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Posts Tagged ‘Mario Deaglio’

Negli Anni Ottanta e Novanta le riunioni del G8 si tenevano nelle grandi città o nelle loro immediate vicinanze: i governi ospitanti erano fieri di mostrare le bellezze di Tokyo, Londra, Venezia, Toronto. Con l’aumento mondiale delle tensioni sociali – e dei divari nella distribuzione dei redditi – queste riunioni tra grandi si svolgono ormai in luoghi isolati, difficili, se non impossibili da raggiungere da parte di manifestanti ostili. Così è per Lough Erne, incantevole e sperduta località dell’Irlanda del Nord il cui nome, secondo la leggenda, ricorda una bella dama che vi cercò rifugio, terrorizzata da un gigante uscito da una caverna.

Gli otto capi di governo che partecipano all’incontro, nella quiete del lago e dei boschi, sfuggendo alle folle, hanno probabilmente potuto, guardandosi negli occhi, individuare anch’essi una comune paura.    (altro…)

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Errare è umano, perseverare nell’errore è diabolico. E c’è sicuramente qualcosa di diabolico in un’Unione Europea che non ha imparato nulla dagli errori compiuti con la Grecia. Ha condannato i greci ad almeno dieci anni di dura austerità, con un forte costo finanziario per i Paesi membri.

Senza peraltro riuscire a risolvere il problema ma anzi mettendo a repentaglio la stabilità dell’euro. E ora supera se stessa con Cipro: grazie alla goffaggine europea, dopo un anno di trattative, i problemi finanziari dei suoi 800 mila abitanti, un po’ meno di quelli di Torino, riescono a innescare una caduta generalizzata delle Borse mondiali, a riportare ombre sull’euro, già in difficoltà per una recessione largamente artificiale, uscita dal laboratorio di Bruxelles. (altro…)

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Da circa una settimana, ossia da quando sono stati resi noti i risultati elettorali, tutte le forze politiche si comportano come se l’economia non esistesse: l’attenzione è pressoché totalmente indirizzata a uscire dal vicolo cieco in cui la politica stessa si è cacciata, senza alcuna vera attenzione né per la crisi economica né per le regole e i vincoli di un’economia che, come le altre dell’Unione Europea, non può più dirsi totalmente sovrana, risultando vincolata da regole che non è possibile trasgredire disinvoltamente.

Un atteggiamento del genere rischia di distruggere in poche settimane il risultato di un anno e più di sacrifici: l’Italia ha riacquistato credibilità ma deve prendere a prestito quasi un miliardo di euro al giorno solo per rifinanziare il debito in scadenza, un’operazione che già è ridiventata sensibilmente più cara. In queste condizioni il dialogo con l’Europa non può essere condotto burocraticamente; al tavolo devono sedere un presidente del Consiglio e un ministro dell’Economia pienamente legittimati, ossia in grado di impegnarsi sulla base di un sostegno generale espresso dal Parlamento con un voto di fiducia.   (altro…)

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Dopo oltre ventiquattr’ore filate di trattative difficili, l’Europa ha raggiunto un accordo non scontato in partenza. Il che è certamente positivo. Si è però scoperta sempre più pragmatica e sempre meno idealista, potremmo dire sempre più «democristiana» nel senso che nessuno esulta e nessuno piange, nessuno ha stravinto e nessuno esce da questo confronto veramente sconfitto. Tranne, forse, l’idea stessa d’Europa ormai piuttosto lontana da quest’Unione Europea nella quale il compromesso sembra regnare sovrano, con tutti gli svantaggi che questo comporta in un momento di crisi quando sarebbero necessarie scelte di alto profilo.

I rigoristi tedeschi, per una volta d’accordo con i britannici (un asse Berlino-Londra che di fatto ha sostituito, almeno in quest’occasione, il tradizionale asse Berlino-Parigi) e con l’aiuto di qualche paese nordico, hanno fatto passare il principio che anche il bilancio dell’Unione Europea si può tagliare: la parola «austerità», finora sconosciuta, comincerà ad aleggiare nei palazzi di Bruxelles. I non rigoristi, ossia i francesi, gli italiani, gli spagnoli e molti altri hanno ottenuto che i tagli vengano effettuati in modo da non danneggiare le loro economie.    (altro…)

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Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha deciso di spostare per un giorno la campagna elettorale italiana sulle nevi svizzere. Dal punto di vista della finanza internazionale, l’Italia è l’unico Paese, tra quelli a rischio, che (forse) «ce l’ha fatta», anche se a prezzo di sacrifici per l’economia reale maggiori del previsto e per questo è stato invitato a tenere, nel centro turistico svizzero di Davos, il discorso di apertura del World Economic Forum, una sorta di «salotto buono» della globalizzazione, luogo d’incontro di politici e banchieri, industriali e finanzieri di primo livello talvolta descritto come l’internazionale dei ricchi.    (altro…)

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La decisione del Congresso degli Stati Uniti di aumentare l’imposizione fiscale sui redditi elevati è molto più di una semplice, anche se importante, manovra di finanza pubblica dettata dalla necessità di scongiurare un collasso assurdo e perfettamente evitabile dell’economia americana. Al di là della sua portata pratica, rappresenta un momento di svolta, la fine di uno dei principi-guida del capitalismo moderno.

Un principio-guida che ha permeato la politica economica americana dai tempi della presidenza Reagan, ossia negli ultimi trent’anni: la convinzione che sia sufficiente ridurre le imposte sui cittadini dai redditi elevati per ottenere un aumento della crescita e un aumento generalizzato della produzione, del reddito e del benessere.   (altro…)

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Quale che sia il giudizio che si vuol dare del governo Monti, resta il fatto che, grazie alla sua azione, l’Italia ha superato una gravissima crisi che rischiava di portare a un improvviso collasso il suo sistema di finanza pubblica; che lo spread, termometro di questa crisi, si è fortemente abbassato.

Che il bilancio pubblico si avvia, nel 2013, a un pareggio di fatto (ossia tenendo conto degli effetti della fase negativa del ciclo economico); che la struttura finanziaria pubblica risulta sostanzialmente irrobustita. Indipendentemente dai motivi che hanno spinto il Presidente del Consiglio a rassegnare le dimissioni, siamo quindi di fronte alla necessità oggettiva di voltare pagina, ossia di formulare nuovi obiettivi di politica economica, risultando sostanzialmente raggiunti quelli legati al superamento dell’emergenza. (altro…)

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Borsa che scende, «spread» che sale. Può sembrare una alchimia finanziaria lontana dalla vita di tutti i giorni, dai bilanci di imprese e famiglie. Purtroppo non è così, come abbiamo sperimentato negli ultimi cinque anni. Forse il modo migliore per rendersi conto dell’importanza di quest’infausta congiunzione consiste nel partire da una constatazione semplice e apparentemente incredibile: mediamente l’Italia deve restituire ai suoi creditori un miliardo di euro al giorno, domeniche escluse, ossia circa 300 miliardi l’anno per i prossimi 6-7 anni.

Come fa l’Italia a restituire somme così ingenti? Immediatamente prima della scadenza, «rifinanzia» il debito, ossia si fa prestare, con le aste sul debito pubblico, una somma all’incirca pari a quella in scadenza, con questa rimborsa Btp, Cct, Bot e quant’altro, giunti al termine della loro vita. Sono ormai vent’anni che l’Italia fa così e ha gestito tutto sommato in maniera soddisfacente, dal punto di vista finanziario, un debito enorme.   (altro…)

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Partito con difficoltà quasi 130 anni fa, l’acciaio italiano potrebbe oggi finire peggio, vittima della noncuranza con cui l’Italia sta affrontando le proprie scelte industriali: di una viscerale incomprensione dei processi economici e industriali da parte della magistratura e di un atteggiamento a dir poco non lungimirante della società proprietaria.

La costruzione della prima grande acciaieria italiana non fu decisa in base a calcoli economici ma a considerazioni militari e, forse, anche clientelari: si scelse Terni, città isolata dai mercati di consumo del Nord e con forti problemi di trasporti e comunicazioni. Lo si fece su pressione della Marina Militare, che non voleva dipendere dall’estero per l’acciaio necessario alla costruzione delle corazzate e che vedeva nell’isolamento una garanzia contro possibili invasioni straniere. Diversi studi indicano però anche possibili interessi personali del ministro competente, un copione italiano con radici antiche: alcuni suoi amici e parenti possedevano terreni nella zona e vi avevano già impiantato una fonderia.  (altro…)

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Sarebbe facile immaginare che, nella breve stagione delle primarie, ci sarà davvero una sfida tra continuità e cambiamento. In realtà, la parte del Paese che è attratta dall’idea di cambiare, innovare, correggere, che considera il mutamento come essenziale, che prende come modello l’Europa e il mondo, è largamente minoritaria. Sono invece prevalenti coloro che prendono come modello il campanile, vogliono il minor cambiamento possibile, il recupero di ciò che hanno perduto in questi anni e, al massimo, una semplice riverniciatura dell’esistente. In un Paese in cui i giovani sono in netta minoranza (con i più preparati che, sempre più frequentemente, trovano lavoro all’estero) la maggioranza esprime un profondo, quasi disperato, desiderio di continuità, anzi di immobilità, profondamente anacronistico in un mondo in cui le dinamiche demografiche e quelle economiche impongono rapidi cambiamenti a tutti.   (altro…)

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Da quanto tempo gli italiani non sentivano parlare di un progetto economico di durata decennale? La nuova strategia energetica nazionale, delineata nel Consiglio dei ministri di ieri, rappresenta il primo tentativo serio di uscire dalla deprimente quotidianità di un’economia in difficoltà, di affrontare grandi argomenti di interesse nazionale nel lungo periodo invece di spendere tutte le energie a discutere affannosamente di quanto dovrà o potrà succedere nei prossimi mesi. Il passaggio dal mondo degli «spread» e dei «rating», delle detrazioni Irpef e della prossima rata dell’Imu a quello dei kilowatt, delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica che potremo realizzare in dieci anni non può che rappresentare una boccata d’aria fresca.  (altro…)

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Con l’arrivo, il 23 di settembre, dell’autunno astronomico, è finita non solo l’estate dei comuni mortali ma anche l’estate dei mercati finanziari. L’indice Ftse Mib della Borsa di Milano è passato dalla quota 16 mila di venerdì alla quota 15.400 di ieri, una perdita prossima al 4 per cento in 3 giorni lavorativi che mette la parola fine all’eccezionale recupero di agosto e della prima metà di settembre. Naturalmente non si tratta di un fenomeno solo italiano, da Tokyo a New York, passando per l’Europa, i listini sono, pressoché dappertutto, seccamente in ritirata. Milano si trova così in buona compagnia: ieri le perdite di Francoforte e Parigi hanno superato il 2 per cento e le Borse americane sono in trincea.   (altro…)

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Probabilmente già da domani la Fed, la banca centrale degli Stati Uniti, comincerà a comprare sul mercato finanziario americano titoli a reddito fisso di ogni genere al ritmo di circa 1,3 miliardi di dollari (un miliardo di euro) al giorno. Con quali risorse? Con quelle che la stessa Fed «stamperà» sul momento gonfiando complessivamente la liquidità di 40 miliardi di dollari al mese. Per quanto tempo? Fino a quando ce ne sarà bisogno, ossia finché l’occupazione, la cui crescita è bassa, insufficiente a riassorbire i 7-8 milioni di lavoratori resi disoccupati dalla crisi, non darà segni di duratura risalita. (altro…)

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Non è azzardato affermare che il destino dell’euro, quello dell’Europa economica e forse, più in generale, quello dell’Europa come entità politica, dipende da un triangolo tedesco. Oscilla, infatti, in questi giorni fra tre poli, tutti collocati in Germania. Il primo si trova a Francoforte; si tratta della bella e moderna Euro Tower, sede della Banca Centrale Europea (Bce), una cittadella della moneta che si staglia in un deserto istituzionale in cui non esiste un ministro europeo dell’Economia con il quale costruire una politica economica per il continente. La sua solitudine la pone al centro delle speranze e dei risentimenti sull’euro, della crisi europea, delle misure per uscirne e in particolare della creazione di nuova liquidità per sostenere i Paesi debitori, una linea d’azione fieramente avversata dai Paesi creditori e soprattutto dai tedeschi. (altro…)

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La benzina oltre la soglia psicologica dei due euro al litro è un pessimo biglietto d’auguri per il dopo-ferie: in un paese come l’Italia, traumatizzato da una grave e prolungata congiuntura negativa, quel prezzo della benzina oltre euro 2.00 potrebbe diventare lo spartiacque tra speranze e frustrazione, tra voglia di ripartire e rinuncia a combattere, tra la risposta costruttiva alla crisi e il mugugno rassegnato. Per questo è opportuno guardare bene dentro a questo prezzo-chiave; si scopre così molta complessità, troppa oscurità e insufficiente trasparenza. (altro…)

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Il bilancio dello Stato in pareggio, al quale siamo impegnati ad arrivare entro il 2013, non porta automaticamente alla ripresa economica; e le misure di aumento delle imposte e riduzione della spesa non portano automaticamente a un bilancio in pareggio, anzi, l’esperienza greca fa balenare il rischio che, a causa dei tagli eccessivi, il deficit si avviti su se stesso. Il mondo della finanza sta prendendo atto in concreto di queste amare verità e, per conseguenza, sposta il discorso dal deficit al debito: se riuscissimo ad abbattere il debito – come d’altronde ci impone, nell’arco di vent’anni, il «patto fiscale» sottoscritto in sede europea – si ridurrebbero molto gli interessi sul debito stesso e navigheremmo in acque più tranquille. Nascono di qui gli studi e le proposte rese note in questi giorni per ridurre sensibilmente il debito pubblico mediante la vendita di beni di proprietà dello Stato e di altri enti. (altro…)

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Negli ultimi giorni, e in particolare con la seduta di Borsa di ieri, il moderno sistema finanziario ha dato il peggio di sé. Per comprendere bene quest’insuccesso occorre ricordare un antefatto troppo spesso trascurato: la finanza globale è fortemente squilibrata dall’abbondante creazione di liquidità degli Stati Uniti, a fronte della quale manca una vera ripresa dell’economia americana. Il presidente Obama, con una difficile campagna elettorale in corso, ha demagogicamente assolto il proprio paese e la propria amministrazione da ogni colpa per la situazione economica, addossando all’Europa tutta la responsabilità della crisi. (altro…)

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L’Europa non è certo un malato immaginario. Altrettanto sicuramente, però, mostra una sorta di perversa soddisfazione a parlare in continuazione dei propri mali, a girarci attorno, a convocare riunioni con lo scopo di cambiare tutto per scoprire due settimane più tardi di non aver cambiato nulla; il «vecchio continente», insomma, si scopre davvero vecchio e soggetto ad attacchi di ipocondria. In questa atmosfera, il «percorso di guerra» dell’economia italiana, evocato dal Presidente del Consiglio nel suo discorso di mercoledì all’Abi, trova pienamente il suo contrappunto nel Bollettino Mensile pubblicato dalla Banca Centrale Europea nella giornata di ieri, un autentico «bollettino di guerra» dove si trova soprattutto una sconsolata rassegna di tutto ciò che non va. (altro…)

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Tornati da Bruxelles, i governi europei si sono messi a fare i «compiti a casa», ossia a mettere ordine nelle proprie finanza pubbliche, scardinate dalla crisi economica. Per gli italiani si tratta di una prova molto dura perché l’Italia è reduce da una «vacanza» lunga più di un decennio, ma non ci sono rose e fiori neppure per gli altri paesi: la Corte dei Conti francese ha stimato ieri in 6-10 miliardi di euro i tagli alla spesa pubblica da realizzare Oltralpe nel 2012 e in 33 miliardi quelli indispensabili l’anno prossimo per arrivare a un deficit pubblico pari al 3 per cento del prodotto interno lordo, assai superiore a quello italiano. (altro…)

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I giorni che ci separano dal “decisivo” Consiglio Europeo di Bruxelles scorrono tra grandi cadute (lunedì) e piccoli rimbalzi (martedì) delle Borse mondiali, e in particolare delle Borse europee. E parallelamente si avvicina un altro attesissimo e diversissimo confronto, quello tra le nazionali di calcio di Italia e Germania, che si svolgerà proprio mentre i capi di Stato e di governo europei saranno riuniti nella capitale belga. I leader di Bruxelles sarebbero contenti di un pareggio che farebbe bene all’Europa, le squadre che si affronteranno allo stadio nazionale di Varsavia devono mirare a una vittoria netta che farebbe bene al calcio. (altro…)

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