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Posts Tagged ‘mancino’

Il consiglioLE CHIAMATE INTERCETTATE CON L’EX MINISTRO DELL’INTERNO, LE PRESSIONI SUL PROCURATORE GRASSO E SUL PG CIANI, IL CONFLITTO D’ATTRIBUZIONE PER METTERE TUTTO A TACERE.

Nemmeno al passo d’addio Giorgio Napolitano ha voluto dissipare le nebbie che avvolsero la sua figura dopo il 13 giugno 2012, quando la Procura di Palermo depositò gli atti di fine indagine sulla trattativa Stato-mafia. E si scoprì che il Quirinale, per conto di Nicola Mancino, aveva tramato contro l’inchiesta e i pm che la conducevano (Ingroia, Di Matteo, Sava, Del Bene e Tartaglia). Il terrore corre sul filo. Le interferenze del Colle emergono dalle telefonate intercettate dal novembre 2011 all’aprile 2012 sui telefoni di Mancino, sospettato e poi indagato per falsa testimonianza: nove conversazioni con il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, e quattro con Napolitano. Le prime vengono depositate agli atti e, non più segrete, finiscono sui giornali. (altro…)

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Ellekappa

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Ci sono due segreti di Stato, due nuovi segreti di Fatima che al confronto Ustica e Piazza Fontana sbiadiscono. Il primo sono le conversazioni tra Mancino e il signor Napolitano avvenute nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Il secondo è il patto del Nazareno tra un piduista condannato in via definitiva e un ex sindaco mai eletto in Parlamento. Segreti con i timbri della P2 e della mafia. Con la sostanziale abolizione del Senato siamo giunti all’epilogo di un percorso iniziato con Gelli e proseguito con l’omicidio di Falcone e Borsellino. (altro…)

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Mancino-GrassoIeri Piero Grasso, seconda carica dello Stato, diversamente dalla prima ha testimoniato al processo sulla trattativa Stato-mafia davanti alla Corte d’Assise di Palermo senza fare tante storie. La sua testimonianza verteva sulle pressioni di Nicola Mancino sull’allora procuratore nazionale antimafia Grasso e sul Quirinale e da questo (tramite Napolitano, il segretario del Quirinale Donato Marra e il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, poi scomparso) sul Pg della Cassazione Gianfranco Ciani e sullo stesso Grasso per scippare alla Procura di Palermo l’inchiesta sulla trattativa, o almeno per normalizzarla con un “coordinamento” invasivo dall’alto. Grasso – va detto a suo merito – respinse le pressioni. Ma ieri, anziché rivendicare con orgoglio la sua impermeabilità a quei veri e propri abusi di potere del Quirinale e dalla Procura generale, ha fatto di tutto per sminuirli. “Mancino – ha detto – si sentiva perseguitato” dai pm di Palermo. (altro…)

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napolitanoIl gip Riccardo Ricciardi che ieri ha ordinato la distruzione tombale delle quattro intercettazioni fra Napolitano e Mancino (due volte Mancino chiamò Napolitano, due volte Napolitano chiamò Mancino) va capito. La sua decisione è una ferita letale ai principi costituzionali del diritto di difesa (art. 24) e del giusto processo tramite il contraddittorio fra le parti (art. 111), visto che contestualmente ha dovuto respingere l’istanza dei legali di Ciancimino jr. di poter ascoltare i quattro nastri nell’interesse del loro cliente, imputato per minaccia a corpo dello Stato. E ha dovuto scrivere nero su bianco che, al solo scopo di placare il terrore di Napolitano per “il rischio concreto di divulgazione all’esterno dei contenuti delle conversazioni”, i difensori devono fidarsi di lui, che le ha ascoltate e assicura che non riguardano “interessi afferenti principi costituzionali supremi (tutela della vita e della libertà personale, salvaguardia dell’integrità costituzionale delle Istituzioni della Repubblica) che possano essere in qualche modo irrimediabilmente pregiudicati dalla distruzione delle registrazioni”. (altro…)

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Napolitano_Corte_costituzionaleSiamo accusati di non rispettare la Corte costituzionale. Ma ci dev’essere un equivoco: da ieri, dopo il deposito delle motivazioni della sentenza sul conflitto di attribuzioni Quirinale-Procura di Palermo, alla Consulta non portiamo solo rispetto, ma anche uno sconfinato affetto. Intanto per l’umana comprensione che si deve a 15 insigni giuristi costretti a rovinare intere vite e onorate carriere con l’atto eroico, quasi soprannaturale, di motivare una sentenza immotivabile, spiegare concetti inspiegabili, sostenere tesi insostenibili. Eppoi per l’avallo davvero insperato che danno alla solitaria campagna del Fatto Quotidiano affinché Napolitano divulghi il contenuto delle sue quattro telefonate con Mancino. La loro “propalazione” – conferma la Corte – “sarebbe estremamente dannosa non solo per la figura e per le funzioni del Capo dello Stato, ma anche, e soprattutto, per il sistema costituzionale complessivo che dovrebbe sopportare le conseguenze dell’acuirsi delle contrapposizioni e degli scontri”. (altro…)

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I nastri del Presidente sono segreti, non quelli di D’Ambrosio. I tre mesi che sconvolsero il Colle.

Cos’avrà mai detto Napolitano nelle due telefonate intercettate sull’utenza di Mancino? Impossibile saperlo: le conversazioni sono stralciate, segretate e destinate quasi certamente alla distruzione, e il Presidente si è ben guardato dal renderle pubbliche. Ora però la mossa inedita e clamorosa del conflitto contro i pm alla Consulta non fa che ingigantire i sospetti di chi pensa che quei nastri top secret contengano condotte scorrette: dal punto di vista non penale (i pm le ritengono “irrilevanti”), ma etico-politico-istituzionale. L’antefatto è noto, almeno per i lettori del Fatto : il 4 novembre 2011 il gip di Palermo Riccardo Ricciardi accoglie la richiesta della Procura di intercettare gli ex ministri Mancino e Conso e altri personaggi coinvolti nelle indagini sulle trattative Stato- mafia perché “è verosimile che gli stessi possano entrare in contatto tra loro o con altri soggetti che in quel medesimo arco temporale rivestivano cariche di rilevante importanza, per riferire elementi utili alle indagini (…) se non addirittura per concordare tra loro ‘versioni di comodo’ in vista degli imminenti interrogatori”. (altro…)

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Dunque non eravamo pazzi, noi del Fatto , a occuparci con tanto rilievo e in beata solitudine delle telefonate Quirinale-Mancino sulla trattativa Stato-mafia. Se il Presidente della Repubblica interpella addiritturala Consulta, alla vigilia del ventennale della strage di via D’Amelio, vuol dire che il caso esiste ed è enorme. Naturalmente per noi lo scandalo è il contenuto delle telefonate, almeno quelle ormai note del suo consigliere D’Ambrosio (che fanno sospettare il peggio anche su quelle ancora segrete di Napolitano): un florilegio di abusi di potere e interferenze in un’indagine in corso su richiesta di un potente ma privato cittadino. Per il Colle invece lo scandalo è che siano state intercettate e non siano state distrutte subito dopo. Insomma, come già B., D’Alema, Fassino & C. per le loro intercettazioni indirette, il Capo dello Stato guarda il dito anziché la luna: se la prende col termometro anziché con la febbre. Il guaio è che la legge non prevede alcuno stop né alcuna immediata distruzione per le intercettazioni indirette del Presidente. Il quale, fatto salvo il caso di messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione, è equiparato a qualunque parlamentare: se Tizio, intercettato, chiama il Presidente o un onorevole qualsiasi e gli comunica “ho appena strangolato mia moglie”, la telefonata è utilizzabile senz’alcuna autorizzazione nei confronti di Tizio per processarlo per uxoricidio. È per usarla contro l’interlocutore coperto da immunità che occorre il permesso delle Camere. Se poi la telefonata è irrilevante, come i pm giudicano i due colloqui Mancino-Napolitano, si fa l’udienza dinanzi al Gip e, davanti alle parti che possono ascoltare tutti nastri, si distruggono quelli che tutti ritengono inutili. (altro…)

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Ue’ guaglio’!”. “Scusi, con chi parlo?”. “So’ Nicola, Nicola Mancino: l’amico D’Ambrosio m’ha detto di chiamarti per fare qualcosa contro ‘sti malamente dei piemme di Palermo che si so’ fissati co’ ’sta pinzillacchera della trattativa”. “Guarda, Mancino, con tutto il bene che ti voglio, hai sbagliato indirizzo. Anzitutto non sono un ‘guagliò’, ma il presidente della Repubblica. E, come capo del Csm, non solo non ho alcun potere di interferire in un’inchiesta in corso, ma ho pure il dovere di difendere l’indipendenza dei magistrati. Dovresti saperlo bene, visto che del Csm eri il vicepresidente . . .”. “Ma guagliò, cioè presidè, chisti piemme insistono, dicono che so’ bugiardo, organizzano confronti co’ Mar telli…”. “E io che ci posso fare? Se non hai nulla da rimproverarti, vedrai che la tua innocenza alla fine verrà fuori. (altro…)

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Si attendeva con ansia l’illuminato parere del professor Ernesto Galli nonché della Loggia sulla trattativa Stato-mafia e sulle pressioni del Quirinale per tentare di deviare il corso delle indagini. E ieri, finalmente, è arrivato sul Corriere della sera. Anzitutto, sia chiaro che la trattativa è solo “supposta”, mentre le pressioni del Quirinale sono “presunte” e dunque le polemiche sono “infondate”. A due settimane dalla pubblicazione delle telefonate Mancino-D’Ambrosio, nessuno ha ancora indicato quale norma consenta al capo dello Stato e ai suoi consiglieri di ordinare il “coordinamento” delle indagini fra diverse Procure (peraltro già disposto dal Csm e da Grasso un anno fa). Ma queste – trattativa e pressioni – per Galli della Loggia sono quisquilie. Il “dato centrale” delle telefonate è un altro: “lo stato d’animo di Mancino”. (altro…)

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La galleria di personaggi che esce fuori dall’ inchiesta di Palermo, Caltanissetta e Firenze, è insieme spaventosa e ridicola, degna di questo buffo e crudele Paese, e a farla apparire tale questa galleria di personaggi, sono gli avvenimenti di questi ultimi giorni di cui tutti abbiamo sentito parlare, ne abbiamo scritto per chi fa questo mestiere e ognuno di noi si è fatto un’idea, proviamo a focalizzare però l’attenzione su alcuni incontri.” Nicola Biondo

Intervista a Nicola Biondo, giornalista

Il 41 bis 
Buongiorno a tutti, mi chiamo Nicola Biondo sono un giornalista siciliano, autore di “Il patto la trattativa stato – mafia” e proprio di questo oggi parleremo. Le polemiche le abbiamo seguite tutti in questi ultimi 10 giorni, riguardante l’inchiesta palermitana sulla trattativa Stato – mafia.
Proviamo a fissare dei punti, ci sono 12 indagati e è la storia di un accordo che i magistrati raccontano nell’ arco di 20 annittraverso parecchie testimonianze. Perché questo accordo? (altro…)

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L’altro giorno abbiamo pubblicato una telefonata fra i generali dei Carabinieri Mario Mori e Mario Redditi, intercettata il 29.1.2012. I due commentano la presentazione a Roma del libro di Mori, dov’è intervenuto Emanuele Macaluso, direttore del Riformista poi defunto, che ha difeso appassionatamente Mori dall’“accanimento della Procura di Palermo”. Redditi: “Macaluso è il più grande amico del presidente Napolitano, col quale ha condiviso il suo intervento, quindi… è un po’ il ventriloquo di altri, non so se mi spiego…”. Mori: “Sì, ma questo l’avevo intuìto, poi magari a voce parliamo”. Macaluso prende cappello e scrive sull’Unità che quel generale è un “cretino disinformato”: lui è, sì, amico di Napolitano, ma “non il ventricolo del Quirinale” (era ventriloquo, ma fa lo stesso). Dunque siamo tutti più tranquilli: gli attacchi di Macaluso alla Procura di Palermo, dai tempi del processo Andreotti a quello sulla trattativa, che lui addirittura nega sia mai esistita, non coinvolgono il Capo dello Stato. (altro…)

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È con viva soddisfazione che registriamo le prime virili e pugnaci adesioni al Supremo Monito. Corazzieri, palafrenieri, trombettieri, ciambellani, aiutanti di campo, assistenti al Soglio, guardie svizzere, marchesi del Grillo, magistrati democratici, giuristi, costituzionalisti, fuochisti, macchinisti, uomini di fatica, ma soprattutto frenatori e pompieri han raccolto come un sol uomo l’appello alla mobilitazione generale, dando prova di attaccamento al Tricolore e gettando il cuore oltre l’ostacolo, pancia in dentro e petto in fuori, nell’ora della massima prova per il nostro Caro Leader, nonché Conducator e Piccolo Padre, insomma Re Giorgio, minacciato dalle sue stesse intercettazioni e da quelle del suo valoroso consulente giuridico. (altro…)

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Nella storia repubblicana essere bersagliati da critiche e campagne di stampa è capitato a molti inquilini del Quirinale. A Gronchi, per esempio, i comunisti rinfacciarono di aver agevolato la nascita del famigerato governo Tambroni. Così come a Saragat fu rimproverato, da sinistra, di aver ridotto la contestazione studentesca a un problema di ordine pubblico. Segni fu accusato di golpismo, per non parlare di Leone costretto a dimettersi per un uso, si disse, troppo spregiudicato del potere. Sul carattere insofferente di Pertini sono state scritte biblioteche. Di Cossiga si disse e si scrisse che non ci stava tanto con la testa. Scalfaro finì sulla graticola per i fondi riservati del Sisde. E perfino la popolarità di Ciampi fu scalfita dall’accusa di non aver sempre fatto da argine alle leggi vergogna berlusconiane. Mai, però, in sessant’anni di democrazia un capo dello Stato aveva goduto di una così totale, assoluta, cieca, muta e sorda immunità come Giorgio Napolitano. (altro…)

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Corazzieri, palafrenieri, ciambellani, aiutanti di campo, assistenti al Soglio, guardie svizzere, marchesi del Grillo, magistrati democratici, giuristi, costituzionalisti, fuochisti, macchinisti, ferrovieri, uomini di fatica, ma soprattutto frenatori e pompieri sono pregati di convergere al segnale convenuto in piazza del Quirinale, possibilmente muniti di bandierine tricolori o pavesati di vessilli biancorossoverdi, e di cingere di un cordone protettivo il Sacro Palazzo a protezione dell’Illustre Inquilino, assediato da pm irresponsabili che intercettano falsi testimoni e “alcuni quotidiani” che “riempiono pagine con conversazioni telefoniche intercettate in ordine ad indagini in corso sugli anni della più sanguinosa strage di mafia”, dando per giunta “interpretazioni arbitrarie e tendenziose e talvolta versioni perfino manipolate”. L’ora è grave. Mai, nemmeno dopo la disfatta di Lissa, il disastro di Adua, la rotta di Caporetto, la Patriafu altrettanto in pericolo. Il nemico ci ascolta: si ponga dunque prontamente mano alla lungamente auspicata legge bavaglio che, mai come ora che ascoltano anche noi, si è resa così urgente. Dunque si attivi la mobilitazione generale e non si escludano misure estreme come il coprifuoco e la serrata delle edicole. Radio e tv, già opportunamente anestetizzate, trasmettano marce militari o, in caso di incursioni nella musica pop, brani esclusivamente tratti dal repertorio dei Tiromancino. Per motivi di ordine pubblico, è abolita dal dizionario la parola “trattativa”. (altro…)

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Paola Severino, ministro della Giustizia: “Non appare configurabile alcuna violazione di legge, quindi non sono attivabili iniziative da parte del ministero. Tutti aspiriamo alla ricerca della verità, ma senza strumentalizzazioni”. Michele Vietti, vicepresidente del Csm: “La polemica sul Quirinale è francamente incomprensibile: il presidente della Repubblica è anche il presidente del Csm, dunque è lecito e doveroso che di fronte a denunce di presunte anomalie attivi le azioni di vigilanza e coordinamento e vigilanza”. Pier Luigi Bersani, segretario Pd: “Le insinuazioni sul presidente della Repubblica sono basate su distorsioni dei fatti. Il Pd respingerà con fermezza ogni speculazione nei confronti del presidente, che è un presidio della democrazia”. Strumentalizzazioni? Speculazioni? Insinuazioni? Lecito e doveroso? Ancora una volta si usano parole sbagliate per confondere le idee su fatti che, grazie ai documenti e alle intercettazioni emersi in questi giorni, sono chiarissimi. Un privato cittadino, Nicola Mancino, furibondo con i pm che hanno osato interrogarlo come testimone e vogliono metterlo a confronto con un altro ex ministro che lo contraddice sulla trattativa Stato-mafia, utilizza le sue conoscenze in alto loco col presidente della Repubblica Napolitano, col consigliere giuridico del Quirinale D’Ambrosio, col Pna Grasso e col Pg della Cassazione Esposito per ottenere ciò che nessun altro privato cittadino, privo di quelle conoscenze, otterrebbe mai: una lettera del Quirinale al Pg della Cassazione e una riunione in Cassazione per tentare di sviare il naturale corso delle indagini. (altro…)

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Il Fatto ha qualche giorno fa avanzato interrogativi sul “mistero” delle telefonate a go go di Nicola Mancino al consigliere giuridico del Quirinale per sollecitare un intervento presidenziale. Il Fatto ha qualche giorno fa avanzato interrogativi sul “mistero” delle telefonate a go go di Nicola Mancino (ex ogni potere) al consigliere giuridico del Quirinale per sollecitare un intervento presidenziale che intralciasse l’azione del Pubblico Ministero di Palermo che interrogava il Mancino come testimone (ora è anche indagato). Il Colle più alto ha dovuto ammettere il diluvio delle telefonate/rimostranze e una lettera assai discutibile del Quirinale al Procuratore generale della Cassazione, che pareva condividerne alcune. Da allora, mentre questo giornale continua a pubblicare notizie e fatti sempre più inquietanti (che rendono più che opportuna – doverosa – la richiesta di Di Pietro di una commissione parlamentare di inchiesta) è tutto uno  “stracciarsi di vesti” e un rincorrersi di anatemi. Domandiamoci allora chi è che sta compiendo il delitto di lesa maestà, il più grave (non a caso, storicamente, l’aggressione e la “bestemmia” contro il Sovrano costituiscono il reato capitale per eccellenza). Chi è il Sovrano? (altro…)

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Più particolari emergono sulle interferenze del Quirinale nell’inchiesta di Palermo sulla trattativa Stato-mafia a gentile richiesta del signor Nicola Mancino, più si scatena l’Operazione Casino. È una vecchia tecnica, utilissima a far perdere l’orientamento ai cittadini, così nessuno capisce più chi ha fatto cosa. Ma a questo punto, di fronte alle intercettazioni telefoniche depositate dalla Procura di Palermo che oggi pubblichiamo, i casi sono soltanto due: o Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del Presidente della Repubblica, millantava credito con Mancino, raccontandogli che Giorgio Napolitano si era “preso a cuore” le sue lagnanze contro i pm di Palermo, al punto di parlare del suo caso con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso perché facesse qualcosa; oppure D’Ambrosio diceva la verità, dunque davvero il Capo dello Stato è personalmente intervenuto con Grasso per conto di un testimone interessato e poi indagato per reticenza. (altro…)

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Il lessico che emerge dalle intercettazioni dei “potenti” spiega molto più che non decine di articoli di giornali.
Da quelle dei furbetti, a quelle di Silvio con le sue girls.

E ora anche in quelle tra Mancino e il quirinale e i vertici del potere giudiziario (il pg della Cassazione), per l’inchiesta di Palermo sulla trattativa stato-mafia.

Il dialogo è quello tra due vecchi amici, e uno parla tranquillamente in napoletano. “Sono chiaramente a sua disposizione – dice il Procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito – adesso vedo questo provvedimento e poi ne parliamo. Se vuole venirmi a trovare, quando vuole”. E Nicola Mancino replica: “Guagliò come vengo, vado sui giornali”. “Ahahaha, ho capito”, commenta allegro il pg. Sono le 9.04 del 15 marzo 2012, l’ex presidente del Senato chiama per congratularsi con l’alto magistrato che ha appena ricevuto l’ordinanza del gip Alessandra Giunta su via D’Amelio. (altro…)

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Un ex presidente del Senato, indagato per falsa testimonianza nell’ambito dell’inchiesta  sulla trattativa Stato- mafia successiva alle stragi del 1992/’93, subito dopo essere stato ascoltato dalla Procura di Palermo telefona al consigliere giuridico del presidente della Repubblica per  lamentarsi con Giorgio Napolitano  dell’operato dei pubblici ministeri che indagano sulla  pagina più inquietante degli ultimi vent’anni di storia repubblicana. Il consigliere  giuridico Loris D’Ambrosio conferma tutto al Fatto Quotidiano.  La notizia è enorme, eppure  passa sotto silenzio. Corriere e Repubblica, che per  primi ne avevano scritto il 15  giugno, non ritengono di dare seguito alla vicenda. Su Stampa  e Giornale nemmeno una riga. Una pagina intera su Libero (“Le pressioni di Mancino sul Quirinale”), ma il pezzo portante è un attacco ai pm che  “si accaniscono” contro Dell’Utri. Desolato silenzio altrove. Non una parola nei telegiornali  e una sola Ansa (Mafia: Fatto Q., Mancino chiamò colle. Gasparri: Chiarire”) fino  alle 16,45 di ieri. LA SVOLTA in serata, quando  dal Colle giunge una nota: “In relazione ad alcuni commenti di stampa sul contenuto  di intercettazioni di colloqui  telefonici tra il senatore Mancino  e uno dei consiglieri del  presidente della Repubblica –  si legge – si ribadisce che ovvie ragioni di correttezza istituzionale  rendono naturale il  più rigoroso riserbo, da parte dei consiglieri, circa i loro rapporti  con il capo dello Stato.  Parlare a questo proposito di  ‘misteri del Quirinale’ è soltanto  risibile”. A quel punto i telegiornali sono costretti a dare la smentita di una notizia che non avevano mai dato. Pazienza, in fondo è già accaduto  in passato, quando – senza prima  dar conto delle indagini  per mafia a carico di Renato  Schifani – ci si affrettò a diffondere la sua smentita. 

Da Il Fatto Quotidiano del 17/06/2012.

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