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Posts Tagged ‘palestina’

CHISSÀ per quanto tempo potrà ancora suonare il palestinese Aeham Ahmad, il pianista che sfida l’Is suonando musica sui tetti in rovina di Yarmouk, il grande campo profughi in macerie. Chissà se gli taglieranno le mani o la testa quando lo prenderanno, quei soldatini blasfemi. Chissà se sa, Aeham, che grazie al web mezzo mondo lo vede e lo sente suonare su quei tetti bucati, prima soltanto poveri, ora anche morti. Chissà se è tutto vero, o solo per un pezzo, il suo racconto, comunque perfetto per dire, senza bisogno di parole, che la musica è incoercibile, leggera, è impossibile ucciderla, distruggete un pianoforte e basterà una pianola, distruggete la pianola e basterà un piffero, distruggete il piffero e suonerà la voce umana, modulata secondo le note che sono, come si sa, matematica pura, e dunque sono l’Ordine, chissà se di Dio o di altri fattori.

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NetanyahuA ventiquattr’ore dalla scadenza del cessate-il-fuoco, le posizioni sul piano studiato al Cairo si irrigidiscono Netanyahu pronto a concessioni su frontiere e zona di pesca. Ma il leader della Striscia: “Non basta”.

GERUSALEMME – A ventiquattr’ore dalla scadenza del cessate-il-fuoco le posizioni (almeno a parole) si irrigidiscono. Israele ed Hamas sembrano lontane da un accordo e il piano di pace per una tregua più duratura discusso al Cairo (sponsor gli egiziani) rischia di restare lettera morta.
Il premier israeliano Netanyahu ha fatto diverse concessioni (la zona di pesca allargata fino a 9-12 miglia, riapertura delle frontiere con controllo dei palestinesi di Abu Mazen, l’ingresso di aiuti umanitari e per la ricostruzione) ma è stato netto su una cosa: Hamas «non può sperare di compensare una sconfitta militare con un successo politico» e Israele non accetterà mai una proposta di tregua che non tenga conto degli interessi di sicurezza di Gerusalemme (quindi niente più razzi e missili lanciati dalla Striscia di Gaza). Hamas nega la sconfitta militare (che in realtà c’è stata), accusa il premier israeliano di «nascondere le ingenti perdite» subite dall’esercito e minaccia: «Il prossimo round si gioca ad Ashkelon», ovvero in territorio israeliano. (altro…)

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Camilli

PITIGLIANO, il borgo bellissimo di tufo nella valle del Fiora, vanta anche il titolo di “piccola Gerusalemme”. Il suo sindaco, Pier Luigi Camilli, è stato un giornalista di spicco della Rai, sa che cosa vuol dire quella passione. Si vorrebbe abbracciarlo, padre che dice a ciglio asciutto di esser fiero
del suo figlio morto a Gaza.

COLORO i quali vanno a vedere da vicino le guerre sono mossi da desideri diversi e difficili da districare, anche per loro stessi. Non di rado le motivazioni dichiarate sono convenzionali: si va per raccontare al mondo la verità, per testimoniare dei diritti e delle sofferenze di chi non ha voce. Si va a farsi un nome e uno spazio nel mondo dell’informazione. Si va a mettersi alla prova del coraggio e della compassione, piuttosto che nelle demenziali avventure del turismo estremo. (altro…)

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Gaza

Al corteo per i combattenti c’era poca gente. La gente non ama gli islamisti, ma dopo i raid il consenso cresce.

GAZA – CHIEDO a Mustafa Sawaf se trova giusto che Hamas collochi i lanciarazzi tra i civili, facendone obiettivi inevitabili, o che scavi dei tunnel diretti in Israele sotto le case di gente ignara di quel che l’aspetta. Le immagini di Beit Hanoun e di Khuza’a sono ben stampate nella mia memoria. Nelle due cittadine, una a Nord l’altra a Sud della Striscia di Gaza, l’esercito israeliano non ha distrutto strade, moschee, negozi, scuole. Ha arato l’abitato. L’ha spianato. Ha scavato con l’artiglieria, con l’aviazione, con i bulldozer l’intera superficie, alla ricerca evidente dei maledetti tunnel, alcuni dei quali erano spuntati in vicinanza dei kibbuz, delle fattorie, dei villaggi nelle province meridionali dello Stato ebraico. Tra le zolle gigantesche di terra e cemento si intravede la saracinesca di un negozio, il minareto di una moschea, una cattedra, dei banchi forse di una scuola. (altro…)

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Gaza

Razzi dalla Striscia e raid israeliani la tregua è finita torna l’incubo a Gaza
I colloqui del Cairo sono falliti Netanyahu avrebbe prolungato il cessate-il-fuoco senza condizioni. Ma la proposta è stata respinta da Hamas

Cinque vittime tra la popolazione: ucciso un bambino di appena dieci anni
Il conflitto.

GERUSALEMME – NON hanno neppure avuto bisogno di guardarsi negli occhi. Il rifiuto era deciso prima ancora che cominciasse la tregua di tre giorni. Era scontato che non venisse prolungata. O che non portasse a qualcosa di positivo. Dopo decenni di odio e un mese di massacro non ci si poteva dichiarare d’accordo troppo in fretta, sia pure per un altro effimero cessate-il-fuoco. Era il primo round. Una pausa di 72 ore era già un miracolo della terra non per niente tre volte santa. Un’altra manciata di morti e sarà possibile fare di più. L’intensa ripresa dello scontro tra razzi palestinesi e incursioni aeree israeliane non può durare a lungo. Le reazioni del mondo pesano. Le vittime lacerano la popolazione di Gaza; assumono un peso politico per Hamas; non esaltano la democrazia israeliana quando il numero di quelle palestinesi è sproporzionato. (altro…)

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Gaza

Netanyahu ha ordinato il ritiro delle truppe di terra e inviato una delegazione al Cairo Per trattare e soprattutto arginare le critiche internazionali Pesa il numero delle vittime palestinesi: quasi duemila Il reportage.

GERUSALEMME – MA FORSE le disperate, tenaci talpe umane ne hanno scavati molti di più o si apprestano a scavarne altri. Gli abitanti israeliani delle zone limitrofe a Gaza non si fidano. Hanno scoperto che sotto terra stavano per nascere labirinti, con luce elettrica e perfino con piste percorribili da automezzi. Per loro i soldati se ne sono andati da Gaza troppo presto. Dovevano frugare più a lungo il terreno. «I palestinesi potrebbero spuntare ancora dal pavimento della camera da letto».
Dai tempi preistorici gli uomini hanno tracciato gallerie sotterranee per difendersi, per evadere, per attaccare. È un’antica arte della guerra riesumata di recente dai ribelli di vario tipo in Afghanistan per sfuggire agli occupanti prima sovietici e poi americani. Negli anni precedenti i vietnamiti e più ancora i laoziani furono maestri. Quella tattica rudimentale ha sorpreso in questi giorni anche Israele, Paese che eccelle appunto nell’high-tech: sul piano civile, certo, ma anche su quello militare: l’Iron Dome (la cupola di ferro) ha provvidenzialmente fatto esplodere in cielo i razzi di Hamas destinati a compiere stragi a Tel Aviv, a Haifa, a Gerusalemme. I razzi erano più vulnerabili delle talpe. (altro…)

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Una ruspa travolge un passante nel quartiere degli ortodossi Raid sui civili in fuga nella Striscia. Ma si torna a parlare di tregua.

GERUSALEMME – È SUCCESSO a pochi metri da una strada di grande traffico che delimita il (non più esistente) confine tra Gerusalemme ovest da Gerusalemme est, all’incrocio con Schmuel Hanavi, un quartiere povero abitato per lo più da ebrei ortodossi. Un poliziotto, poi aiutato da un altro che passava per caso di lì, ha sparato al conducente della scavatrice e lo ha ucciso. Quattro persone, tra cui l’autista del bus, sono rimaste leggermente ferite. «Grazie alla prontezza dell’agente è stata evitata una tragedia», ha detto
il capo della polizia. Sul posto sono accorsi immediatamente migliaia di haredim. Tre metri più in là giaceva il corpo del 31enne Mohammed Neyaf Jaavis, già noto alla polizia per precedenti penali. (altro…)

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percessareilfuoco

“La Striscia di Gaza somiglia sempre più all’anticamera dell’inferno. Al buio, senz’acqua, sotto bombardamenti continui, con i cadaveri sotto le macerie e senza nessun posto dove poter fuggire.
Il mondo assiste attonito, i leader dei principali Paesi esprimono sconcerto. A parte ovviamente Renzi, che è andato fino in Egitto a perorare la causa del soldato israeliano catturato e non ha speso neppure una parola per Gaza. Memoria selettiva.
Bisogna fare qualcosa, dicono tutti. Si, ma cosa? Il M5S qualche idea ce l’ha: abbiamo consegnato nelle mani del ministro Mogherini una mozione per chiedere la sospensione temporanea della vendita di armi dall’Italia allo Stato d’Israele. (altro…)

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BOMBE INTELLIGENTI

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I puttiDecine di morti, nella Striscia è crisi umanitaria Obama: “Fare di più per evitare vittime civili”.

GERUSALEMME – È durata meno di due ore la settima tregua umanitaria nella guerra di Gaza. Nei fatti non è mai entrata in vigore nonostante le promesse di Hamas e Israele a causa di raid, bombardamenti e missili fino a alle 8 locali e a un altro fiume di fuoco subito dopo, concentrato nella parte Sud della Striscia, a Rafah e nei pressi di Kerem Shalom, il valico merci da dove sarebbero dovuti transitare i primi aiuti umanitari e che invece è stato subito chiuso per i combattimenti in corso. Scende in una spirale incontrollabile la crisi, con un nuovo bagno di sangue a Rafah, la morte di altri due militari e la cattura da parte della Jihad islamica di un soldato israeliano. Obama e Ban Ki-moon accusano Hamas di essere responsabile della fine della tregua. E il presidente Usa aggiunge: «Bisogna fare di più per proteggere i civili, ma sarà difficile far rivivere la tregua se Hamas non controlla le altre fazioni palestinesi». (altro…)

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GazaLa solitudine d’Israele che combatte Hamas lontano dal mondo. Viaggio nel Paese unito dalla guerra “Costretti ad andare fino in fondo”.

GERUSALEMME  – QUALCHE giorno fa, all’aeroporto di Tel Aviv, una giovane donna della sicurezza mi rivolgeva, come succede a chi entri da giornalista, una lunga serie di domande. Domande gentili, che hanno presto lasciato il posto a una conversazione. Le ho detto, alla fine, che distinguo fra l’esistenza dello Stato di Israele, cui sono fortemente legato, e le azioni dei suoi governi, dalle quali spesso fortemente dissento, e che comunque ero venuto per vedere e ascoltare, e avrei raccontato quello che avrei ascoltato e visto.

SIMILI colloqui d’ingresso sono spiegabili nelle condizioni di Israele o dei Territori palestinesi, e tuttavia suscitano il sospetto che si voglia indurre a un’autocensura o intimidire il visitatore. Cosicché vorrei raccontare prima di tutto alcune delle cose che ho visto e sentito, pregando chi legge di smettere subito, oppure di arrivare in fondo, per evitare un marchiano fraintendimento.
Ho visto alcune dimostrazioni nei villaggi palestinesi di Bil’in, Ni’ilin e Nabi Saleh, in Cisgiordania. Manifestazioni di routine, somiglianti quasi a una recita in cui ciascuno fa scrupolosamente la propria parte: adulti, giovani e bambini, e sostenitori stranieri, che avanzano battendo le mani su bidoni, sventolando bandiere, scandendo slogan, finché i più risoluti si spingono fin sotto il Muro di separazione, il quale intanto hanno preso posizione i militari israeliani e i loro blindati. C’è uno scambio rituale di frasi, sempre le stesse — una è proprio la stessa da entrambe le parti: «Tornatevene a casa» — poi comincia lo scontro. Ragazzi lanciano con le fionde: non quelle con la forcella, quelle che si fanno roteare fino a rilasciarne un capo, in modo da ricordare più incresciosamente il pastore Davide. Un soldato grida: «Vuoi altro gas?», ricordando anche lui qualcosa di terribile, senza volere. Qualcuno lancia pietre, qualcuno esplode granate assordanti, lacrimogeni, proiettili di gomma, non importa chi ha cominciato oggi, c’è confusione, fughe, nuove avanzate, insulti, ci sono dei feriti.
Allora gli uni urlano che ci sono dei feriti, gli altri urlano che avevano avvisato. D’un tratto la recita finisce coi morti veri. Bassem e Jawaher Abu-Rahmah, fratello e sorella, di Bil’in. Ahmed Moussa, 10 anni, a Ni’ilin. Mustafa Tamimi e Rushdi Tamimi a Nabi Saleh. Accorrono ambulanze. I manifestanti piangono e gridano «Fascisti! » Si disperdono, poi si raccolgono di nuovo, e ricominciano i tamburi, le bandiere, gli slogan, più rabbiosi. Su una grande fotografia di una jeep dell’Idf è tracciata la scritta: «Chi ha ucciso Mustafa?». Ci sono dei soldati e. ai loro piedi, dei giovani con le mani legate e gli occhi bendati, in posa davanti a una telecamera.
Potrei continuare a lungo, e con dettagli ancora più drammatici e crudi. Il fatto è che ho visto e sentito queste cose nel piano nobile del (bellissimo) Museo d’arte di Tel Aviv, che dedica un posto d’onore alla mostra personale del pittore israeliano David Reeb (nato nel 1952). Reeb, le cui opere hanno un’aria “facile” ed eclettica che può ricordare la versatilità frenetica del giovane Schifano “vietnamita”, ha fatto delle storie che ho sommariamente riassunto il contenuto esplicito dei suoi quadri e fin qui i commentatori perbene avrebbero giocato sulla peculiarità del linguaggio artistico e della mediazione rispetto alla nuda cronaca o all’impegno politico. Ma Reeb espone anche i video che ha girato andando per dieci anni ogni venerdì nei villaggi citati, e non ha compiuto su quei video e sul loro sonoro il minimo intervento. Lì la comunicazione è immediatamente politica. Non sto scrivendone per un’intenzione di critica d’arte, ma per segnalare un pluralismo — una schizofrenia, qualcuno preferirebbe dire — della società israeliana che è un luogo comune, ma fa oggi un contrasto più netto, di cui vorrei conversare al ritorno con la giovane signora della sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion.
Mancano i turisti oggi in Israele. Così mercoledì mi è successa l’esperienza spaesata e imbarazzante di essere l’unico visitatore della Tomba dei Patriarchi a Hebron, sacra a ebrei, cristiani e musulmani. Era il terzo e ultimo giorno dell’Eid al Fitr, la festa della fine del Ramadan. Il monumento sarebbe stato meta di visite di fedeli e pellegrini musulmani, in un’altra situazione. Hebron era deserta se non di gatti. Del resto lungo il percorso, sia verso Betlemme e Hebron, sia poi verso Ramallah, anche i posti di blocco erano pochissimi e poco rigidi. Al checkpoint di Kalandia, il principale accesso a Ramallah, c’erano bensì i segni pressoché fumanti degli scontri di una settimana fa, quando al valico era arrivata la manifestazione di 10mila palestinesi della capitale vicaria.
Era affollato e vivace il centro di Ramallah, dove l’unica cosa da fare l’avevano già fatta tutti i giornalisti del mondo: chiedere per chi voterebbero se oggi si tenessero le elezioni. (Se e quando si terranno, è sulle ginocchia di qualche Giove). Ho smesso di provarci quando un giovane ha risposto: «Hamas» senza lasciarmi finire la domanda. Abu Mazen non è mai stato così debole, Hamas non era mai stata così popolare. Lo si direbbe un enorme errore di calcolo dei dirigenti israeliani, i quali peraltro erano i più in grado di metterlo in conto.
Divergenze interne a parte, qual è il criterio che guida la leadership israeliana? Non certo la preoccupazione dell’impopolarità e peggio dell’odio suscitato nella gente del resto del mondo dall’impresa di Gaza. La gente del mondo si è sentita dire che l’operazione contro Hamas reagiva al rapimento e all’assassinio dei tre ragazzi israeliani, e però che Hamas non ne era l’autrice, benché i possibili autori fossero suoi aderenti, e Hamas fosse giunta ad approvare. (Per lo statuto di Hamas, uccidere ebrei è un dovere morale). La gente del mondo non sa del lancio di razzi da Gaza, o pensa che sia stato la risposta alla dichiarazione di guerra di Netanyahu contro Hamas. E misura giorno dietro giorno la scia di morti e feriti, le immagini e le storie tragiche delle vittime a Gaza. La piccola estratta dal ventre della madre uccisa dalla bomba, e sopravvissuta solo pochi giorni. Le famiglie colpite nell’edificio in cui hanno cercato rifugio dopo aver abbandonato le proprie case sulle quali erano stati annunciati i bombardamenti: un appuntamento a Samarcanda. E i bambini.
C’è una controversia esasperante sulle immagini dei bambini colpiti. Ma nessuna strumentalizzazione, retorica, esibizione, cinismo, nessun avvertimento sul fatto che i bambini di Gaza vengano addestrati all’odio e al lutto, può far dimenticare che sui bambini di Gaza pesa fino a schiacciarli il passato di tutti: degli israeliani che si vorrebbe cancellare dalla terra
in cui si cercarono un rifugio, degli ebrei che si vollero cancellare dalla faccia della terra, degli europei che li vollero cancellare o non seppero impedirlo, degli arabi che vorrebbero cancellare… Le autorità di Israele mostrano, e non è una novità, di tenere in un conto del tutto secondario i sentimenti della gente del mondo verso il loro Stato, se non di ridurli del tutto al pregiudizio. Si affidano alla ragion di stato e alla convinzione di tenere
un avamposto e doverlo difendere, anche a costo di non essere più la prima linea di qualcuno, e di restare soli. L’altra faccia del disprezzo verso i sentimenti altrui è l’unità che l’offensiva di Israele raccoglie fra i suoi abitanti. Attendibili o no i sondaggi che danno una maggioranza pressoché totale di israeliani solidali con l’attacco a Gaza, il dato è comunque da riconoscere. Gli striscioni a Gerusalemme dicono: «Saldi nelle retrovie, vittoriosi al fronte».
Se non se ne vuol fare vergognosamente l’espressione di un razzismo psicologico, bisogna leggere la frase che l’altro giorno David Grossman ha lasciato cadere nel suo testo per questo giornale, una constatazione, spero, forse ancora un auspicio: «La sinistra è più consapevole dell’intensità dell’odio verso Israele (che non deriva solo dall’occupazione), della minaccia dell’integralismo islamico e della fragilità di qualunque accordo verrà firmato. Molte più persone, a sinistra, capiscono oggi che i timori e le ansie degli esponenti della destra non sono soltanto paranoie, ma scaturiscono da una concreta realtà». A queste ansie la destra sembra limitarsi, e ignorare la strategia, cioè il tempo lungo, per la tattica, cioè la mera forza. Oggi crede di poterlo fare con più sicumera, perché a compensare l’indignazione commossa della gente del mondo sta un contesto politico internazionale apparentemente molto più favorevole che nelle altre “guerre di Gaza”.
Israele (e anche l’Europa) ha regalato la Turchia ad Hamas, ma l’Egitto di Al Sisi ha tolto ad Hamas il legame più solido e incisivo, gli Hezbollah libanesi hanno altro da cui guardarsi, la Siria è un relitto alla più sanguinosa delle derive. La Giordania, straripante di profughi, spera come l’Egitto che Israele dia una lezione ad Hamas, purché non a costo di una destabilizzazione che li coinvolgerebbe. La stessa cosa vale per l’Arabia Saudita. Le autorità israeliane si rallegrano che le piazze arabe questa volta non si riempiano di folle scatenate contro di loro: ma se le piazze restano vuote, si ingrossano a dismisura le file delle armate jihadiste. Il contesto “favorevole” lo è solo apparentemente, e nel breve tempo: nel lungo, la minaccia islamista
(islamista, non islamica) non fa che rafforzarsi. A Ramallah voterebbero in tanti Hamas, e anche il califfato.
Mettere tregua o fine alla scalata di Gaza è un imperativo immediato. Però, casualmente o consapevolmente, quello che la nuova crisi israelo-palestinese ha rimesso all’ordine del giorno — e che l’“Occidente” aveva via via accantonato, per pigrizia, per quieto vivere, per stupidità o, peggio che tutto, facendoci l’abitudine — è l’avanzata dell’islamismo jihadista dal 2001 a oggi. Ho parlato con israeliani entusiasti dell’attacco a Gaza, la buona volta di andare fino in fondo, dicono. I prossimi siete voi europei, dicono, ma voi dormite, non sapete che cos’è il sacrificio. Noi non vogliamo appartenere all’Europa, dicono, né somigliarle. Conosco l’argomento, naturalmente, so più o meno come rispondere. Ho vacillato quando uno mi ha detto: «Hai saputo che i servizi norvegesi hanno avvertito della minaccia di un attentato islamista a Oslo, da parte di loro volontari di ritorno dalla Siria?».

Da La Repubblica del 01/08/2014.

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Papa e Abu MazenMERCANTI DI SANGUE.

Domenica scorsa parlando all’Angelus in piazza San Pietro, Papa Francesco ha detto: “Fermatevi, smettete di uccidere i bambini”. Si rivolgeva naturalmente al governo israeliano e Hamas e come tutti aveva negli occhi le immagini della strage degli innocenti.

Domenica scorsa parlando all’Angelus in piazza San Pietro, Papa Francesco ha detto: “Fermatevi, smettete di uccidere i bambini”. Si rivolgeva naturalmente al governo israeliano e Hamas e come tutti aveva negli occhi le immagini della strage degli innocenti nelle scuole e negli ospedali di Gaza, strage che non finisce mai. Non sapeva che due giorni dopo un missile (israeliano secondo Hamas, di Hamas secondo Israele) avrebbe colpito un parco giochi della Striscia e dilaniato otto bambini e due adulti che li accompagnavano. E ieri un’altra carneficina: decine di piccole vittime nella scuola protetta dalle bandiere dell’Onu.  (altro…)

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Gaza

Colpi di cannone contro le aule che ospitano i rifugiati e sulla folla in cerca di provviste: uccisi donne e bambini.

GAZA – ALEGGIA nelle strade, nei vicoli, nei mercati e nelle scuole dell’Unrwa, dove forse sarebbe meglio alzare la bandiera bianca invece di quella blu dell’Onu. Questa guerra non risparmia niente e nessuno, tutti sono ormai sono solo un bersaglio anche durante la “tregua umanitaria”. Due stragi di civili innocenti con quaranta morti sono il tragico segnale di una guerra che nessuno sembra in grado di poter fermare.
A Gaza City, dopo una notte di bombardamenti, all’alba l’ululato lacerava le strade di una città fantasma mentre il rumore cupo delle esplosioni andava avanti a ritmo continuo nei quartieri e nei rioni a nord, Shajaya, Jabalya, Rimal. Tutte le ambulanze ancora disponibili correvano verso la scuola elementare femminile di Jabalya dell’Unrwa, dove un’umanità di 3.300 persone aveva cercato scampo dall’avanzare dei combattimenti, ammassati nelle aule e nel cortile. (altro…)

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Vauro

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Gaza

Distrutta la centrale elettrica, Hamas e Fatah divisi sulla tregua Migliaia in fuga: “Non c’è più un posto dove nascondersi”.

GAZA – UNA pioggia di bombe la risposta. L’Olp, Hamas e la Jihad islamica propongono, assieme, una “tregua umanitaria di 24 ore”. Hamas, però, vuole una risposta da Israele. Che non arriva. Chiede anche la fine delle operazioni militari e del blocco su Gaza. Il fronte della tregua si sfalda. Gli abitanti di diverse zone a ridosso di Gaza City come Jabalya, Zeitun, Izbet Abed Rabbo fuggono dopo l’intimazione dell’esercito israeliano di sgombrare l’area.
Nella notte in decine di migliaia si erano messi in cammino al buio, i più fortunati con una pila tascabile in mano, per ottodieci chilometri spinti dal terrore, mentre dal cielo cadeva un diluvio di bombe e i bengala illuminavano per i tank gli “obiettivi” da colpire. Molte vittime sono state colpite durante questa fuga disperata verso il centro di Gaza City in cerca di un rifugio. La fuga disperata dalla morte ha portato il numero degli sfollati a oltre 300 mila e a Gaza non c’è più posto per nessuno, rimanere a casa per molti è l’unica alternativa. (altro…)

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GazaHamas e lo Stato ebraico si scambiamo accuse Raid nella Striscia. Netanyahu: “Sarà una lunga guerra”.

GAZA – NON hanno avuto nemmeno il tempo di avere paura, la morte li ha presi in un piccolo parco giochi alle porte del miserabile campo profughi di Shati, alla periferia nord di Gaza City. Giocavano, inconsapevoli dei rischi di una guerra dove nessuno e nessun posto è più sicuro, nemmeno un parco giochi. Orgogliosi delle scarpe nuove e della maglietta ricevuta come dono per l’Eid Al Fitr, piccoli doni sono la tradizione di questa festa, i bambini giocavano non lontano dalle loro case. Adesso stampate sul macadam restano solo le impronte del loro sangue, le due altalene accartocciate, le bustine di patatine fritte e di marshmallow, resti di vestiti e stracci. Dieci i morti di questa strage, otto bambini e due adulti che guardavano i loro figli giocare felici, un attimo di svago da una tragedia umana che stringe il petto. Queste dieci vittime allungano il bilancio ogni ora più drammatico di questa guerra di Gaza, che tocca i 1200 morti. La disperata corsa di auto e ambulanze verso il vicino Shifa Hospital per molti è stata vana, gli otto ragazzini sono tutti morti sul colpo, trafitti dalle schegge della bomba che si è schiantata perforando corpi, sfigurando volti e tranciando arti come una falce impazzita. (altro…)

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Gaza

Tre litri a testa dall’Onu per evitare quella salata e infestata da colibatteri.

GAZA – La quinta tregua di questa guerra di Gaza è durata solo mezz’ora. È questo il tempo che è passato dal sì di Hamas alla “tregua umanitaria” al lancio del primo razzo contro Israele, anzi una salva di cinque diretti verso le città israeliane della costa, ma anche a quelle dell’interno come Beersheva, mettendo nel gelo la popolazione civile della Striscia che alla terza settimana di bombardamenti a tappeto è provata, violentata e annichilita. La vita a Gaza resta sospesa e la morte resta dietro l’angolo, perché nessun luogo è sicuro nemmeno le scuole con la bandiera blu dell’Onu. (altro…)

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Tregua umanitaria

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Macerie

Cento corpi trovati tra le rovine, popolazione stremata Razzi contro Tel Aviv. “Pausa umanitaria di 24 ore”.

GERUSALEMME – Più di un centinaio di corpi sono stati rimossi dalle macerie a Gaza durante le 12 ore di “tregua umanitaria”, la prima dopo 19 giorni di bombardamenti e combattimenti nelle zone abitate al confine della Striscia con Israele, portando a oltre mille il numero dei palestinesi uccisi, quasi tutti civili, oltre la metà donne e bambini. La tregua su richiesta dei capi della diplomazia degli Stati Uniti, Qatar, Turchia e diversi Paesi europei riuniti a Parigi, avrebbe dovuto essere estesa di quattro ore, ma Hamas ha detto “no”, riprendendo i lanci di razzi contro Tel Aviv e Ashkelon. Più volte le sirene sono risuonate al sud a e al centro di Israele, ma non ci sono state vittime né feriti. Ma in serata, dopo la richiesta pressante dell’Onu, Israele ha approvato l’estensione di una «pausa umanitaria » fino alle 24 di oggi. (altro…)

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In fuga

Profughi e rifugiati l’altra apocalisse che l’Occidente vuole dimenticare.

Sono 51,2 milioni, la metà dei quali minori. Da Gaza all’Iraq al Sudan all’Ucraina.

L’Europa “pacifista” si divide tra chi vuole accoglierli e chi li vuole espellere ma appare ogni giorno più impotente.

IERI il sito di Repubblica si apriva con l’appello della benemerita Unicef in favore dei bambini di Gaza. In concorrenza coi bambini dell’Iraq, che hanno soppiantato gli appelli per i bambini della Siria, e a loro volta le bambine della Nigeria.

APPENA un mese fa si era comunicato il numero raggiunto dai profughi sulla faccia della terra: 51,2 milioni, il record, metà di loro minori. Abbiamo imparato le parole per nominarli: gli sfollati — quelli che hanno perduto le loro case e le loro città e sono dispersi nel loro paese — i profughi — quelli sparsi ai quattro angoli del mondo — e i rifugiati — quelli che chiedono e quelli che ottengono asilo, perché sfuggono a guerre e persecuzioni riconosciute da altri Paesi. Poi esistono delle sottocategorie, che spaccano i fuggiaschi in quattro. La dizione più suggestiva è quella: displaced persons — gli spostati! E anche qui: gli sfollati invidiano i profughi, i profughi invidiano i rifugiati, i rifugiati in Italia invidiano i rifugiati in Svezia… Alla fine del 2013, i diversi profughi erano diventati 6 milioni di più che alla fine dell’anno precedente. A distanza di pochi mesi, il record è surclassato. (altro…)

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