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Posts Tagged ‘Salvo Palazzolo’

Messina, 30 primi cittadini annunciano presìdi. Ed è scontro sull’hotspot a Civitavecchia.

PALERMO – Dalla Sicilia a Civitavecchia, i sindaci del Centro-Sud fanno le barricate contro l’istituzione di nuovi centri di accoglienza per i migranti. Nel piccolo Comune di Castell’Umberto, in provincia di Messina, è Vincenzo Lionetta Civa, esponente di una lista civica di centrodestra, a capeggiare ormai da tre giorni la protesta di trenta primi cittadini. A Civitavecchia è il grillino Antonio Cozzolino a dire “no” a un centro temporaneo per l’identificazione. Entrambi tengono a precisare: «Non siamo razzisti». Cozzolino se la prende con il leader della Lega Matteo Salvini, che ha annunciato per oggi l’arrivo a Civitavecchia: «Il problema non è l’immigrato, ma una politica dell’immigrazione fondata sull’emergenza e l’approssimazione».

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I verbaliPALERMO. È una verità scomoda, una verità che adesso fa paura quella che va emergendo in una stanza blindata, dentro un carcere da qualche parte in Sicilia. Un uomo parla e rivela che il cuore pulsante dell’ultimo esodo senza precedenti attraverso il mare non è nelle spiagge della Libia, e neanche dentro i barconi dove i disperati vengono caricati a frotte. Il cuore pulsantedell’organizzazione più agguerrita dei trafficanti di uomini è in un tesoro. Che non sta in Africa, ma in Germania. Lì – dice l’uomo che parla nella stanza più protetta del carcere- è nascosto il tesoro costruito sulla pelle dei migranti, quelli che pagano 1.500 anche 2.000 dollari per salire su un barcone.

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UletLa storia.

Era su un gommone recuperato da Medici senza Frontiere: “Lasciato senza acqua né cibo perché si era ribellato ai lavori forzati”. Altri 300 tratti in salvo.

PALERMO  –  Ulet Mohamed ripeteva solo due parole: «Mamma» e «Coca Cola». Ogni tanto, perdeva conoscenza. E poi riprendeva in modo confuso: «Mamma, Coca Cola, mamma». Per un giorno e mezzo, Medici senza frontiere hanno curato le terribili ferite sul corpo di questo quindicenne somalo salvato con 300 compagni su un gommone malandato. «I suoi amici hanno raccontato che era stato picchiato e torturato prima della partenza dalla Libia, dove era stato costretto ai lavori forzati», spiega Francesca Mangia, che ha assistito Ulet nella straordinaria clinica galleggiante che è diventata la nave Dignity I di Medici senza frontiere. «Lunedì sera, sembrava essersi ripreso. Ha chiesto di vedere il mare. Ma appena uscito è svenuto». E questa volta non c’è stato nulla da fare. Ulet Mohamed è morto a metà strada fra Malta e Augusta. Mancavano una manciata di minuti alle undici.

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Messina DenaroPalermo, lo rivela il collaboratore di giustizia Galatolo “Ma l’ordine è arrivato da un mandante esterno”.

PALERMO – Da qualche tempo – non è ancora chiaro perché – ha messo da parte i suoi affari e ha deciso di tornare ad essere l’uomo delle stragi. Così racconta l’ultimo pentito di mafia, Vito Galatolo, di Matteo Messina Denaro, il padrino di Cosa nostra che da vent’anni lo Stato non riesce ad arrestare. «È lui che progetta l’attentato nei confronti del magistrato Nino Di Matteo, per conto di entità esterne. È lui che ha procurato l’esplosivo». Parola di mafioso, figlio di mafioso di rango, che fino alla settimana scorsa era uno dei capi delle famiglie palermitane.
Stanco del 41 bis, Galatolo junior ha deciso di cambiare vita. E ha subito avvertito i magistrati di Palermo e Caltanissetta delle intenzioni di Messina Denaro, già condannato all’ergastolo per le stragi del 1993. Le parole del neo collaboratore sono finite in una nota riservata trasmessa dal procuratore Sergio Lari al Viminale. Ecco perché martedì, in gran fretta, il ministro Angelino Alfano ha convocato un comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza, a cui è stato invitato anche Di Matteo.

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Viglia tesaEcco la nota dei Servizi, datata 20 agosto ’93, che lega le minacce a Napolitano al tentativo dei boss di piegare le istituzioni È il primo documento in cui si rivela il piano di Cosa nostra. E che martedì sarà al centro dell’audizione del presidente.
PALERMO – Eccolo, il documento del servizio segreto civile rimasto per vent’anni in un archivio, che ha già cambiato lo scenario dell’audizione del presidente della Repubblica al processo Stato-mafia. Martedì, al testimone Giorgio Napolitano non verrà chiesto soltanto della lettera inviatagli dal suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio nel 2012: verranno rivolte domande anche sugli anni della trattativa, 1993-1994, così ha autorizzato la corte di Palermo su richiesta della procura. E la ragione di questo ampliamento dell’audizione è proprio nel documento del Sisde datato 20 luglio 1993, che Repubblica ha potuto leggere. Il passaggio clou è a pagina 5, nel paragrafo in cui i servizi mettono in relazione il progetto di attentato nei confronti dell’allora presidente della Camera Napolitano alla trattativa tra i vertici di Cosa nostra e pezzi dello Stato.

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In tribunale
Protocollo Farfalla: a uno di loro fu revocato il 41 bis Fava, vice dell’Antimafia: “L’intelligence ci ha mentito”.
PALERMO – Il Protocollo Farfalla non è stato soltanto un programma di lavoro per cercare di carpire informazioni dai mafiosi al 41 bis. Ma un vero e proprio accordo operativo tra Servizi (l’ex Sisde) e Direzione delle carceri (Dap) per gestire in tutta segretezza 8 capi delle mafie italiane che nel 2004 avevano accettato di trattare con lo Stato e diventare confidenti di rango. «Si sono detti disponibili a fronte di un compenso da definire». Questo è scritto nel “protocollo” che i pm di Palermo hanno ricevuto dai colleghi di Roma: ora il documento è al centro di un’inchiesta, che deve verificare se in questi ultimi anni c’è stata una nuova trattativa poco chiara fra uomini dello Stato e il gotha delle mafie in carcere.
Nei mesi scorsi anche la commissione parlamentare antimafia si è occupata del Protocollo Farfalla, ma con poca fortuna. Il vice-presidente Claudio Fava chiama in causa i direttori del Dis e dell’Aisi: «I vertici dei servizi di sicurezza hanno clamorosamente mentito alla commissione, è inammissibile.

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Si allarga l’indagine sulla trattativa. Un ex ufficiale del Sid rivela: “Il generale teneva i contatti con Pecorelli e tentò di portarmi da Gelli”.
PALERMO – I misteri della loggia P2 irrompono nel processo per la trattativa Stato-mafia. Un nuovo testimone ha raccontato ai pm di Palermo che uno dei loro imputati eccellenti, il generale Mario Mori, avrebbe frequentato il maestro Licio Gelli, negli anni Settanta. Così, in questi ultimi mesi, è iniziata in gran segreto una nuova indagine per scavare nel passato dell’ex comandante del Ros poi diventato capo dei Servizi, l’uomo del dialogo segreto con Vito Ciancimino nei mesi delle stragi Falcone e Borsellino.
Il nuovo testimone si chiama Mauro Venturi, ha 84 anni, è un ex generale dei carabinieri che negli anni Settanta lavorava con Mori al servizio segreto Sid. «Mi disse che alcuni nostri colleghi avevano già aderito alla P2 — rivela il testimone — tentò di convincermi, mi spiegò che non era una loggia come le altre. Mi propose anche di andare a trovare Gelli.

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