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Posts Tagged ‘Giuliano Foschini’

Parla Omar Affi, agente dei servizi egiziani “Il ministro dell’Interno sapeva tutto”.

 «QUANDO Al Sisi ha saputo della morte di Giulio ha convocato il ministro degli Esteri e le alte gerarchie miliari e hanno deciso di dire che Regeni era morto in un incidente d’auto». È il cuore della testimonianza di Omar Afifi in onda oggi nella prima puntata del programma Presa Diretta di Riccardo Iacona dedicata al caso Regeni. Al centro dell’intervista di Giulia Bosetti, l’uomo dei servizi egiziani che — come già ricostruito da Repubblica — aveva accusato il governo di Al Sisi dell’assassinio con un esposto anonimo arrivato in procura a Roma. (altro…)

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croce rossaIl caso.

Il disegno di legge anticipato dal ministro della Giustizia Orlando: cambiano le regole per stabilire chi ha diritto alla protezione internazionale.

Tribunali ingolfati da oltre tremila ricorsi al mese Il governo: in caso di rifiuto espulsioni più veloci.

CANCELLATO l’appello. Nessuna udienza per il richiedente asilo. Giudici specializzati in tema di immigrazione e aumento dell’organico nei tribunali caldi. Il Governo ridisegna le procedure giudiziarie per il diritto di asilo. A spiegare il piano, nei giorni scorsi, davanti al Comitato parlamentare che si occupa delle procedure in materia di protezione internazionale, è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha scalettato i nuovi interventi normativi previsti in un decreto legge attualmente al vaglio del Governo.

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Regeni

La fiaccolata a Roma a sei mesi dalla scomparsa. “Vogliamo verità”.

 ROMA – Non bastano più le parole. Per ottenere la verità non basta dirlo, bisogna che ci siano azioni e fatti concreti. Tutti devono collaborare, ognuno deve fare la propria parte ». Sei mesi dopo la scomparsa di Giulio Regeni, i suoi genitori Paola e Claudio affidano a  Repubblica il loro coraggio. E la loro pazienza. «Perché non abbiamo perso la speranza di ottenere la verità — dicono — una verità che gli rende giustizia per la persona in gamba che era».

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lobelloivanconfindustriaL’accusa al vicecapo di Confindustria: associazione a delinquere. “Il ministro strumento inconsapevole”.

ROMA – La nomina del commissario al porto di Augusta. Come gli appalti della Difesa. La legge navale e quella sulle Camere di Commercio. Non fu soltanto una questione occasionale. Ma attorno all’ormai ex ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, «strumento inconsapevole » scrivono gli investigatori, si muoveva «un vero e proprio clan», un «quartierino romano » di cui faceva parte anche il vice presidente di Confindustria, Ivan Lo Bello, che la procura di Potenza ha ora indagato per associazione a delinquere insieme con il compagno della Guidi, Gianluca Gemelli.

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abuso di potereIl personaggio.

Dopo l’ipotesi di archiviazione torna a farsi delicata la posizione dell’esponente del Pd, ex presidente della Basilicata ora al ministero della Salute.

Nell’informativa della squadra mobile sul sottosegretario indagato a Potenza le intercettazioni delle telefonate con la sindaca di Corleto Perticara.

ROMA – Mentre i magistrati hanno deciso che l’indagine, almeno per il momento, non si muoverà da Potenza, il governo sembra avere un nuovo problema: il sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo. Iscritto nel registro degli indagati, al termine dell’interrogatorio aveva fatto sapere che la sua posizione andava verso l’archiviazione.

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Regeni

Il medico legale egiziano: sul corpo ferite inflitte a intervalli di 14 ore La replica di due ministeri. Gentiloni: vogliamo collaborazione piena.

GIULIO REGENI È stato per almeno sette giorni nelle mani dei suoi aguzzini. Non lo hanno ucciso subito. Ma è stato torturato per giorni, con tecniche da professionisti: qualcuno, evidentemente né balordi di strada né criminali comuni, cercava però risposte che Giulio non poteva avere. Perché, come documentano le prime indagini, l’unica cosa che il giovane ricercatore possedeva era il suo metodo, il suo studio, la sua curiosità.

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Nei campiMaurizio Martina

Il ministro dell’Agricoltura: “Fenomeno da combattere, come la mafia. Chi sa denunci: dobbiamo inasprire le pene Grazie alla rete che abbiamo voluto coinvolgendo sindacati e istituzioni ci sarà un certificato etico per le aziende”.

BARI. Il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, dice che «bisogna combattere il caporalato come la mafia ».E allora partiamo dalla storia di Paola Clemente, la bracciante morta al lavoro per due euro all’ora di paga. Sulla carta la donna era in regola. La sua storia è emblematica del nuovo caporalato.
Ministro, cosa può fare il governo per sciogliere questa ipocrisia?
«Ho letto su Repubblica le parole drammatiche di Stefano Arcuri, il marito di Paola. Mi hanno colpito. Purtroppo questa è una storia emblematica di ciò che deve cambiare.

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Azzolini
TRANI. Con un turpiloquio eletto a parola corrente, «con un colpo di Stato che ha permesso a un gruppo di potere di gestire con coordinate delinquenziali l’ente», il presidente della commissione Bilancio del Senato, Antonio Azzollini, stava portando a fondo e poi ancora più a fondo la Casa divina provvidenza di Bisceglie, il gigante della sanità del Vaticano con sedi in Puglia e Basilicata. Quattrocento milioni di euro di buco, «un “carrozzone”, utilizzato, all’occorrenza, per l’assunzione di personale al solo fine di soddisfare interessi personali o di esponenti politici o sindacali» scrive il gip Rossella Volpe nell’ordinanza di custodia. «E i costi di tali assunzioni clientelari – aggiunge – hanno gravato, e tuttora gravano, sui bilanci dell’ente e, indirettamente, sulle casse dell’Erario, nei cui confronti la CdP risulta debitrice per centinaia di milioni di euro a titolo di oneri contributivi e assistenziali ».

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sotto accusaSi allarga l’inchiesta, sospetti sul club appena promosso in B L’appunto: “Se ci beccano ci arrestano”. Campionati a rischio caos.

SALERNITANA-Barletta 3-1. Over con gol di entrambe le squadre. E poi quella parola: «positivo» accanto alla maggior parte dei verbali di perquisizione effettuate ieri in tutta Italia dalla squadra mobile di Catanzaro e dagli agenti del Servizio centrale operativo di Roma, guidati da Renato Cortese. I poliziotti hanno trovato a casa degli arrestati appunti, giocate, cifre, in un caso anche una sorta di libro mastro delle scommesse, e poi pizzini di questo tenore: «Se ci beccano ci arrestano». L’inchiesta della Procura di Catanzaro sul calcioscommesse non è finita. Al contrario, è soltanto al principio.

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Norman
PRIMO punto: troppi passeggeri sulla nave. 478 dicono i documenti ufficiali «ma ce n’erano altri 18 in overbooking» oltre ai clandestini. Secondo punto: i clandestini, appunto. Dal racconto dei testimoni erano una dozzina almeno ma soltanto tre sono arrivati vivi in Italia. Terzo punto: il carico. Troppi camion, troppo pesanti, probabilmente mal disposti e soprattutto con troppe cisterne. Quarto: le «operazioni di evacuazione della nave», si legge nel decreto di sequestro, effettuate non «secondo i protocolli », almeno a sentire il racconto dei testimoni. Quinto: «l’effettiva dotazione di sicurezza di bordo e la conformità alle norme» con alcune scialuppe che non sono state calate e che non erano abbastanza per tutti i passeggeri. Sesto e ultimo: lo “scippo”, o meglio il tentato scippo, del relitto da parte dell’armatore.

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Fasi di recupero
HO visto il fumo e mi sono buttato in mare. Mi hanno tirato sulla scialuppa e ho chiuso gli occhi, fin quando non ho sentito le prime voci. Ho pensato: sarebbe stato meglio morire sotto le ruote di quel camion che mi doveva portare in Italia, invece che finire qui, in mezzo a questo inferno».
Partiamo da qui. Ramazan Mohammadi, 25 anni, afgano, profugo e clandestino, naufrago della Norman Atlantic. Il suo nome non risulta in alcuna lista dei passeggeri. Eppure era su quel traghetto, come i suoi amici Aziz e Ibrahim, che ora sono qui con lui nella saletta d’attesa della Capitaneria di porto di Bari.

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cimiceIl ruolo di Mokbel nell’intercettazione al ristorante “Assunta Madre” Proprietario sotto indagine della Dia per i sospetti di riciclaggio.

ROMA – C’è un uomo che potrebbe avere aiutato Marcello Dell’Utri a fuggire in Libano: Gennaro Mokbel, l’affarista della Roma nera. Lo dice il fratello di Dell’Utri, Alberto, in un’intercettazione ambientale ritenuta attendibile dalla Dia di Palermo. «Ci sono tutti gli elementi per pensare – dicono infatti gli investigatori – che realmente gli abbia indicato il soggetto di cui potersi fidare» per la sua fuga in Libano. È attendibile, sostengono gli investigatori, perché Mokbel conosceva da sempre il senatore. Ne condivideva passioni (l’arte e i cimeli mussoliniani) e amicizie politiche. Ma soprattutto perché Mokbel era realmente in grado di dare il supporto logistico per il piano di fuga dell’ex senatore. Agli atti risulta infatti che l’affarista sia stato un commerciante di diamanti in affari con il mediorente. E che in quell’area abbia contatti nel mondo politico ed economico.

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Il percorso

Il convoglio ha attraversato Basilicata e Puglia. Via ai controlli.

BARI— Due notti fa un silenziosissimo serpentone nucleare ha attraversato la Basilicata e si è fermato in Puglia. Scortata da trecento uomini delle forze di polizia, la carovana trasportava una delle bombe ambientali più pericolose d’Italia: materiale radioattivo americano, forse alcune delle barre di uranio arrivate in Italia per le sperimentazioni negli anni ‘70. Dopo essere state conservate per 40 anni in una piscina (irrorata giorno e notte da acqua di mare) del centro di ricerca dell’Enea a Rotondella giovedì sarebbero ritornate negli Stati Uniti. Il trasferimento doveva rimanere segreto.
E lo sarebbe rimasto se un gruppo di attivisti che da anni picchettano i cancelli del centro non avesse visto e denunciato. «Si è trattata di un’operazione — ha fatto sapere ieri la Sogin, la società di stato responsabile della bonifica ambientale dei siti nucleari — figlia di un accordo tra i due paesi preso in occasione del vertice sulla Sicurezza nucleare svoltosi a Seoul nel marzo del 2012». Un’operazione che ha scatenato però le polemiche politiche e ambientaliste: «Troppo silenzio e troppa poca chiarezza» denunciano Pd, Sel e Movimento 5 stelle che hanno presentato varie interrogazioni parlamentari. (altro…)

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L’azienda: se arriva il sì sblocchiamo gli stipendi erisaniamo. Vendola: lo mettano per iscritto.

TARANTO — L’acciaio ancora sotto sequestro. Il pagamento congelato degli stipendi per diecimila operai. E, nella serata di ieri, 500 poliziotti in più arrivati in città perché il clima è teso, la paura tanta. Taranto aspetta così la decisione del gip Patrizia Todisco che oggi stabilirà se restituire o no all’Ilva quel miliardo di euro di acciaio, sotto sequestro da due mesi, perché prodotto quando lo stabilimento doveva essere fermo. «Se non ci ridanno quel prodotto non abbiamo i fondi per pagare gli stipendi e saremo costretti a mettere tutti gli
operai in cassa integrazione», ha tuonato l’azienda. Il governo venerdì, dopo una riunione straordinaria, ha chiesto alla magistratura di togliere i sigilli sulla base di quella legge salva Ilva approvata nelle scorse settimane. Ma la Procura ritiene incostituzionale la norma e per questo l’ha impugnata davanti alla Corte. (altro…)

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 Il gip: no al dissequestro. L´azienda replica: 4mila licenziamenti. Clini: correggiamo il decreto. Un emendamento per sbloccare le merci. E intanto anche Piombino va in crisi.

BARI – Il giudice nega il dissequestro dei prodotti già lavorati. L´azienda risponde: «Valgono un miliardo di euro. Da oggi siamo costretti a mettere in cassa integrazione quattromila operai, oltre i mille e 200 già a casa». Il governo corre ai ripari: «Oggi approveremo un decreto esplicativo per chiarire che la facoltà di commercializzazione riguarda anche le merci prodotte prima dell´entrata in vigore del decreto salva-Taranto e attualmente sotto sequestro». Qualcuno lo chiama ricatto. Altri scontro tra poteri. Altri ancora, partita a scacchi. Certo è che il bubbone dell´Ilva non è affatto finito. E anzi si è trasformato in contagio: da Taranto a Genova, da Salonicco a Tunisi l´Ilva ha annunciato che migliaia di persone da oggi rimarranno senza lavoro. (altro…)

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