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Posts Tagged ‘massimo gramellini’

Alla lista sterminata delle vittime del fanatismo si è appena aggiunto un bambino di sette anni, morto a Monza in conseguenza del morbillo trasmessogli dai fratelli non vaccinati. Una forma guaribile di leucemia aveva da tempo affievolito le sue difese immunitarie, rendendolo più vulnerabile alle intemperie della vita, come uno che gira per strada d’inverno senza cappotto. Bastava coprirlo. Invece lo hanno esposto al contagio.

È nella natura di un padre e di una madre essere apprensivi. In particolare di un padre e di una madre italiani. L’impulso primordiale li spingerebbe a fare crescere la prole sotto una campana di vetro. Quando poi il figlio è malato, l’istinto protettivo si trasforma in un attaccamento disperato a qualsiasi speranza, anche la più assurda. Pur di vederlo guarito si è pronti a tutto, persino a corteggiare i Vannoni e i cialtroni.

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Guardo i ragazzi sciamare per strada dopo il tema di maturità e avverto l’imbarazzo di essere stato, rispetto a loro, un privilegiato. Ricordo le emozioni di allora, lo stato di panico che si sarebbe ripresentato negli incubi adulti, quando mi sarei rivisto davanti alla commissione d’esame e a un foglio bianco, senza sapere ancora quale vita ci avrei messo dentro. In realtà il giorno degli esami sapevo benissimo che una vita ci sarebbe stata e che quella prova iniziatica mi sarebbe rimasta impressa proprio perché unica: il preludio a un futuro magari non altrettanto memorabile, ma disseminato di sufficienti certezze e reti di protezione. La maturità era il rito con cui si usciva dall’età dell’incoscienza per entrare in quella della ragione. Adesso segna il passaggio dal pianoro delle tutele al bosco del precariato. Dall’età dell’incoscienza all’età dell’ansia.  (altro…)

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Un uomo scende dalla moto e solo allora si accorge di avere smarrito la moglie (Leggi la notizia). Succede. Non è che i maschi possono fare più di una cosa alla volta, con il rischio di sbagliare anche quella. Quando lui era partito quaranta chilometri prima da una piazzola dell’Astigiano, aveva già dovuto occuparsi di svariate incombenze. Allacciare il casco, staccare il cavalletto e infine viaggiare evitando le buche più dure, come cantava il poeta. Ci sta che un marito travolto da una tale concatenazione spasmodica di eventi tralasci di controllare che la passeggera nuziale sia a bordo. E non si dica che avrebbe dovuto insospettirlo la mancanza di segnali di vita alle sue spalle.

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Mentre una giovane donna si affacciava dalla finestra al nono piano della Grenfell Tower di Londra stringendo al petto un neonato avvolto in una coperta, al ventiquattresimo il neolaureato di origine afghana Shekeb Neda prendeva la decisione più importante della sua vita. Il fuoco stava divorando l’appartamento e il padre era già stato inghiottito dal fumo. Restava Flora, sua madre, immobilizzata da una malattia muscolare, che lo implorava di scappare. Shekeb, ingegnere, avrà fatto qualche calcolo. Tra lui e la salvezza c’erano ventiquattro piani di scale invase dalle fiamme. (altro…)

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Ieri mattina, tra i banchi di un mercatino di Parigi, si è ulteriormente scolorita la distinzione tra destra e sinistra, surclassata dalla vera dicotomia del nostro tempo: chiusura-apertura. La ex portavoce di Sarkozy, esponente di quella che un tempo avremmo chiamato destra moderata, è stata aggredita da un tizio malmostoso sulla cinquantina che le ha tolto di mano i volantini elettorali e glieli ha sbattuti in faccia, forse cercando di colpirla con un pugno e di sicuro gridandole addosso: «bobo de merde». L’ultima parolina non ha bisogno di traduzione e in Francia vanta anche una nobile tradizione. Invece «bobo» sta per bourgeois-bohème, borghese alternativo.

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Può capitare a tutti di copiare, nella vita. Tranne che a un premio Nobel per la letteratura, e proprio nella stesura del discorso che lo consacra tale. Invece pare che a Bob Dylan sia riuscito anche questo capolavoro. La sua orazione di ringraziamento per i parrucconi scandinavi che lo hanno preferito a gente come Philip Roth contiene frasi riprese di sana pianta dal Moby Dick di Hermann Melville. E neppure dall’originale, che almeno presupporrebbe lo sforzo di una rilettura, ma da un bignami agevolmente rintracciabile su Internet. Si cominciano a capire le ragioni del ritardo con cui Dylan ha consegnato il discorso alla giuria: stava aspettando la liberatoria dal capitano Achab.

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La parola chiave di questa storia è «auto». Al principio l’automobile che un emozionato Lorenzo Alberton, di professione autista, parcheggia sotto l’ospedale di Bassano del Grappa dove la moglie ha appena partorito, il 6 marzo 1981. Per la tensione il neopadre si dimentica di estrarre l’autoradio. Allora gli italiani erano soliti portarsela a spasso sotto l’ascella e finire poi per dimenticarla sulla sedia di un bar. Quando Alberton torna al parcheggio, l’autoradio non c’è più. Se n’è andata in uno strascico di vetri rotti, lasciando un vuoto incolmabile. Passano trentasei anni e una cinquantina di governi, finché il 25 maggio 2017 l’autista ormai in pensione riceve una raccomandata: è del ladro, che chiede scusa e allega un assegno di cento euro. Il costo del maltolto, rimodulato sul cambio di moneta e sull’inflazione. (altro…)

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