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Posts Tagged ‘Sebastiano Messina’

L’ex sindaco di Milano

“Lancio Campo Progressista un’idea per arrivare al governo”.

ROMA – . «È il momento della verità» avverte Giuliano Pisapia. Ognuno si assuma le proprie responsabilità, dice l’ex sindaco di Milano: e quando si andrà a votare, «al più presto possibile, con una legge elettorale che sia uguale per le due Camere», lui è pronto a tornare in pista. Per riunire il popolo di sinistra che non si riconosce nel Pd sotto la bandiera di un nuovo soggetto politico – il Campo Progressista – disponibile a un’alleanza leale con Renzi. Ad una condizione: che lui rompa con Alfano e con Verdini.

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La storia
Confalonieri: “Le stesse qualità di Silvio”. Così l’ex premier rilancia un feeling nato nel 2005.

ROMA – Come un anziano monarca senza figli a cui lasciare il regno, Silvio Berlusconi – che di figli ne ha cinque, più nove nipoti: ma un partito non si può mettere nel testamento – confessa malinconicamente a Rtl 102,5 di non aver ancora trovato il suo erede politico. Poi rivela che aveva «puntato molto su qualcuno che è passato dall’altra parte» (Angelino Alfano) e il giorno dopo aver staccato la spina al quasi-delfino Stefano Parisi si toglie il cappello, a sorpresa, davanti al presidente del Consiglio e segretario del Pd: «Nella politica di leader vero c’è solo Matteo Renzi».

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AlfanoROMA – Non era facile, nel giorno in cui si varava una legge storica, trovare le parole migliori. Le peggiori, però, le ha trovate Angelino Alfano. Tra tutte quelle che avrebbe potuto usare, il ministro dell’Interno e leader dell’Ncd ha scelto proprio le due che il buonsenso avrebbe dovuto consigliargli di evitare accuratamente: «Contro natura». Un lessico da anni Cinquanta, le stesse parole che per secoli sono state usate per proibire, e punire, i rapporti omosessuali, perché «contro natura» sono i vizi e i peccati.
Alfano, che è deputato, non fa parte del Senato, dove ieri la legge è stata discussa e finalmente approvata.

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IL RETROSCENA
ROMA – Quella promessa gridata dalla scalinata del Campidoglio alla folla che gli chiedeva di ripensarci, “Non vi deluderò” – una promessa ripetuta tre volte come un grido di battaglia, fino a scandirla per non lasciare dubbi, “Non-vi-de-lu-de-rò!” – lascia davvero pochi dubbi: Ignazio Marino non ha proprio nessuna voglia di confermare le sue dimissioni. Vuole restare sindaco di Roma, piaccia o no a Renzi e a Orfini che hanno deciso di staccagli la spina: il Marziano va avanti lo stesso, come se avesse delle batterie spaziali che si ricaricano con energie alternative che si chiamano petizioni online e manifestazioni autoconvocate.

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Il caso Per fermare l’ostruzionismo del lumbard, 80 funzionari del servizio Assemblea hanno lavorato 19 ore al giorno per sei giorni Hanno applicato un software per dare un numero ai milioni di emendamenti. E Grasso ha potuto dichiararli irricevibili.

DOVREI sospendere i lavori dell’aula per 17 anni, per dedicare un minuto a ogni emendamento» ha detto ieri il presidente Grasso. Si sbagliava. Se lui non avesse disinnescato con un solo aggettivo — «irricevibili» — i 72 milioni di emendamenti, la bomba a orologeria sganciata su Palazzo Madama dal perfido Roberto Calderoli, i senatori avrebbero dovuto fermarsi fino a domenica 18 maggio 2177, lasciando in eredità la riforma della Costituzione ai nipoti dei nipoti dei loro nipoti.

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denisI transfughi.

L’emorragia di parlamentari berlusconiani verso Verdini riapre il capitolo del trasformismo: fino ad oggi 308 cambi di casacca.

ROMA – «Ecco un altro traditore» mormora un fedelissimo berlusconiano mentre un senatore siciliano attraversa velocemente il salone Garibaldi. È uno degli otto che hanno appena detto addio a Forza Italia per seguire Denis Verdini, il più renziano dei berlusconiani (o il più berlusconiano dei renziani, a seconda dei punti di vista).
Il velocissimo e assai tempestivo trasloco di quei dieci parlamentari – otto al Senato e due alla Camera, proprio nel pieno delle votazioni sulla riforma costituzionale – dal sempre meno folto gruppo forzista alla crescente pattuglia verdiniana ha reso incandescente il clima tra le macerie del fu centrodestra, con il capogruppo Romani che parla apertamente di «campagna acquisti ai limiti del lecito », appellandosi a Mattarella perché la fermi, il governatore della Liguria Giovanni Toti che lascia su Twitter l’hastag ironico “#soapoperatransfughi” e Gasparri che tuona in aula contro il suo ex fedelissimo Francesco Amoruso – neo-verdiniano – accusandolo di «un comportamento miserevole», mentre i grillini annunciano di voler andare alla Procura della Repubblica per «denunciare la compravendita di voti».

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SenatoNon è fatta di acqua e fango, la palude dove i vietcong di Palazzo Madama aspettano Matteo Renzi. E’ una palude asciutta, una palude di carta. Mezzo milione di emendamenti sganciati sulla rotta della riforma del Senato per farla sprofondare tra quei fogli stampati. Mezzo milione di correzioni formali per sostituire un avverbio, una cifra o un punto e virgola. Mezzo milione di modifiche – 513 mila 450, per l’esattezza, e per rendersi conto di quanto sia ampia e profonda questa palude di carta basta ricordare che l’anno scorso furono 7 mila emendamenti, appena la metà di quelli che oggi superano la soglia del mezzo milione, a inchiodare per settimane l’aula su questa riforma – per farne passare in realtà una sola: «Il Senato è eletto dal popolo». (altro…)

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LE SCONCERTANTI ma non sorprendenti rivelazioni che arrivano da Ischia ci raccontano che nella Tangentopoli 2.0 le mazzette hanno cambiato forma, nome e veicolo.
E OGGI passano dalle tasche dei costruttori a quelle dei politici con il raffinato sistema delle società miste in cui gli interessi dei corruttori si mescolano a quelli dei corrotti e nessuno, all’apparenza, dà nulla all’altro. Così il politico disonesto può finalmente arricchirsi evitando l’imbarazzante e pericolosa consegna di una busta piena di banconote, di una valigetta zeppa di contanti o di un pacchetto di lingotti d’oro, come usava una volta quando la corruzione era ancora una pratica rozza gestita da tangentari di prima generazione.
Lette oggi con lo sguardo smaliziato di chi ha purtroppo assistito al seguito, le cronache di Mani Pulite assumono il color seppia di un passato remoto fatto di pignatte, gianduiotti, mutande e pouf, e il candore peloso dei colpevoli beccati con le mani nel sacco fa quasi tenerezza, al confronto con il sofisticato cinismo delle finte consulenze e delle società gonfiabili. Altri tempi e altri metodi, simboli di un sistema che non si era ancora evoluto, se così si può dire. (altro…)

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LupiUn anno fa Lupi firmò il codice etico del suo dicastero che vieta di ricevere doni o benefici come un Rolex o un lavoro.

LA REGOLA che dovrebbe spingerlo a dimettersi subito, il ministro Maurizio Lupi l’ha scritta lui stesso il 9 maggio dell’anno scorso. E’ il Codice Lupi, un decreto che fissa in maniera chiarissima cosa è tassativamente vietato a tutti i dipendenti del suo ministero, applicando il Codice Etico approvato dal governo Monti. Articolo 4: «Regali, compensi e altre utilità». Comma 2: «Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d’uso di modico valore», ovvero «non superiore a 150 euro». Queste sono le regole etiche di cui il ministro pretende l’assoluto rispetto da parte dei dirigenti e dei funzionari che lavorano con lui: mai accettare, «per sé o per altri», regali imbarazzanti come un Rolex o «altre utilità» come l’assunzione di un figlio.

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I voltiDEI quaranta candidati che oggi vengono elencati sui giornali solo uno, Pierluigi Bersani, s’è fatto vedere a Montecitorio. Entrato alla buvette, l’ex segretario del Pd si è concesso volentieri alle domande dei giornalisti, con il disincanto divertito di uno che non ha la minima speranza di diventare il candidato di Matteo Renzi: «Io al Quirinale? Continuate a favoleggiare, voi giornalisti. Finché non si arriva sotto alla votazione si fa così, lo capisco…».
Degli altri 39, non si è visto nessuno. Walter Veltroni è dalla parte opposta del pianeta, in Cile, dove sabato parlerà al “Congresso del futuro”. Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri, è in missione ad Addis Abeba. Romano Prodi è a Bologna, ma sta facendo le valigie per un viaggio che per la fine del mese – quando cominceranno le votazioni decisive – lo porterà in Cina. Sergio Mattarella era al palazzo della Consulta, impegnato a convincere i giudici della Corte dell’inammissibilità del referendum sulla chiusura dei piccoli tribunali (e Giuliano Amato era anche lui lì, ad ascoltarlo). Mario Draghi era a Francoforte, e da lì raffreddava le voci sulla sua candidatura con un’intervista a Die Zeit : «È naturalmente un grande onore, ma non è il mio lavoro». Aveva ragione Andreotti, che era l’unico – oltre a Emilio Colombo – ad aver partecipato a tutte e 12 le elezioni presidenziali: «Il vero segreto per essere eletti è essere presenti con la propria assenza». La storia gli dava ragione. De Nicola si rinchiuse nella sua villa di Torre del Greco, negandosi persino a De Gasperi.

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Nessuno li nomina, ma tutti li temono. Chi non obbedisce alle indicazioni dei partiti spesso disarciona chi tenta la salita al Quirinale. E poi scompare senza lasciare traccia. Einaudi fu favorito nel ’48 proprio dai peones insofferenti.

NESSUNO li nomina, qualcuno li aspetta, tutti li temono. I franchi tiratori sono la cavalleria invisibile che disarciona con un solo colpo chi osa avventurarsi nella salita del Quirinale senza essersi assicurato la fedeltà delle truppe. E mentre il quasi-presidente, colpito e affondato, riflette sul destino cinico e baro, loro scompaiono senza lasciare traccia.
Chi erano, per esempio, e che volti avevano, quei 101 cecchini che due anni fa, la sera di venerdì 19 aprile, impedirono a Romano Prodi di diventare capo dello Stato?

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rissa
Il racconto.
In quattro anni un’escalation di affarismo ha sfigurato la politica. Duemila posti distribuiti per clientelismo in Atac e Ama. Tangenti a Eur Spa. Varianti alla Metro C per favorire i costruttori E anche le camere mortuarie diventano occasione di business.
SONO centouno, come i dalmata della carica disneyana. Centouno personaggi della Roma che conta, politici in testa ma anche funzionari comunali, rettori, comandanti dei vigili, geometri, magistrati e manager delle municipalizzate che negli ultimi quattro anni sono finiti sotto inchiesta per aver usato il loro potere per far soldi, per far arricchire gli amici o per sistemare figli e nipoti. Centouno storie che ancora prima della deflagrante scoperta di «Mafia Capitale» ci avevano segnalato l’assalto ai forzieri pubblici. Centouno tasselli che aggiunti a quelli degli affari sporchi del clan Carminati completano il mosaico del sacco di Roma.

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I puntiCon l’Italicum-bis si alza la soglia-premio (40%) e si abbassa quella d’accesso (3%). Il ballottaggio diventa pressoché certo e lo scettro del comando va a un partito e non a una coalizione. Ecco le novità dell’intesa con cui la maggioranza sfida Fi.

ROMA – Si alza la soglia per il premio di maggioranza (40 per cento), si abbassa quella per entrare in Parlamento (3 per cento). Ma dietro il cambiamento di queste due cifre, l’accordo di maggioranza per la modifica dell’Italicum introduce due novità fondamentali. La prima è che il ballottaggio, il doppio turno, diventa la regola e non più l’eccezione, l’ipotesi eventuale. La seconda è che lo scettro del comando, attraverso un robusto premio di maggioranza, viene consegnato a un partito anziché a una coalizione, e i partiti minori perdono il potere di condizionare il vincitore.
IL PREMIO
Il patto del Nazareno prevedeva un premio di maggioranza che consentisse alla coalizione vincitrice di avere alla Camera 340 seggi su 630, a patto però che essa superasse la soglia del 37 per cento. Una correzione introdotta all’ultimo momento da Renzi, e accettata da Berlusconi due giorni dopo l’incontro, introdusse il ballottaggio tra le prime due coalizioni, nel caso in cui nessuno superasse il 37 per cento, ma in questo caso con un premio ridotto: 327 seggi anziché 340. L’accordo di lunedì sera cambia tutto. L’asticella per aggiudicarsi il premio al primo turno viene alzata al 40 per cento, e non si parla più di coalizioni ma di partiti.

IL BALLOTTAGGIO

E’ ipotizzabile che un partito, alle prossime politiche, superi da solo il 40 per cento? E’ possibile ma non è probabile, perché non è affatto detto che Renzi riesca a ripetere l’exploit delle europee. Se il Pd — o un altro partito — si fermasse al 39,9 per cento, sarebbe inevitabile il ballottaggio.

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I protagonisti

LA RICEVUTA fiscale per il pranzo di nozze della figlia, la fattura per le cartucce da caccia, lo scontrino per il leccalecca, la cena con le ostriche e il pranzo con l’aragosta, i rimborsi chilometrici col trucco, le mutande verdi del governatore e il reggiseno push-up della consigliera, il collier della capogruppo e il tosaerba del consigliere, per non parlare del catalogo degli sprechi romani di Fiorito-Batman e delle feste in costume, tutto naturalmente, tacitamente e sistematicamente sul conto della Regione, dal Piemonte alla Sicilia. (altro…)

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I puntiIl premier all’attacco dopo il patto tra il sindaco e il Cavaliere. La replica: svolta o legislatura a rischio. La minoranza pd annuncia emendamenti.

“No alle liste bloccate, ora una legge sul conflitto d’interessi”.

ROMA — Il premier Enrico Letta sfida Matteo Renzi: «Bisogna modificare le liste bloccate. È ora di affrontare le regole sul conflitto d’interessi». E il segretario del Pd ribatte: «Il governo deve darsi un bello sprint».

Io vado avanti, dice Enrico Letta, perché l’ipotesi di un governo Renzi «è stata smentita dall’interessato» e soprattutto perché «io sono assolutamente determinato a continuare l’opera di risanamento». Adesso è importante che la legge elettorale venga varata «presto e bene», ma sarebbe bene correggere quel contestatissimo punto sulle liste bloccate, «in modo che i cittadini siano più partecipi nella scelta dei parlamentari».E già che c’è, dallo studio di “Otto e mezzo” Letta mette sul tavolo con nonchalance un dossier scomodo, nelle ore del patto Renzi-Berlusconi: la legge sul conflitto d’interessi, «che gli italiani attendono da molto tempo». (altro…)

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ContenziosiIl caso Ciociaria, boom di iscritti e circoli vuoti.

FROSINONE— Bisogna venire a Frosinone, nella Ciociaria che fu il granaio elettorale di Giulio Andreotti e prima ancora il palcoscenico del neorealismo di De Sica, per toccare con mano cosa sta succedendo nella pancia del Partito democratico, per vedere cosa sono diventati quei congressi che una volta erano la liturgia laica dei partiti di massa, un ricordo che oggi viene sepolto da tessere fotocopiate, truppe cammellate, cordate di assessori e lunghe code di improbabili iscritti last minute. Scene che qui, in Ciociaria, erano diventate così frequenti e così imbarazzanti che la commissione provinciale del Pd ha deciso ieri la «sospensione cautelativa » di tutti i congressi locali, dopo che tre dei quattro candidati alla segreteria provinciale avevano annunciato di ritirarsi se qualcuno non avesse fermato il circo delle votazioni-beffa.
E non si tratta di una bega dei renziani contro i cuperliani, o dei civatiani contro il resto del mondo, perché i tre candidati che hanno gettato la spugna sono proprio gli alfieri di Renzi, di Cuperlo e di Civati. Uniti contro il quarto, sponsorizzato da una cordata di onorevoli ciociari (la senatrice, il consigliere regionale e l’europarlamentare), che a loro volta accusano i loro accusatori, rinfacciandosi a giorni alterni la colpa infamante di truccare il tesseramento per conquistare una seggiola, una poltroncina, un pezzetto di potere. (altro…)

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Bonsai

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Dissidenti

Ultimo consulto al ristorante. Quagliariello: penso alle mie figlie
I dissidenti.

ROMA-DUNQUE voterà la fiducia al governo? «Deciderò pensando a quel benedetto articolo 67 della Costituzione. Ha presente? Ogni membro del Parlamento esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato… ». Sono le quattro del pomeriggio, e nel salone Garibaldi di Palazzo Madama il senatore che ha inventato lo “scilipotismo”, il pronto soccorso al vincitore in bilico, sorride all’idea di essere corteggiato da chi ieri lo sbeffeggiava, anche se al momento qui di corteggiatori non se ne vedono. E non si vedono neanche gli scissionisti, quelli che si preparano a essere bollati come traditori dalle tv e dai giornali del tradito. «A quest’ora stanno facendo i conti e tirando le somme» confida il portavoce di uno dei ministri dimissionati, spiegandomi che la spaccatura del Pdl ormai non è più solo una tentazione. Già, ma dove sono? Qui non se ne vede uno solo. (altro…)

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Bonsai

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Legge elettorale

Maggioranza impossibile anche col Mattarellum governabilità a rischio. Pdl primo partito. Simulazione data ai saggi: 259 deputati al Cavaliere, 235 al Pd, 108 a Grillo.

TROPPO tardi: neanche il ritorno al Mattarellum basterebbe, ormai, a garantire la governabilità. Lo dicono i numeri, lo spiega una eloquente tabellina che da qualche giorno è sulla scrivania di Napolitano e sul tavolo dei quattro «saggi» incaricati di risolvere il rebus della legge elettorale.

TITOLO: «Applicazione di un sistema elettorale misto (“Mattarellum”, 75 % maggioritario, 25 % proporzionale) sulla base dei risultati elettorali del 24-25 febbraio 2013». Una sola paginetta, una tabella ben impaginata, con una premessa doverosa e sottintesa: quando cambiano i sistemi elettorali cambiano anche i comportamenti dei partiti e degli elettori, quindi non è affatto detto che le cose sarebbero andate esattamente così. (altro…)

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