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Le banche ringraziano il governo

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L'abbraccio della pacificazione

ALL’ORIGINE DELLE LARGHE INTESE SUL GOVERNO LETTA C’È LA PIÙ LARGA DELLE INTESE TRA PD E PDL FONDATA SU DUE REGOLE: “TUTTI SANNO TUTTO DI TUTTI” E “CANE NON MORDE CANE” INCROCI PERICOLOSI DALL’ILVA AL MONTE PASCHI, DAL CASO PENATI ALLE ESCORT IN PUGLIA.

Sono i silenzi che colpiscono. Il 2013 si è aperto con una campagna elettorale preceduta e accompagnata da una raffica di scandali. Mentre più di un osservatore si spingeva a valutare la nuova stagione del malaffare ancora più grave di quella di Tangentopoli (1992-1994), l’argomento è stato cancellato dal dibattito politico tra le forze nominalmente contrapposte che si sono poi riunite sotto la cupola del governo Letta. E anche dopo le elezioni si è visto il Pd inchinarsi disciplinatamente all’elezione del pluriindagato Roberto Formigoni alla presidenza della commissione agricoltura del Senato. E del resto, se nei lunghi mesi di agonia della giunta regionale lombarda distrutta dagli scandali l’opposizione di centrosinistra non ha mai affondato il colpo, come dimenticare che da parte sua il centrodestra nordista ha sempre accompagnato con signorile distacco le disavventure giudiziarie dell’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati? Distrazioni, afasie, minimizzazioni e garantismi pelosi trovano un comune punto di caduta. Nelle grandi storie (giudiziarie e non) all’incrocio tra politica e affari i big di Pd e Pdl si ritrovano sempre fianco a fianco. Che sia complicità o semplice buon vicinato, l’effetto non cambia: tutti sanno tutto di tutti e cane non morde cane. (altro…)

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Dunque pare che secondo l’onorevole Giorgio Stracquadanio, uno di quelli che dice sempre la verità profonda del berlusconismo, prostituirsi per fare carriera politica non sia un problema: è ammesso, “legittimo” e non censurabile. Ognuno usa quello che ha, spiega il nostro, “intelligenza o bellezza”, o magari tutt’e due perché non è detto che chi è bello sia stupido (e neanche il viceversa, basta guardare lui): sono fatti privati, «ognuno deve disporre del proprio corpo come meglio crede e se non c’è violenza non c’è problema». E se invece ci sono soldi, posti e potere? Domanda superflua, Stracquadanio non la capirebbe nemmeno, e del resto in casa sua (e non solo in casa sua) non la capisce nessuno dal velina-gate in poi. Ma l’improvvida uscita dell’onorevole è un’ottima sintesi della concezione della libertà targata Berlusconi e quindi tanto vale insistere. Fra la libertà di disporre del proprio corpo e la libertà di venderlo per averne in cambio posti, favori e carriere c’è di mezzo il mare, un mare che si chiama mercato, denaro, scambio di potere fra diseguali, ricatto. Non solo non è la stessa cosa, ma le due cose neanche si toccano: si escludono. Da una parte c’è il desiderio, dall’altra la forma di merce, e fra desiderio e forma di merce sarebbe il caso di ricominciare a fare qualche distinzione: a sinistra potrebbero provarci, invece di cadere ogni volta, quest’ultima compresa, nella trappola del derby fra disinvolti e moralisti.
Fra le molte coliche e contorsioni in cui si dibatte il berlusconismo morente, ce n’è una quasi incomprensibile, l’ostinata compulsione a battere e ribattere sul tasto della sessualità, che è esattamente quello che ne ha firmato la condanna a morte. Il premier e le veline candidate, il premier e il sesso a pagamento, il premier e il «ciarpame politico» delle «vergini che si offrono al drago»: cominciò tutto da lì, vale ricordarlo, non da Gianfranco Fini. (altro…)

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