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Posts Tagged ‘spettacolo’

Non viene reso noto dalle cronache che tipo di prete sia don Roberto Cavazzana, parroco di Comignago. Ma il suo rifiuto di celebrare le nozze della signorina Belen e del suo fidanzato ce lo rende immediatamente amico. «Troppo clamore – ha detto – , si rischia che passi in secondo piano il vero significato della cerimonia, che è un sacramento ». In questo paese slabbrato e facilone, ogni richiamo alla serietà delle cose (non solo delle cerimonie) è un indizio di salvezza. Difficile che gli sposini sappiano coglierlo, con tutti quei paparazzi al seguito. Per tutti gli altri, il messaggio di don Roberto non è equivocabile. È uno di quei “preferirei di no” che aiutano a riconquistare senno e libertà di giudizio. (altro…)

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Società civile e spettacolo sul palco, in piazza il mondo scuola.

Roma, 12 mar. (TMNews) – Più di un milione di persone, secondo gli organizzatori, sono scese in piazza oggi in tutta Italia per difendere la Costituzione e la scuola pubblica. A distanza di un mese dal successo delle donne del ‘Se non ora quando’ l’iniziativa, promossa da un comitato spontaneo di associazioni, singoli volontari, intellettuali e giornalisti, ha mandato un segnale di ‘reazione’ a quel governo e a quel presidente del Consiglio che vogliono cambiare la Carta fondamentale e che, a loro avviso, minacciano la scuola pubblica. (altro…)

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Quarta e ultima puntata di “Vieniviaconme”. (Tutti i video a fine articolo).Fra gli ospiti, Dario Fo e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Fazio annuncia in diretta la morte del regista. Il capostruttura di RaiTre, Mazzetti: “Vorremmo fare altre quattro puntate in primavera, chissà che ne pensano i vertici di viale Mazzini…”

Forse è vero che siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni. La pipa di Pertini e Bearzot e quella di Luciano Lama, la barba di Tiziano Terzani, gli scarpini di Roberto Baggio, la tonaca di don Milani e il megafono di Fellini, gli occhi di Sofia Loren e la bicicletta di Marco Biagi. E’ l’elenco – parziale, quello completo è molto più lungo – di “ciò di cui tutti noi siamo fatti”, il puzzle di un’Italia da sogno, quella che autori e conduttori di Vieniviaconme hanno provato a evocare nel corso delle puntate. L’elenco di “ciò di cui tutti noi siamo fatti” è uno dei primi letti in trasmissione, dopo quello su “che cosa ho imparato con questo programma” con cui Fabio Fazio ha inaugurato l’ultimo appuntamento. Alcune immagini di repertorio ricordano al pubblico chi era Walter Tobagi, il giornalista assassinato nel 1980. A sua figlia Benedetta il compito di elencare “le cose che le ha lasciato suo padre”, a Francesco De Gregori quello di cantare Viva l’Italia. C’è anche un ricordo per Enzo Biagi. Nel cuore del programma irrompe la notizia della morte di Mario Monicelli 1. E’ Fazio a darla, in diretta.

Chiude il programma delle polemiche e dei record, spettatori aumentati di puntata in puntata (rispettivamente oltre 7 milioni e seicentomila, oltre 9milioni, quasi 10 con picchi di 11) e il merito di aver introdotto, con successo, un nuovo linguaggio televisivo, con l’invenzione degli elenchi che danno voce ad artisti o gente comune nella narrazione dell’Italia di oggi. La prova che “un’altra tv è desiderata da milioni di italiani”, come ha detto Saviano in un’intervista a Repubblica 2. Un fenomeno anche sul web, con oltre 11 milioni di pagine viste tra il sito ufficiale della trasmissione 3, quello della Rai e il canale Rai su YouTube. Quasi 200 mila i fan della pagina ufficiale Facebook.

Dopo aver parlato – fra i tanti argomenti – di “macchina del fango” e Unità d’Italia, ‘ndrangheta al Nord, eutanasia, rifiuti, omosessualità, tagli alla cultura, attualità politica, lotta dello Stato alle mafie, vittime del terrorismo, carceri, migranti, lavoro, condizione femminile, l’ultima puntata comincia con un monologo di Roberto Saviano sul terremoto in Abruzzo. “La casa dello studente era fatta male, è il simbolo della condotta criminale di chi costruisce senza rispettare le regole”, dice. E racconta le “piccole” storie dei giovani, Alessio, Davide, Michelone e tutti gli altri morti sotto le macerie. Quell’edificio “era una bomba a orologeria”, accusa l’autore di Gomorra. C’è Dario Fo che fa l’elenco ironico e attualissimo dei consigli del Principe di Machiavelli. Dopo la protesta degli studenti, anch’essa sotto forma di elenco (mutuata proprio dal format di Vieniviaconme) Saviano cita l’opposizione alla riforma Gelmini, che ha portato i ragazzi in cima ai monumenti e ai tetti dei rettorati. “Sui tetti si sogna. Si sogna un’università pubblica, libera e aperta”, dice una ricercatrice. E Domenico Starnone sottolinea che “la scuola peggiore è quella che si limita a individuare capacità e meriti evidenti”, mentre “la scuola migliore è quella che scopre capacità e meriti lì dove sembrava che non ce ne fossero”. C’è anche Milena Gabanelli, con l’elenco delle cause che incombono sulla testa di Report. “Il totale, per ora – conclude la giornalista – è di 251 milioni di euro”. (altro…)

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L’ELENCO. Dieci milioni di spettatori, oltre il trenta per cento di share, cifre superiori al Grande Fratello per un programma fieramente antitelevisivo. I politici usati dalla tv e non viceversa. Un fronte di critiche trasversali, da Grillo a Libero, e un altrettanto trasversale successo di pubblico. La signora Welby che fa più ascolti del festival di Sanremo, gli sfollati dai campi rom più dell’Isola dei Famosi. Nel nome della più bella canzone di Paolo Conte si è compiuta una rivoluzione nel costume televisivo.“Con la volontà rispondo sì, con la ragione no. Diciamo che un’altra tv è desiderata da milioni d’italiani. Ma la reazione dell’establishment politico-televisivo è stata tale da farmi pensare che sia troppo presto. La Rai non sopporta che la tv pubblica diventi strumento di un vero dibattito sociale, culturale. L’hanno permesso perché non se n’erano accorti, non se l’aspettavano. E nemmeno noi. Ma la prossima volta sarà impossibile”.

Fabio Fazio, allora un’altra tv è possibile e quindi un’altra Italia?

Karl Kraus diceva: la satira che il potere riesce a capire, viene giustamente censurata. Vale anche per “Vieni via con me”. Al principio erano soltanto preoccupati che parlaste di Berlusconi, e invece…
“Non l’abbiamo quasi mai nominato, tolta la prima puntata. Siamo il primo programma già nel dopo Berlusconi”.

Nonostante questo, vi sono saltati addosso tutti. Perché?
“Abbiamo fatto una tv riformista e non c’è cosa che spaventi più del riformismo. La rissa a somma zero di altri talk show in fondo è del tutto innocua”.

Era un programma non ideologico, Saviano e lei non lo siete, gli ospiti hanno raccontato storie. La signora Welby e il signor Englaro hanno raccontato tragedie di famiglia. Come si spiega che il cda Rai abbia chiesto di far replicare a un’esperienza di vita con un comizio ideologico di un movimento integralista cattolico?
“Accettare quella replica dei Pro Vita avrebbe significato ammettere che Mina Welby e Beppe Englaro avevano parlato in favore della morte. Non esiste direttiva Rai che possa impormi un’assurdità del genere”.

Più che un programma, siete stati il fenomeno sociale di queste settimane, insieme alla lotta universitaria. Anche la vostra era una specie di “occupazione”?
“Il parallelo mi piace e mi è piaciuto che gli studenti abbiano adottato nelle lotte lo strumento dell’elenco. Sono segnali che sta accadendo qualcosa di profondo nella società italiana, che parte dai due luoghi principali di formazione dell’opinione pubblica, la scuola e la televisione. E riguarda i valori, l’identità”. (altro…)

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Bersani e Fini: due parole insieme
Bersani e Fini si sono parlati negli studi Rai di Milano. «Una chiacchiera la si fa sempre…», risponde il segretario del Pd ai giornalisti ma non dice altro. Fini era uscito da una porta laterale con Elisabetta Tulliani senza rilasciare dichiarazioni.

I fratelli Servillo
I fratelli Servillo, l’attore Toni e Beppe con i suoi Avion Travel, fanno “vieni via con me” di Paolo Conte. Il programma è finito tardi, non c’è tempo per il duetto Fazio-Saviano ‘io resto perché, io vado perché’.

Albanese/Pilo: io sono la realtà
Pilo, il politico: Le cose che non ho mai fatto e mai farò. Mai pagato tasse. Mai rispettato limite di velocità. Mai fatto raccolta differenziata, mai dato precedenza, mai costruito con permessi edilizi. Io ci sarò sempre, qualunquemente, io sono la realtà, voi la fiction. Avemo lo scrittore, Bobo. Sei giovane, pensa a Pilo. Ma a me non hai dedicato un rigo. Per il prossimo libro ti regalo un suggerimento: fatti i cazzi tuoi.

Albanese: abbassare le tariffe
Albanese/Pilo: Il politico ha diritto di rilassarsi. Bisogna abbassare le tariffe (indovinate di che, ndr). In amore e in edilizia è vietato vietare. E la meritocrazia: mia moglie non potrebbe fare L’ingegnere del ponte sullo stretto perché ha la terza media. Ma tanto non regge: è zona sismica.

Don Citto Laqualunque (Albanese): le ragazze qui maggiorenni
Il politico Pilo avvisa che le due ragazze, una bionda e una di colore, sono maggiorenni. E se dovessero essere fermate, una è nipote di Churchill, l’altra di Otello. Poi: “troppo buonismo qui”. Ho lavorato, ho fatto leggi per rendere edificabili zone a rischio idrogeologico, ho fatto leggi, ho tirato fuori mafiosi. “Poimente l’occasione del sud, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Ci siamo superati: un miliardo per un chilometro in 20 anni. E così ho garantito lavoro a un operaio dai 18 ai 65 anni. Questo è realismo in purezza”. E poi “l’orgoglio, il Ponte sullo Stretto. Ho posato la prima, anzi l’undicesima pietra. E poimente la conquista: l’auto blu per tutti. E dedico questo elenco ai professionisti del lamento”. (altro…)

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Bergonzoni: “Non solo risate, per cambiare il mondo io urlo”.Con “Urge” per la prima volta il comico affronta la realtà.

È furibondo con chi si è rassegnato al fastidio, con chi
si è arreso, con chi reagisce
a ignoranza, volgarità, disonestà
solo con frettoloso disprezzo.
Contro questo brutto mondo,
italiano e non solo, Alessandro Bergonzoni impreca e lo fa con uno spettacolo più arrabbiato e ribelle degli altri, uno dei suoi inquieti copioni da comico non ammaestrato che per la prima volta, però, nella trentennale carriera, parte da noi, dai temi della nostra vita: un urlo contro la realtà («Non nomi, non faccio satira, ma racconto politico »), un quarto d’ora a sera contro un tema o un altro, a seconda dei fatti del giorno, incorniciato nel suo teatro di sempre, fatto di fisicità, frastuoni, invenzione di nuove parole come nuovo pensiero. Lo spettacolo, regia di Bergonzoni e Riccardo Ridolfi, debutta lunedì 25 al
Teatro Ariosto di Reggio Emilia, poi in tournée tra Firenze, Udine, Cagliari
e cade in un momento fecondo: l’approdo su iTunes con sette spettacoli ora scaricabili, la mostra di pittura che si aprirà in dicembre a Bologna, l’impegno alla Casa dei Risvegli con un nuovo spot, suo unico passaggio in tv. E vivaddio, per scelta. Lo spettacolo si intitola Urge e, dice Bergonzoni «è per la gente pronta a sentire cose diverse ».
Diverse da che?
«Diverse dalla perdita d’intelletto, di cultura, di anima che c’è in giro.
Diverse dai direttori dei rotocalchi patinati che diventano giornalisti e raccontano la storia del mondo, quello che io chiamo teppismo intellettuale. Il problema è che oggi abbiamo piste corte».
Che vuol dire? «Parliamo di malattia solo se uno fa outing sul suo cancro, di omosessualità solo se uno lo confessa pubblicamente… come parlare di violenza solo se uno ha una figlia femmina. Bisogna allungare le piste di
atterraggio della gente. (altro…)

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Il Colosseo sta cadendo a pezzi, ma lui fa spallucce e non molla un euro. Come per tutto il resto del patrimonio culturale italiano: teatri, biblioteche, archivi, cinema. Tanto quel che conta è la tivù.

Sulla carta è il monumento più famoso al mondo. Nella realtà sta cadendo a pezzi.
Il Colosseo ha bisogno di un restauro da 25 milioni di euro, ma di quattrini nelle casse dello Stato non c’è traccia. Così il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, ha aperto la caccia agli sponsor privati: s’è già offerto Diego Della Valle per guidare la cordata che salverà facciata e faccia alla cultura in crisi ormai cronica. Ma ecco che quei calcinacci che di buon mattino si sono staccati dall’ambulacro centrale sono anche il simbolo del fallimento italiano: addirittura all’anfiteatro Flavio, che da solo fa milioni di turisti e nelle statistiche mondiali è sul podio con un valore d’immagine pari a 91 miliardi di euro, più dei Musei Vaticani e quasi come il marchio della Coca-Cola, occorre un salvagente per restare in piedi. E presto lo vedremo avvolto da quei mega-cartelloni pubblicitari che ricoprono i tesori in restauro a spese di multinazionali o del magnate di turno, facendo infuriare le archistar.

Perché se lo Stato arranca già nel cuore dell’Urbe, figuriamoci cosa capita a musei, scavi, teatri, fondazioni, archivi e biblioteche di mezza Italia.

I conti del ministero del Beni culturali sono rossi come certe, ormai abbandonate rovine romane. E i tagli soffocano quello che dovrebbe essere, piuttosto, il core business del Belpaese. Per denunciare il crac della cultura l’artista Mimmo Paladino ha coperto con un drappo nero la sua ultima opera, i cavalli donati al teatro San Carlo di Napoli. “L’ho fatto per protestare pubblicamente, indignarsi, criticare le autorità”, racconta l’artista. Ma quel drappo dovrà presto allargarsi fino al teatro di Roma, al Goldoni di Venezia, alla Scala di Milano. Come all’Accademia di Santa Cecilia, a Pompei ed Ercolano, alla biblioteca di Firenze, passando per la Crusca e il Centro sperimentale di Cinematografia. (altro…)

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