatoio di metafore: si parla di un terremoto politico, del tramonto di un leader, di un Paese con l’acqua alla gola, senza sospettare che quelle immagini possano diventare realtà concreta. La catastrofe in Liguria ha tragicamente restituito alle parole il loro significato brutalmente primario e letterale; l’acqua alla gola è salita ancora più in alto e ha ucciso alcune persone. (altro…)

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Finché non emergeranno inoppugnabili— per ora altamente improbabili— prove di una cospirazione terroristica, l’inaudito massacro norvegese va considerato un fatto di cronaca nera, ancorché di immani proporzioni. Esistono certo nel mondo tante e antitetiche associazioni terroristiche capaci di qualsiasi efferatezza, ma esiste anche il crimine— ancor più misterioso e più inquietante proprio perché spesso apparentemente immotivato— che nasce, si organizza e si consuma nella mente di un solo individuo, all’infuori di ogni pur delirante progetto politico. Come ha scritto sul Corriere Pierluigi Battista, cercare sempre il complotto (a suo modo razionale pur nella sua perversità), la spiegazione politica e sociologica, un preciso disegno collettivo, è un modo inconsapevole di rassicurarsi, identificando un ordine pur abbietto; un modo di abbandonarsi a fantasticherie su trame enigmatiche, fondamentalmente paurose ma anche involontariamente gratificanti, come è spesso gratificante soffermarsi sulle vaghe immagini dell’incubo, dell’orrore e della paura. (altro…)

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«Una vittima del libro» pensa Porfirio Petrovic, il giudice istruttore di Delitto e castigo quando incontra il febbrile e tormentato Raskolnikov. Dunque i libri possono essere anche malvagi, se fanno vittime o, quanto meno, possono indurre al male — Raskolnikov assassina due anziane donne— se vengono letti male. La colpa non è tuttavia loro, perché non sono responsabili della stupidità o dell’esaltazione di alcuni loro lettori. Prima I libri non sono sempre necessariamente buoni, come non lo sono sempre i loro autori. Ogni vero libro, a cominciare da certe favole dell’infanzia, è rischio ed è nel rischio ovvero nella libertà che si realizzano il senso e la dignità della persona. Il libro può essere veramente pericoloso, come sospettano e bisbigliano gli occhiuti censori, ma anche un amore può esserlo; anzi, in qualche modo deve esserlo, deve in qualche misura cambiare e sconvolgere un ordine precedente. (altro…)

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Dunque Cesare Battisti, il killer che ha assassinato quattro persone e reso paralizzata per sempre una quinta – senza dimostrare mai, a differenza di altri suoi colleghi nel crimine, pentimento per i suoi delitti o pietà per le sue vittime e i loro familiari, a parte una frettolosa dichiarazione di queste ultime ore – potrà godersi deliziose vacanze a Copacabana, coltivare le sue amicizie altolocate.

La Francia – che ha rifiutato a suo tempo l’estradizione di Battisti in Italia – è forse il Paese migliore del mondo, quello che combina nella misura più felice o meno infelice ordine e libertà, i due poli della vita civile. Ma anche la Francia è culla di qualche supponente e spesso ignorante conventicola intellettualoide che trancia giudizi ignorando i fatti. In questo caso, per pura ignoranza – mista a civetteria – alcuni autentici e/o sedicenti intellettuali hanno scambiato Battisti per un martire della Resistenza, come se noi dichiarassimo che un fascistoide antisemita quale Papon è un eroe della Résistence. (altro…)

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L’ASSUEFAZIONE PER QUEI MORTI.

Su alcuni giornali, duecento morti o dispersi in mare come quelli dell’altro ieri, in una fuga della disperazione, non finiscono neppure più in prima pagina, scivolano in quelle seguenti fra le notizie certo rilevanti ma non eclatanti. Per sciagure analoghe, solo qualche anno fa pure un presidente del Consiglio si commuoveva o almeno sentiva il dovere di commuoversi pubblicamente. Le tragedie odierne dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono, spesso anonimi e ignoti, in mare non sono meno dolorose, ma non sono più un’eccezione sia pur frequente, bensì una regola. Diventano quindi una cronaca consueta, cui si è fatto il callo, che quasi ci si attende già prima di aprire il giornale e che dunque non scandalizza e non turba più, non desta più emozioni collettive. (altro…)

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Giustizia è fatta, ha detto Obama annunciando l’uccisione di Bin Laden. È stato eliminato, ha detto invece Netanyahu. Le due frasi esprimono entrambe un profondo compiacimento per la notizia, ma anche un atteggiamento e una valutazione molto diversa nei confronti del medesimo evento, che per ambedue — e non solo per essi, ma per la stragrande maggioranza di noi — è un lieto evento.

Forse dubbioso e incerto nelle modalità in cui è avvenuto e nelle comunicazioni ufficiali, ma indubitabile per quanto riguarda la sua sostanza ossia la morte del maggiore responsabile, istigatore e organizzatore dell’inaudita strage dell’ 11 settembre. Anch’essa rivela punti oscuri, che hanno destato dubbi e illazioni, anche se è difficile, quasi grottesco pensare che gli Stati Uniti — il cui potere, Machiavelli insegna, gronda anch’esso di lacrime e sangue come ogni potere — potessero architettare non solo un’ecatombe dei propri cittadini ma anche un’umiliante messinscena della propria vulnerabilità, un immane e riuscito attentato al proprio prestigio. (altro…)

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Nella polemica tra Thomas Carlyle e John Stuart Mill la contrapposizione tra due concezioni opposte della società, l’una basata sui limiti della democrazia e il lavoro come valore assoluto, l’altra sull’uguaglianza come condizione di partenza necessaria per ogni uomo.
Se nel 1848 Marx ed Engels, nel loro celebre Manifesto, proclamano che uno spettro si aggira per l’Europa spaventando i benpensanti ovvero il comunismo, un anno dopo un saggio anonimo, uscito su un giornale conservatore londinese, il Fraser’s Magazine for Town and Country denuncia sarcasticamente un altro spettro, ma per combatterlo: una segreta Associazione universale per l’abolizione della sofferenza ovvero l’alleanza di filantropi liberali, economisti liberisti e anime belle che credono nell’eguaglianza ovvero negli eguali diritti e nell’eguale dignità di tutti gli uomini e hanno voluto abolire la schiavitù dei neri (cessata, in tutto l’impero britannico, nel 1833, ventisei anni dopo la messa fuori legge della tratta). (altro…)

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Il 25 aprile, oltre la storia
Non è stato solo il Terzo Reich a proclamarsi e a credersi destinato a durare mille anni, anche se è durato solo dodici, meno del mio scaldabagno. Ogni potere, soprattutto ma non solo quello totalitario, ogni civiltà, ogni sistema di valori e di costumi si vogliono e si ritengono definitivi; siamo inclini a scambiare il presente, l’assetto delle cose che ci circondano, per l’eterno, qualcosa che non può cambiare. In questo senso, siamo quasi tutti ciechi conservatori, incapaci di credere che il nostro mondo— la politica, le gerarchie sociali, gli usi, le regole — possa mutare. Se nell’ottobre del 1989 qualcuno ci avesse detto che il muro di Berlino sarebbe presto caduto, lo avremmo preso per un ingenuo sognatore. Forse chi ha il senso religioso dell’eterno è più protetto dalla supina adorazione idolatrica di quel momento di tempo in cui vive e delle momentanee ed effimere forze che in quel momento appaiono vittoriose e insostituibili. (altro…)

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Nella parabola evangelica degli operai della vigna quelli che hanno lavorato soltanto un’ora, l’ultima della giornata, ricevono lo stesso salario di quelli ingaggiati all’alba, che hanno lavorato tutto il giorno. Ma, se avevano atteso oziosi tutto il giorno, è perché nessuno prima li aveva chiamati; perché fino a quel momento non avevano avuto, a differenza degli altri, alcuna opportunità. L’inaccettabile disuguaglianza di partenza tra gli uomini, che destina alcuni ad una vita miserabile e impedisce ogni selezione di merito, va dunque corretta, anche con misure apparentemente parziali e disegualitarie, come fa il padrone della vigna. Il mondo intero è un turpe, equivoco teatro di disuguaglianze; non di inevitabili e positive diversità di qualità, tendenze, capacità, doti, risorse, ruoli sociali, bensì di punti di partenza, di opportunità. (altro…)

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In queste ore si ha talvolta l’impressione di assistere alla fine del mondo in diretta; le voragini, l’acqua e il fuoco in furore che in Giappone stanno distruggendo tante vite umane e i loro luoghi ci arrivano in casa. D’improvviso, dinanzi alla natura— da noi così dominata, sfruttata, intaccata — ci si sente come i lillipuziani davanti a Gulliver; ondate sbriciolano grandi edifici come giocattoli, automobili e treni interi spariscono come fuscelli, il cielo s’incendia. Ma cos’è questa cosiddetta natura, cui spesso gli uomini si contrappongono— ora con l’arroganza del dominatore, ora con l’angosciata umiltà del colpevole guastatore — come se non facessero anch’essi parte della natura, come se non fossero anch’essi natura, al pari degli animali, delle piante o delle onde? Le catastrofi naturali inducono spesso a pensose e forse inconsciamente compiaciute geremiadi sulla punita superbia dell’uomo che pretende di dominare la natura, sulla tecnica che devasta la vita. (altro…)

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