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Posts Tagged ‘Daniele Mastrogiacomo’

cubaI cannoni sparano in onore di Fidel. “L’opposizione sfrutterà il momento” è la voce che si ripete I repubblicani a Obama: “Non andare ai funerali”.

Nella città a lutto per il Líder E il regime teme i dissidenti.

L’AVANA – L’urna con le ceneri di Fidel resta un mistero. Nessuna l’ha ancora vista. Ma chi ha avuto il privilegio di osservarla e di toccarla, giura che ha i colori della Rivoluzione. Conservata in una piccola sala al primo piano del ministero della Difesa, è immersa nel silenzio e avvolta dai fasci di luce offerti da un sole finalmente generoso. Un’aria mesta avvolge tutta l’Avana. Per nove giorni, Cuba sarà a lutto. Niente musica, niente rhum, niente feste. Il silenzio domina una città da sempre chiassosa e allegra.

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terrorismoLE TESTIMONIANZE. L’ESPLOSIONE, POI LE RAFFICHE DI AK47. “QUANDO SONO ARRIVATI I MILITARI IL GRUPPO SI È DIVISO”

UN ATTACCO in piena regola. Stile Susa, Tunisia, 38 turisti uccisi il 26 giugno scorso. Un commando di jihadisti di Al qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) che spunta sulla spiaggia e al grido di “Allah akbar” inizia a fare fuoco sui bagnanti. «Erano da poco passate le 13», racconta un testimone a Radio France International, un francese da anni residente in Costa d’Avorio, «abbiamo sentito esplodere dei colpi d’arma da fuoco. Si udivano in lontananza.

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naufragio

Le testimonianze.

Il racconto dei pescatori che hanno chiamato la Guardia costiera turca: “Tratto di mare difficile anche per i più esperti, e la loro barca era in pessime condizioni”.

«LE URLA e i pianti arrivavano fino a noi», racconta un marinaio turco imbarcato su un peschereccio che venerdì notte era impegnato al largo di Bodrum. «Il mare era cresciuto, sferzato dalle raffiche di vento che arrivavano da nord. Il cielo sembrava un mantello nero. Poi, all’improvviso, quelle grida. Ci siamo avvicinati. La barca era già piegata su un lato; imbarcava acqua e chi stava a bordo cercava di aggrapparsi per non finire in mare. Faceva un freddo gelido. In mare si muore assiderati nel giro di mezz’ora. Non c’è stato niente da fare. Abbiamo chiamato la Guardia costiera. Ci siamo allontanati quando abbiamo visto arrivare i militari».

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polisCroazia.
A Tovarnik 5 stranieri per ogni abitante, non si tagliano le pannocchie per nascondere chi scappa. Budapest richiama i riservisti. Lubiana usa i gas lacrimogeni.

TOVARNIK – Le pannocchie di mais sono già pronte. Ma quest’anno il raccolto subirà un ritardo. Lo hanno deciso i contadini: «Proteggono il passaggio », spiega con aria fiera Ranko, 67 anni, che qui è nato e qui ha vissuto tutta la sua vita. «Nascondono i rifugiati e i migranti. Possono stare tranquilli e fare il loro percorso in pace». È l’ultimo atto di solidarietà. Una scelta importante per questo piccolo borgo che vive di agricoltura. Nel giro di tre giorni è stato letteralmente invaso da un fiume umano mai visto. Con la sua lingua sconosciuta e le sue usanze così diverse. La proporzione ha rovesciato il rapporto tra residenti e ospiti: 3.335 contro 17.089. Cinque su uno sono stranieri: siriani e afgani, soprattutto, ma anche altri arabi di quel Medio Oriente eternamente in guerra.

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MigrantiIl reportage.

In migliaia si accalcano davanti alla stazione di Tovarnik e danno l’assalto al cordone di agenti, per salire sui treni per la Germania Zagabria e la Slovenia: “Chiudiamo le frontiere”.

TOVARNIK – “TRENO, treno, vogliamo il treno”. La folla si alza in piedi, raccoglie le borse e gli stracci che si trascina da due settimane e segue l’urlo ritmato dei più giovani. Sono le 13 di una giornata caldissima. Il sole picchia a oltre 40 gradi e le 7-8 mila persone che assediano la piccola stazione di Tovarnik, borgo agricolo lungo il confine tra Serbia e Croazia, esplodono con altre urla e fischi assordanti. Sono tutti stravolti, esasperati, confusi. Ma non demordono. Sono decisi a proseguire il loro esodo. Vogliono arrivare in nord Europa.

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profughi

Il reportage

I due amici si sono ritrovati dopo mesi e migliaia di chilometri: “La Danimarca non ci vuole, qui saremo felici”. Anche Copenaghen riapre i collegamenti.

MALMOE – “Samir!”, “Malek!”. L’urlo è liberatorio, l’abbraccio straziante. I due amici siriani si stringono forte. Più volte. Per capire che sono ancora vivi, che tutto quello che sta accadendo non è un’illusione. Hanno gli occhi lucidi, l’emozione li tradisce. Piangono con lunghi singhiozzi, interrotti solo da risate che non si concedevano da tempo. La guerra, le violenze, i morti, gli orrori, le bombe e i cecchini sono fantasmi che adesso si dissolvono. La Siria è lontana. Possono respirare. Ora sono finalmente in Svezia.
Lo ricordano battendo i piedi per terra, toccandola con le mani. Attorno a loro c’è silenzio.

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Danimarca

Dopo l’Ungheria,un’altra nazione si ribella alla redistribuzione.E i migranti vanno a Stoccolma.

È LA DANIMARCA, dopo l’Ungheria di Orbán, l’altra nazione europea che si ribella alla svolta sull’emergenza rifugiati e sceglie di chiudere le porte. Il governo di centro-destra danese ha deciso ieri di sospendere a tempo indeterminato il traffico ferroviario con la Germania e ha chiuso anche una superstrada, nel nord del Paese, utilizzata da alcune centinaia di profughi siriani che, a piedi, stavano cercando di raggiungere la Svezia. Niente Danimarca infatti. I profughi non si fidano. Meglio la Svezia, perfino la Finlandia.

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EllekappaL’Iran ridurrà del 66% la produzione In cambio ottiene la revoca graduale delle sanzioni. Netanyahu: “Errore storico”. Obama: “Il mondo è più sicuro”.

LOSANNA – È il momento della pace in un giorno di guerra nel mondo. L’Europa, gli Usa e l’Iran firmano uno storico accordo che riporta le lancette del tempo indietro di 35 anni. Teheran accetta di ridurre del 66% la sua produzione nucleare e ottiene in cambio la revoca di tutte le sanzioni economiche e finanziarie imposte dalla Ue e dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Resta attiva solo la centrale di Natanz che continuerà il suo processo di arricchimento dell’uranio. Quella di Fardow, forse la più misteriosa perché costruita sotto una montagna, verrà convertita in un sito per la ricerca in fisica. Chiude Arak, alimentata con acqua pesante, e il plutonio prodotto in questi anni verrà trasferito all’estero. (altro…)

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Iran

Losanna, maratona nella notte per superare gli ultimi ostacoli Gli Usa ottimisti ma avvertono: “Teheran ha poche ore per decidere”.

LOSANNA – «Lavoriamo tutta la notte e se sarà necessario anche domani». Sguardo stanco, viso duro, le mani infreddolite nelle tasche, il funzionario americano avanza spedito cercando di seminare i cronisti che gli stanno alle calcagna. Si concede una sola frase. È un grugnito: la sintesi di una partita ancora tutta da giocare. L’accordo storico sul nucleare iraniano deve attendere. L’obiettivo di una svolta entro la mezzanotte del 31 marzo non è stato raggiunto. Si continua a trattare. Ad oltranza. I piccoli ma «concreti progressi» tra le due delegazioni — presiedute nella trattativa dall’Alto rappresentante della politica estera europea, Federica Mogherini — sono incoraggianti. (altro…)

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Nel mirinoLa storia
Dalle consegne di pizza all’arruolamento in Siria qui nei sobborghi di Reims i due killer hanno fatto il loro “salto di qualità”. E nel 2008 erano già “noti” alla polizia.
REIMS
ERA ossessionato da Abu Ghraib.
«Le foto sulle torture nel carcere americano in Iraq lo avevano sconvolto», ci dice ad un certo punto Ahmed parlando di Chérif. E questo basta a farne un jihadista? Il ragazzo che ci sta davanti avrà 20 anni. Scuote la testa. Resta in silenzio. Si accende l’ennesima sigaretta. Fa una profonda boccata, espelle con forza il fumo. Ci guarda dritti con gli occhi neri come il carbone. Sono lucidi per l’emozione mista a rabbia. Annuisce. «Le ho viste. Come tutti nel mondo. Ti cambiano. Dentro».
I capi di una cellula dormiente. Forse solo due lupi solitari. Meglio: una coppia di balordi, reduci da un’estate di guerre e di teste mozzate in Siria.

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L´11 marzo lo tsunami e l´incidente alla centrale nucleare devastavano il Giappone. Siamo andati a vedere come risorge il Paese.    

TAMURA – «Nella grande palestra, assieme agli altri sfollati, mi stavo ammalando. Le gambe mi facevano male, perdevo le forze, avevo smesso di mangiare; era lo spirito che voleva abbandonarmi. Lo so, la centrale è dietro quelle colline, ci sono radiazioni dappertutto. Ma io sono tornata a casa: è qui che sono cresciuta, è qui che voglio morire. Tra le mie cose». Seduta su un triciclo elettrico, il fazzoletto bianco stretto in testa, il capo leggermente piegato, il sorriso amaro, l´anziana contadina allarga le braccia e ci indica lo spettacolo di boschi e prati verdi accarezzati da folate di vento caldo. «Perché mai», si chiede sorpresa, «dovrei abbandonare tutto questo?». (altro…)

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