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Posts Tagged ‘Curzio Maltese’

curzio_malteseChi ha letto l’intervista di Curzio Maltese, giornalista ed europarlamentare di Tsipras, a Silvia Truzzi sarà rimasto probabilmente spiazzato. Ma come: un esponente della “sinistra radicale” che dice di trovarsi bene, al Parlamento europeo, con i 5Stelle? Addirittura d’accordo con loro su quasi tutto? Ma i 5Stelle, per non condannarsi all’irrilevanza, non avevano fatto il patto col diavolo con quel vecchio arnese di Farage, il dandy reazionario e xenofobo inglese? Tutto vero. Abbiamo scritto e confermiamo che quella scelta fu un errore, soprattutto d’immagine. Ora però, a un anno di distanza, scopriamo da Maltese che il M5S non aveva tutti i torti quando parlava di alleanza “tecnica” e a mani libere, finalizzata soltanto a far parte di un gruppo e dunque di contare qualcosa nelle istituzioni, visto che i senza-gruppo valgono come il due di coppe quando a briscola comanda bastoni.  (altro…)

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A ROBERTO Benigni va riconosciuto di rappresentare da anni il simbolo di un’altra Italia che non si rassegna al declino. Non il declino economico, del quale soltanto si parla, ma della sua premessa morale e civile che è il degrado del discorso pubblico. Due ore di Benigni su RaiUno sono un antidoto anzitutto linguistico a migliaia di ore di comune pietrisco televisivo, prodotto finale di milioni di parole vane e insulti e slogan e volgarità riversate da quella mesta compagnia di giro che occupa le reti nazionali da decenni. Piaccia o no, Benigni sta altrove. A qualcuno, ormai abituato alla spazzatura, non piace.

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QUANDO Mario Martone ha cominciato a parlarci del progetto di un film sulla vita di Giacomo Leopardi, a tutti è venuta in mente la stessa domanda. L’unico però ad avere il coraggio (e l’autorità) di formularla apertamente è stato il grande e a volte ruvido Bernardo Bertolucci: «Mario, ma come puoi pensare di filmare la Poesia?». Filmare per giunta la poesia infinita, quella che prescinde da qualsiasi limite di epoca, luogo, biografia, e dunque tanto più dall’Italietta reazionaria e provinciale della Restaurazione, dal piccolo fascino del borgo recanatese, dall’infelice vita e povera di eventi di Giacomo Leopardi. Tutte le cose concrete, visibili, che una macchina da presa, sia pure guidata con talento e sostenuta da una bella sceneggiatura, può trasformare in immagini per colpire un pubblico chiuso in una sala. (altro…)

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TelevisioneQUELL’ANTICA POLEMICA TRA TOLSTOJ E DON MATTEO.

CAPITA di rado d’essere in accordo con un ministro e dunque leviamo il calice: bravo Franceschini. In un colpo solo ha fatto due scoperte. La prima è che con la cultura si mangia. L’altra è che la televisione italiana «danneggia la
lettura». Anzi, diciamola tutta, la televisione è ormai uno dei più efficaci ed entusiastici fattori di analfabetizzazione degli italiani. Dalla mattina presto a notte fonda, su tutte le reti, pubbliche e private, con una lena degna di migliori cause. Insieme però alla politica, che della televisione in Italia è serva e padrona. (altro…)

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Sorrentino

Sorrentino: “Ripagato di 15 anni di fatiche ma ora provo a ripartire da zero”.

Il regista premiato a Hollywood per il miglior film straniero dell’anno È il più importante riconoscimento all’artista e al nostro cinema L’ultima volta era accaduto nel ’99 con Benigni e “La vita è bella”.

SI FA in fretta una tazza di caffè Kimbo portato da casa e corre con il figlio Carlo, il produttore Nicola Giuliano e un amico di Napoli al bar italiano di Rodeo Drive, dove trasmettono la diretta di Livorno-Napoli. Impreca all’autorete del portiere Reina, sotto lo sguardo interrogativo degli avventori, e commenta alla fine con Nicola: «Speriamo che stasera vada meglio». Tanto per non dimenticare che anche il cinema è un gioco, uno dei più belli inventati dagli uomini, magari. (altro…)

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L’AGGETTIVO per definire la strategia del centrodestra deve essere aggiornato di continuo. Ieri era «inquietante», come ha detto il presidente Napolitano. Oggi siamo passati al grottesco. Il lungo delirio quotidiano cominciato due mesi fa, dopo la sentenza sull’evasione fiscale Mediaset, ha toccato nella giornata di ieri il suo picco critico con la strana decisione di Berlusconi di confermare le dimissioni dei parlamentari del Pdl. Ma anche la presenza dei ministri di destra nel governo Letta. Come se il governo potesse sopravvivere a un atto così clamoroso. È ormai difficile capire la logica che muove le mosse contraddittorie dell’ultimo Berlusconi. Forse non c’è neppure. La scelta schizofrenica di ritirare i parlamentari e non i ministri, sembra rispondere piuttosto a un misto di sentimenti di rabbia, disperazione e debolezza. L’ex premier sa che se si andasse davvero a una conta sull’ipotesi di far cadere il governo e tornare presto al voto, una parte dei suoi non lo seguirebbe. Con un passo avanti e due indietro, ogni santo giorno, Berlusconi cerca di tenere insieme falchi e colombe e al contempo continua a tenere la pistola puntata alla tempia dell’alleato Pd, in vista del voto sulla decadenza. A parte questo, c’è la furia dell’Unto contro l’ipotesi per lui offensiva di essere trattato come un cittadino normale. Nel suo caso, un pregiudicato normale.

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Ellekappa

NON si registrava tanta attesa per un video dall’ultimo di Michael Jackson. Berlusconi sta bene visibilmente, per fortuna, ma anche il suo video sembra postumo. Quello che il tanto atteso messaggio del Cavaliere comunica al Paese è un disperato salto indietro di venti anni. A parte il protagonista, imbolsito dagli anni e dai guai, è un fermo immagine (mal riuscito) della mitica discesa in campo del 1993.

È identico il set, con i libri intonsi da allora, la scrivania linda, le foto dei figli rivolte allo spettatore, per ricordare che tutti abbiamo famiglia come alibi, il filtro sulla camera per cancellare le rughe. Identici gli slogan e i discorsi, il lancio di Forza Italia vent’anni più tardi come nei romanzi di Dumas, il Paese che ama, i magistrati che odia, i comunisti che non esistono più, ma lui li combatte lo stesso. Sarebbe da ridere, non fosse che ha ragione lui. Sono vent’anni che siamo fermi, ipnotizzati dalla televisione. Mentre tutto va in malora, i giovani non trovano lavoro e i meno giovani lo perdono ogni giorno. (altro…)

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LA MINACCIA di far cadere il governo era un bluff, come prevedibile, ed è durato ancora meno del previsto. Berlusconi in persona ha dato il contrordine, falchi e colombe sono rientrati nel pollaio. È andata male. Qualcuno del resto poteva credere che si facesse sul serio? La permanenza del governo Letta è l’unico salvacondotto possibile rimasto a Berlusconi.

Un’ancora alla quale si è aggrappato con forza. Le ipotesi alternative sarebbero state una follia. Da un lato, c’era la prospettiva di un Letta bis senza i voti decisivi del Cavaliere. Dall’altro, l’avventura di elezioni anticipate in autunno, che sarebbero state drammatiche per il Paese e probabilmente catastrofiche per il centrodestra. In entrambi i casi, per Berlusconi avrebbe significato la condanna all’irrilevanza politica. Come sempre, ha scelto la soluzione migliore per i propri interessi. Non senza aver inflitto al Paese l’ennesimo trucco. (altro…)

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IL GOVERNO Letta era stato presentato in prima battuta come una maggioranza innaturale, dettata dall’emergenza, destinata a fare tre o quattro cose importanti per poi tornare al voto con una nuova legge elettorale.

Subito dopo però è intervenuta l’ideologia delle larghe intese a cambiare i termini del patto. Si è cominciato a parlare di pacificazione nazionale, a richiamare l’esempio del compromesso storico. L’emergenza è finita in secondo piano rispetto alla stabilità, le cose da fare sono diventate meno importanti della necessità di durare. Il risultato concreto di questa ideologizzazione delle larghe intese è che abbiamo un governo incapace di fare appunto quelle tre o quattro cose che un governo a termine, di minori ambizioni, avrebbe già almeno messo in cantiere. (altro…)

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All’(ex) uomo più potente d’Italia questo oggi rimane, di tanta speme. Il suo popolo comincia ad abbandonarlo, come testimoniavano ieri le sparute comitive di pasdaran accorsi all’appello. C’era davvero poca gente davanti a Palazzo Grazioli, nonostante i tentativi del Tg5, in versione cinegiornale Luce, di farla apparire una folla oceanica. Falsa cronaca e truccati i sondaggi che sbandierano un’impennata di consensi alla quale il capo è il primo a non credere. Berlusconi dunque non rovescerà il tavolo perché probabilmente non otterrebbe l’agognato salvacondotto dagli elettori. Tanto meno può sperare di ottenerlo dal Quirinale.
Non s’è mai visto un presidente della Repubblica concedere una grazia a un condannato che è anche imputato in molti altri processi, non si è mai ravveduto e anzi continua ad attaccare la magistratura. (altro…)

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ROBERTO Calderoli deve dimettersi dalla vice presidenza del Senato perché chi parla come l’ex ministro non è degno di ricoprire alcuna carica istituzionale, tantomeno una così importante, in un paese civile. Punto e basta.

Almeno in questo caso, per favore, non apriamo il solito dibattito da talk show, dove tutti hanno un po’ ragione e un po’ torto. Qui la ragione sta tutta da una parte, il torto dall’altra.
Si dirà, ma qual è la novità? Sono ormai vent’anni che sopportiamo il continuo imbarbarimento del discorso pubblico, la progressiva perdita di dignità culturale della politica, archiviando ogni passo verso il baratro dell’intolleranza come occasionale “gaffe”, prontamente seguita da svogliate, ipocrite scuse. Il risultato concreto di questo vecchio che avanza è l’aver ridotto a pezzi l’immagine dell’Italia agli occhi del mondo, l’infelice laboratorio di una regressione collettiva. Allora, che cosa cambia una in più o in meno? Il fatto è che esistono punti di non ritorno e questo dell’offesa di Calderoli al ministro Cécilie Kyenge segnala esattamente questo. (altro…)

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Nella lunga lista degli intervenuti, a rappresentare con tutele da manuale Cencelli tutte le correnti interne, non se n’è trovato uno capace di stare sul fatto del giorno. E magari dire con chiarezza che un condannato in appello per evasione fiscale dovrebbe dimettersi, insieme ai ministri manifestanti, invece di arringare le folle in piazza. Così, per dare un contentino ai poveri elettori. I quali, al solito, stanno da un’altra parte. Sono in piazza a Brescia, a contestare Berlusconi, l’innominato dell’assemblea Pd. Quello che i dirigenti del partito debbono fingere di considerare davvero uno statista, un alleato affidabile, una sponda per le riforme necessarie a rilanciare il Paese. Non un caimano che pensa ai troppi affari suoi, convoca l’ennesima piazza eversiva e vi raduna i ministri appena nominati a fare da claque per i soliti attacchi alla magistratura. (altro…)

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L’ABITO solenne dello statista e padre della patria, indossato per la cerimonia quirinalizia delle larghe intese, è già svanito. Il re torna come sempre nudo. Sono bastate due votazioni a vuoto per la commissione giustizia al Senato.

Lì dove il Pdl vorrebbe piazzare Nitto Palma. Così è stato cancellato a un tratto il clima di pacificazione nazionale fra destra e sinistra tanto invocato da Berlusconi e dai cantori al seguito. I toni sono subito tornati quelli da piccola guerra civile, con Gasparri che grida al tradimento di un non ben precisato patto e Schifani che minaccia addirittura la caduta del governo. Ammesso che si possa considerare una minaccia. (altro…)

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LA FOLLE battaglia per il Quirinale illumina un paradosso della politica italiana. Per la prima volta nella storia repubblicana, tutti i candidati alla presidenza della Repubblica appartenevano a una sola area politica e culturale, la sinistra.

Eppure la sinistra, nella sua massima espressione politica, il Partito Democratico, non c’è più. Esiste un vasto popolo di sinistra, più ampio di quanto non dica il risultato elettorale, che condivide valori e progetti comuni e ha maturato negli anni del berlusconismo un idem sentire solido e coerente, manifestato in mille occasioni. Esistono élite di sinistra in ogni settore del Paese, nell’economia e nella cultura, nel mondo delle professioni e nell’informazione e perfino nella politica, che godono di stima e considerazione in patria e all’estero. L’elenco dei candidati presidenti votato dagli iscritti militanti 5 Stelle ne comprendeva un bel campionario. (altro…)

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LA CORSA di Pierluigi Bersani si è fermata ieri alle due e un quarto, quando Laura Boldrini ha letto il risultato del primo voto per il presidente della Repubblica. Una disfatta. Con la carta dell’accordo per Franco Marini presidente, il segretario (o ex?) del Partito democratico aveva provato a vincere su tre tavoli in contemporanea.

Quello di grande elettore del prossimo capo dello Stato, l’altro di premier del possibile governo di larghe intese, il terzo di un congresso di partito parallelo. Ebbene, ha perso su tutta la linea. Da ieri pomeriggio è chiaro che non sarà Pierluigi Bersani a scegliere il presidente della Repubblica, non sarà mai premier di nessun governo o governissimo e già non è più lui, di fatto, il leader del Partito democratico. Forse non esiste neppure più un Pd, a giudicare dal voto sparso in cinque o sei tronconi. Spetterà al successore di Bersani rimettere insieme i pezzi del partito, trasformato da una scelta insensata nel più grande gruppo misto nella storia del Parlamento italiano. (altro…)

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Per esempio, la riforma elettorale e della politica, il dimezzamento dei parlamentari e dei rimborsi elettorali, l’abolizione delle province, il taglio delle spese militari. Secondo passo, le dimissioni di Bersani e dell’intero gruppo dirigente, per lasciare spazio a una leadership più moderna e coraggiosa, con un altro candidato premier: tutti sanno chi. Terzo, il ritorno al voto appena possibile.
Questo invoca la base del Pd, con la stessa ingenua forza con cui diciassette anni fa, quando non esistevano Twitter e Facebook, scriveva imploranti lettere ai dirigenti perché approvassero una legge sul conflitto d’interessi, magari con la Lega ribaltonista. Ma siccome i dirigenti la base non l’hanno mai ascoltata, a costo di perdere un pezzo alla volta, perché oggi sì? (altro…)

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AVEVA ragione Berlusconi, dal suo punto di vista, a voler rinviare il festival di Sanremo. Non perché Fabio Fazio e gli autori bolscevichi dei quali si circonda ne abbiano profittato per fare politica. Al contrario, perché non l’hanno fatta. Il tono garbatamente ecumenico del festival di Fazio ha raffreddato di colpo il clima civile. Un clima già arroventato da una campagna elettorale giocata su colpi bassi e argomenti infimi. L’ipnosi sanremese ha sottratto con grazia alla politica la piazza mediatica, la più importante se non l’esclusiva di una campagna elettorale ancora più televisiva delle precedenti, e l’ha invasa di belle canzoni e buoni sentimenti. In questo intercettando meglio della politica gli umori di una nazione stanca di guerra, o almeno di quella parodia di guerra civile nella quale siamo trascinati tutti da vent’anni. (altro…)

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SI SPERAVA che la salita in politica di Mario Monti fosse, a partire dalla scelta delle parole, l’esatto contrario della discesa in campo di vent’anni fa. Un’azione in grado di elevare il tasso di modernità, concretezza e stile europeo nella lotta politica italiana, avvinghiata a furori ideologici d’altri tempi. Spostare insomma il centro del dibattito dall’eterno “chi” all’attuale “che cosa” .

La speranza per ora è vana. Il Monti leader ha riscoperto il politichese e parla con il linguaggio di un vecchio democristiano. Con in aggiunta un po’ di sussiego professorale.
Monti non dice che cosa bisogna fare per uscire dalla crisi, ma chi lo deve fare, ovviamente lui, e chi deve stare fuori. L’elenco è piuttosto lungo, dall’esperto di economia del Pd, Stefano Fassina, alla Cgil di Susanna Camusso, passando per Sel di Nichi Vendola. Il compito assegnato a Bersani, in vista di un’alleanza del centro con il Pd, è di “tagliare le estreme”. Dev’essere una versione aggiornata del preambolo di Donat Cattin, se non che i dorotei mai avrebbero usato il termine “silenziare”. (altro…)

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IL PARTITO che si propone di coniugare in una moderna sintesi le culture politiche del Novecento, da Turati e don Sturzo a Moro e Berlinguer, presentava così il confronto tv fra i candidati alle primarie: “I FANTASTICI 5!”.
È IL Manifesto dei super eroi Marvel con facce scambiate. Renzi uomo torcia, Vendola mister Fantastic, Tabacci da Silver Surfer, Bersani e Laura Puppato rispettivamente la Cosa e la Donna Invisibile, s’immagina senza ironia. Poi si lamentano quando Grillo usa i nomignoli e chiama il segretario del Pd Gargamella. Con questa pena nel cuore, abbiamo seguito il primo e forse ultimo confronto televisivo fra i candidati alle primarie. Per fortuna, migliore dell’annuncio. Ha vinto Matteo Renzi, molto più in palla e a proprio agio con le regole americane del confronto di quanto non siano parsi i rivali. A cominciare da Pierluigi Bersani, che sembrava il Barack Obama del primo confronto televisivo contro Romney, opaco e verboso. Con la differenza che Obama avrebbe poi recuperato nei successivi duelli, mentre qui non è prevista una rivincita. (altro…)

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UN TEMPO il Celeste arrivava dal cielo in elicottero e si posava sulla nuvola dell’ufficio al trentacinquesimo piano, abbassando uno sguardo sovrano sulla «sua» regione. Ma ora ogni giorno porta una nuova pena. L’ultima, l’inchiesta della procura di Bergamo sulle discariche di amianto. INCHIESTA che minaccia di aprire lo scrigno dei misteri, gli affari della Compagnia delle Opere. Formigoni infila l’ascensore di corsa, per fuggire le telecamere, e si arrocca in un bunker. L’altra sera s’è affacciato appena per osservare il migliaio di formichine di sinistra, colorate e festanti, che lo contestavano nel piazzale della Regione. Poi si è rimesso alla scrivania, ha acceso tutti i notiziari e si è messo al computer per ingaggiare l’ennesima furibonda collutazione via Twitter. (altro…)

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