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SPESE PAZZE CON LA CARTA DI CREDITO AZIENDALE NIENTE ARCHIVIAZIONE PER IL DIRETTORISSIMO.

Niente archiviazione per Minzolini. Il direttore del Tg1 rischia di andare a processo con l’accusa non lieve di peculato. Questa la conclusione del procuratore aggiunto Alberto Caperna che, prima di partire per le ferie, ha depositato l’atto di chiusura indagini. Tutta colpa delle spese pazze con la carta di credito aziendale, che alla fine sono costate alla Rai 68mila euro. Va detto che il direttorissimo – così Berlusconi lo chiamava nelle telefonate agli atti
dell’inchiesta Agcom quando voleva cacciare Santoro dalla Rai – ha già restituito la somma. Ma questo non cambia la natura del reato, può costituire solo un’attenuante. (altro…)

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Augusto Minzolini sta poco bene. Solo chi l’ha conosciuto vent’anni fa quando sfrecciava per i palazzi romani in motorino, sbucava da dietro le porte, s’inguattava sotto i tavoli travestito da fioriera sempre a caccia di indiscrezioni, pettegolezzi, retroscena, a volte persino di qualche notizia (tipo il patto “della crostata” D’Alema-Berlusconi a casa Letta), può comprendere la gravità della sindrome che l’ha colpito. Un tempo cercava le notizie, ora le nasconde (ultime imprese: il linciaggio di Saviano e la sordina ai fischi contro B.). 
Fatte le debite proporzioni, è come se l’ispettore Derrick scippasse una vecchietta, o se Berlusconi mandasse indietro una minorenne. La nomina a direttore del Tg1, macchina con autista e carta di credito incorporati, gli è stata fatale. Non bastandogli il magro stipendio di 550 mila euro l’anno a spese dei contribuenti, ha iniziato a usare la carta di credito aziendale a destra e manca, fino a un ragguardevole totale di 86 mila euro in 15 mesi, di cui 68 mila non giustificati secondo il suo stesso protettore Mauro Masi. (altro…)

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I capi di imputazione nell’avviso
di conclusione indagini dei pm.

PERUGIA-Soldi, sesso e case in cambio degli appalti per i lavori del G8 alla Maddalena. Secondo i pm di Perugia è questo il “patto” siglato dall’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso con l’imprenditore Diego Anemone, figura centrale di quella che gli stessi inquirenti hanno definito «la cricca» degli appalti.

Nelle 23 pagine dell’avviso di chiusura indagine inviato agli indagati, i magistrati perugini hanno ricostruito il modo in cui il patto si sarebbe concretizzato e contestato a Bertolaso il reato di corruzione. Accuse che il capo della Protezione civile ha sempre negato, sostenendo di non aver mai preso denaro nè, tantomeno, di aver avuto rapporti sessuali con donne messegli a disposizione da Anemone. «Sono un servitore dello Stato», ha sempre detto, definendo «infamanti» le accuse. (altro…)

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Da due giorni, sugli ultimi scandali berlusconiani, piovono comunicati e dichiarazioni del procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati. Il comunicato dell’altroieri anticipa le conclusioni di un’inchiesta in pieno corso, anzi appena iniziata (“la fase conclusiva della procedura di identificazione, fotosegnalazione e affidamento della minore è stata operata correttamente e non sono previsti ulteriori accertamenti sul punto”). Le dichiarazioni di ieri sfondano una porta aperta (“Perseguiamo i reati, le vite private non ci interessano”), pur prestandosi anch’esse a equivoci (e se la vita privata contiene reati?). È una prassi inedita quella adottata dal procuratore. Non che i magistrati debbano “parlare solo con le sentenze”, come ripete chi è rimasto all’età della pietra: nel villaggio globale della comunicazione, è opportuno che anche la magistratura illustri la propria attività per un elementare dovere di trasparenza. Se corre voce che si indaga su una persona per un certo reato, e non è vero, è giusto che la procura lo dica subito, sempreché non violi il segreto (che serve a tutelare le indagini, non le persone). Se una procura fa arrestare o perquisire Tizio, è giusto che spieghi il perché, soprattutto se Tizio è un personaggio pubblico. Se poi si varano leggi in materia giudiziaria, è giusto che i soggetti interessati (magistrati, avvocati, giuristi) esprimano il loro parere di tecnici, pro o contro. L’unica cosa che una procura non dovrebbe fare è anticipare l’esito di un’indagine: sia che questa stia portando a risultati, sia che stia finendo in nulla. Anzitutto perché, così facendo, si fornisce un’informazione prematura e parziale. Bruti Liberati può dire soltanto ciò che risulta corretto (“la fase conclusiva della procedura di identificazione, fotosegnalazione e affidamento” di Ruby, opera dei livelli medio-bassi della Questura). Così però lascia intendere che qualcosa risulti scorretto, illecito, prima e dopo la “procedura”, cioè quando entrano in scena il premier, il suo caposcorta, la Minetti, i vertici di Prefettura e Questura; ma, trattandosi di reati, non ne può parlare per non violare il segreto. (altro…)

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In questi giorni molto si è detto a proposito delle indagini che hanno coinvolto, forse per la prima volta in modo accurato, la banca del Vaticano (lo Ior) finito sotto indagine da parte della procura di Roma per violazione delle norme sull’anti-riciclaggio. Naturalmente gli esiti dell’inchiesta richiederanno del tempo, considerata anche la complessità della materia.

Può essere però molto molto interessante approfittare dell’occasione e di una bella paginata de La Stampa di ieri (purtroppo un poco nascosta…) per capire cosa è e come funziona l’Istituto Opere Religiose, penso che troverete anche voi interessante sapere che:

– il suo compito sarebbe quello di provvedere alla gestione dei beni mobili e immobili di persone fisiche e giuridiche e destinati a opere di religione e carità;
– lo Ior ha 44 mila conti correnti, tutti di religiosi e dipendenti vaticani oltre ad una piccola quantità di enti privati;
– gli interessi concessi vanno dal 4 al 12%, senza alcuna tassazione;
– gli utili della banca vengono destinati a opere di carità e iniziative del Papa;
– il presidente dello Ior riferisce direttamente a 5 cardinali scelti direttamente dal Papa;

– il suo bilancio e i movimenti svolti sono noti solo al Papa, al collegio dei cardinali, al prelato dell’istituto, al consiglio di sovrintendenza, ai revisori dei conti e alla direzione generale;
– lo Ior può spostare fondi all’estero, in altre banche, in assoluta riservatezza: la Città del Vaticano non aderisce alle norme antiriciclaggio;
– i clienti sono identificati solo con un numero cifrato e non con un nome, non esistono ricevute delle operazioni né libretti degli assegni, si opera solo con bonifici;
eventuali rogatorie devono passare dal ministero degli esteri, ma il Vaticano quasi mai le concede;
– lo Ior ha un patrimonio stimato in 5 miliardi di euro.

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