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Posts Tagged ‘Nadia Urbinati’

L’ATTIVISMO della presidenza Trump non dà tregua ai cittadini che lo criticano, agli opinionisti che lo analizzano e, ora in maniera esplicita, a uno dei poteri dello Stato: i giudici che impugnano le direttive bonapartiste della Casa Bianca contro la libertà di ingresso nel Paese di una specifica categoria di persone, identificate ex ante e senza alcuna evidenza come potenzialmente terroriste. È dal 2001 che gli Stati Uniti non subiscono attentati organizzati da gruppi terroristici stranieri, eppure Trump adotta politiche da stato permanente di emergenza che fanno quasi impallidire quelle del suo predecessore repubblicano George W. Bush.

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L’EUROPA è nata sul diritto di movimento. È stata voluta da ex-nemici mortali che si impegnarono a garantire la libertà di movimento ai loro concittadini, per rendere i confini porosi e infine, con il Trattato di Schengen, aperti agli europei e, seppure con minore certezza, agli immigrati col permesso di soggiorno dei rispettivi Paesi. Il Trattato di Roma, di cui si celebrerà il sessantesimo anniversario nel 2017, è il documento con il quale si riconobbe esplicitamente che i confini nazionali sono all’origine delle guerre.
I Paesi che avevano fatto dell’Europa un mattatoio ricostruirono la pace partendo proprio dal diritto più prossimo alla condizione umana: quello di cui secondo la bella intuizione kantiana ciascuno ha bisogno per poter essere libero di uscire dal proprio stato portando con sé le proprie radici. (altro…)

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LA DEMOCRAZIA della paura ha vinto in Francia con l’arma della retorica xenofoba del Fronte Nazionale. È temuta in tutti i paesi occidentali. Lo si intuisce dalle parole tranquilizzanti usate da Barack Obama nella conferenza stampa tenuta due giorni fa. Il Presidente ha sentito il bisogno di rassicurare gli americani che farà tutto quanto è in suo potere per proteggere la democrazia, aggiungendo che «la libertà è più potente della paura» e deve essere difesa a tutti i costi. Alla sua destra, i candidati repubblicani, Donald Trump in testa, lanciano allarmati proclami di chiusura delle frontiere e perfino di Internet.

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CITTADINI si nasce o si diventa. Facile a dirsi, difficile a farsi. Non foss’altro perché, quando si tratta di decidere sull’appartenenza al corpo politico, sul potere di cittadinanza, verbi come “nascere” e “diventare” sono oggetto di interpretazioni discordanti e difficilmente riducibili a formule semplici.
La legge appena approvata alla Camera sul riconoscimento di cittadinanza a residenti non italiani, importante sotto molti aspetti e benvenuta, ne è un esempio. Essa stabilisce che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo.

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L’EUROPA sta diventando un continente blindato con filo spinato e muri di respingimento. Lo è già nelle sue frontiere a Nord e a Est — il Mediterraneo impedisce di fare altrettanto al Sud. A Calais, da dove i migranti cercano di passare il Canale della Manica per raggiungere la Gran Bretagna, si assiste quotidianamente a scene di caos e deportazioni che il governo conservatore di David Cameron benedice come sacrosante se il Paese vuole «difendersi dall’invasione» dei migranti. Quel che succede a Calais succede a Est, dove la costruzione del muro di filo spinato tra Serbia e Ungheria procede spedita, con qualche critica da Bruxelles che tuttavia non produce alcun effetto.

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SULLA pagina Facebook della Lega Nord si legge questo post: «La Lega sta preparando una proposta di legge per reintrodurre il servizio civile e militare obbligatorio per i maggiorenni. Rispetto per il prossimo, spirito di sacrificio, generosità. Voi sareste d’accordo?». Sembra un anacronismo: sia la proposta di legge che l’appello ai sentimenti repubblicani. L’annuncio ha ricevuto una valanga di critiche, soprattutto dai giovani deputati del Pd. Nella sua Amaca, Michele Serra ha commentato così queste due notizie: mentre «sbertucciano » Salvini, forse i giovani deputati del Pd non sanno che la leva obbligatoria è stata «per molti decenni, uno dei punti fermi della cultura socialista e comunista». E prima ancora, vi è da aggiungere, di quella democratica.

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COME una cartina di tornasole la Grecia mette in luce un sostrato di vecchie ruggini dentro il cuore dell’Europa. Divisioni che sotto un linguaggio economico all’apparenza neutro mostrano un grumo di radicati pregiudizi. Che si manifestano non solo come primato dell’interesse nazionale (dei forti) ma anche come superiorità culturale di un’area dell’Europa su un’altra. In questo inquietante ritorno all’antico si materializza la debolezza della sinistra europea, che non sa fare argine a questi pregiudizi ma, come nel caso della socialdemocrazia tedesca, li cavalca. Due sinistre, divise come l’Europa: una incerta e una vociante.

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IL REFERENDUM greco ha accesso i riflettori sulla scena più contradditoria e convulsa che si trova a vivere l’Europa da quando ha intrapreso la strada dell’integrazione. Il destino di questo progetto di pace per mezzo della cooperazione è più che mai sospeso tra volontà e intenzioni contrapposte. Alla lucidità dei suoi visionari e fondatori fa seguito oggi una grande opacità, e soprattutto la rinascita prepotente degli interessi nazionali, pronti a usare l’Europa come arma per offendere e umiliare oppure come alibi dietro il quale nascodere la mancanza di volontà decisionale. La visione di un’Unione europea è nata tra le due guerre per sconfiggere i nazionalismi e i nazionalisti.

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LA CITTADINANZA europea, il progetto politico più coraggioso di cui é stato capace il vecchio continente, subisce i colpi della crisi economica in due sensi: per gli effetti elefantiaci che le strutture euro-burocratiche hanno in tempi in cui ci sarebbe bisogno di coraggiose scelte politiche comunitarie; e per gli effetti regressivi causati dalla rinascita dei nazionalismi. La debolezza della politica comunitaria alimenta indirettamente la propaganda dei confini. A soffrire gli effetti di questa spirale perversa sará la cittadinanza europea, quel nucleo di diritti civili e politici che hanno aperto spazi enormi alla creativitá e alla libertá. Le grida ringhiose di Salvini e alcuni governatori delle regioni del Nord contro rifugiati e profughi avranno effetti perversi sulla cittadinanza europea. La quale si è sviluppata proprio sul diritto di movimento: diritto non solo di uscita, giá contemplato nelle costituzioni democratiche, ma di entrata, ovvero diritto di emigrare.

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GLI istituti di ricerca che misurano lo stato della democrazia nei Paesi occidentali segnalano un declino di fiducia dei cittadini nella capacità dei governi di determinare in meglio le sorti economiche dei loro Paesi. La crescita della corruzione e la perdita di legittimità dei partiti politici completano questo quadro piuttosto negativo. Evidenze empiriche, scrive Larry Diamond, di un decennio micidiale di «declino progressivo nell’attrazione verso la democrazia ». Decadenza, stagnazione, sfiducia rendono i governi occidentali perfino deboli competitori dei regimi autoritari, adagiati nella pratica del balbettio negativo del non possumus, quasi a sperare che i loro cittadini si adattino all’idea che diritti e principi debbano essere messi in deposito e non possano essere usati oggi. Sembra che il linguaggio dei diritti e dei principi costituzionali non si adatti ai tempi di crisi, che sia un lusso da rinviare a tempi migliori.

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LA BUFERA giudiziaria Mafia Capitale che ha coinvolto alcune cooperative mette in luce i problemi strutturali della cooperazione rubricabili sotto due grandi capitoli: la debolezza della politica e l’opacità della sussidiarietà. Sul primo fronte, valgono le parole del presidente di Coop Italia, Marco Pedroni, al Congresso nazionale della Lega delle Cooperative: «nessuna giustificazione può avere l’ignoranza» e la cooperazione che deve fare di più «per arrivare anche prima dei magistrati». La politica della trasparenza è figlia dei principi sui quali si regge la cooperazione: la mutualità e l’associazionismo solidale. Sul secondo fronte, la questione si fa più seria perché la crescita della cooperazione è avvenuta in concomitanza con la politica della sussidiarietà, entrata a far parte della Costituzione con il Titolo V. (altro…)

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Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali.
Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto. (altro…)

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Cambiano i governi non la politica scolastica, che promette di andare verso la graduale eguaglianza delle scuole private a quelle pubbliche. Alcuni governi sono più energici di altri; questo parte con una straordinaria determinazione. Le prime dichiarazioni della nuova ministra della Pubblica istruzione, Stefania Giannini, sono improntate al merito e al bisogno, per usare una fortunata coppia di valori, molto frequentati negli anni ’80. Il merito dovrebbe guidare la diversificazione remunerativa degli insegnati delle scuole pubbliche: coloro che producono di più dovrebbero essere meglio retribuiti, come i dipendenti di una qualunque azienda. (altro…)

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Una democrazia dei due terzi: è questa la rappresentazione della società che proviene dai dati resi noti da Bankitalia. Si tratta di una conferma dello stato della diseguaglianza socio-economica, che non solo non tende a correggersi, ma si riafferma come caratteristica endogena, un male cronico. L’economia non riesce a stare al passo con la promessa della democrazia. Il problema è che, ora, anche la politica sembra voler seguire le orme dell’economia e cessare di preoccuparsi di quella promessa; anch’essa è sempre meno inclusiva e sempre più preoccupata a rappresentare i molti, non tutti o quanti più è possibile. Avere voce forte è un prerequisito per contare ed essere contati, e le procedure sono sempre più disposte a riflettere questo fatto invece di correggerlo. (altro…)

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Si parla spesso del merito come della soluzione ai problemi della nostra società bloccata da un sistema farraginoso e burocratico e da un perverso abito clientelare che premia chi ha amici potenti, non chi ha capacità. Per questo, merito e lavoro appaiono come una coppia inscindibile: il primo come condizione per il secondo.
Da un’interessante analisi del voto delle primarie del Pd dell’8 dicembre scorso condotta dall’Osservatorio sulla Comunicazione Politica dell’Università di Torino, risulta che questa sia la tesi vincente e il segno dell’identità ideologica della nuova sinistra centrista. (altro…)

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È responsabilità della politica ridare fiducia nelle istituzioni. Mettendo fine a comportamenti che calpestano la moralità pubblica (il misuso e l’abuso delle risorse pubbliche) e all’impotenza a decidere. Quest’ultimo è il caso della mancata riforma elettorale. Non c’è più spazio per i tentennamenti; la crisi sociale che attanaglia il paese da Nord a Sud è di tale gravità da non consentire tempi supplementari. Superare l’impotenza è un dovere e una necessità. Un’impotenza della politica che è il residuo dell’erosione della fiducia che si è accumulata nel ventennio berlusconiano e che ha minato la capacità cooperativa tra avversari e perfino tra i membri di uno stesso partito. (altro…)

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Si invoca in queste ore convulse il “compromesso” per non applicare la legge Severino. Gli esponenti del Pdl lo auspicano, accusando di intransigentismo chi si ostina a lasciare che quella legge valga per il condannato illustre Silvio Berlusconi come per chiunque altro si trovasse al suo posto. Se non che, Berlusconi non vuole essere considerato “come” qualunque altro, nonostante la legge “uguale per tutti” lo voglia. La legge non rende tutti uguali; ma si impegna (con il nobile patto costituzionale) a trattare tutti, diversi e diseguali, con le stesse procedure e le stesse regole che presiedono al giudizio; e tutto questo perché quel patto dà a ciascuno un voto e uno solo. Uno stesso peso di potere decisionale, nonostante i pesi sociali ed economici siano molto diversi e perfino sproporzionati. Proprio per questo, il nobile patto costituzionale promette a tutti che la legge sarà applicata ugualmente. Il criterio del “come se” è l’anima della norma e governa l’articolo 3 della Costituzione. Esso limita e regola ogni possibile “compromesso”. (altro…)

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giannelliDi emergenza il paese ne ha solo una, quella della mancanza del lavoro. Eppure si cerca di far sì che le condanne penali di Silvio Berlusconi siano il solo grave problema per il quale la politica debba mobilitarsi, come è stato per anni. Conclusa la sentenza in appello con la condanna per frode fiscale e conclusa l’arringa del pubblico ministero Boccassini nel processo per il reato di prostituzione minorile, il Pdl torna a proporre la politica di sempre, con leggi ad personam e interventi sulle intercettazioni. Sembra che lo scopo di questa strana maggioranza sia quello di portare in salvo il tycoon. E, ironicamente, dovrebbe essere proprio il Pd a favorire questa soluzione in cambio della prosecuzione dell’alleanza di governo. È come se la storia del nostro paese si sia fermata nell’anno in cui Berlusconi è entrato in politica, inchiodata al problema di sempre: quello della sua uscita indenne dalle pendenze con la giustizia, cambiando le regole se necessario. La sua emergenza si impone su quella di milioni di italiani. Vuol fare dimenticare che il destino di disoccupazione che toglie il futuro a una intera generazione e immiserisce le condizioni di larghe fasce di popolazione è il vero problema politico, quello solo per il quale questa anormale alleanza ha una giustificazione. (altro…)

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Bellissima considerazione che ha suscitato forti polemiche da parte di esponenti politici del Pdl come il senatore Renato Schifani, il quale ha rivolto un appello al premier Enrico Letta «affinché inviti i suoi ministri a una maggiore sobrietà, prudenza e cautela» perché, sottolinea il candidato Pdl alla presidenza della Repubblica, questi annunci «non rientrano nel programma» del governo. Segno evidente di una differenza non piccola, una delle tante probabilmente, tra i partner di questa complicata coalizione. L’onorevole Kyenge richiama l’attenzione su quelli che dovrebbero essere gli ingredienti del dialogo pubblico in una democrazia matura: buon senso e sensibilità. Ingredienti che hanno fatto difetto in questi ultimi anni di polemica politica la quale ha nutrito, invece che stemperare, pregiudizi antirazziali. (altro…)

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La svolta della Chiesa di Roma sul riconoscimento dell’eguaglianza dei diritti civili degli omosessuali è indubbiamente un evento importante. Come ricordava Vito Mancuso su questo quotidiano, mai era successo che un prelato ammettesse che i diritti civili sono eguali per tutti in materia di convivenza. Lo ha fatto monsignor Vincenzo Paglia, il nuovo Presidente per il Pontificio Consiglio per la Famiglia. Il pronunciamento è importante perché centrato sull’eguale rispetto delle persone e la condanna della discriminazione che la criminalizzazione dell’omosessualità genera, come verifichiamo quotidianamente anche nel nostro Paese. Una battaglia di civiltà, sulla quale papa Benedetto XVI si è varie volte pronunciato mettendo in luce le sofferenze che ancora troppi governi infliggono a chi sceglie di vivere una relazione non eterosessuale. (altro…)

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