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Posts Tagged ‘storia’

Quelli che vanno a contestare lo spettacolo di Simone Cristicchi “Magazzino 18”, sull’esodo degli italiani istriani e dalmati dopo la seconda Guerra, lo contestano a prescindere; nel senso che non lo hanno visto. Non l’ho visto neppure io, dunque non posso parlarne bene e neppure male. Voglio solo dire a Cristicchi, che stimo per la sensibilità di artista, che non è tenuto a difendere il suo spettacolo dicendo che è “un tentativo di pacificazione”. Anche se non lo fosse, avrebbe il diritto di andare in scena senza che ronde di censori cercassero di chiudergli il sipario. Tolte le violazioni di legge, non esistono limitazioni della libertà d’espressione che non siano censorie e violente. (altro…)

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Dopo il caso Dante-Dan Brown: perché le glorie del nostro passato ispirano solo gli stranieri?

E così, dopo aver visitato la Roma dei Papi e il mondo esoterico di Leonardo, nel nuovo thriller di Dan Brown si passeggia tra le strade di Firenze e le pagine infernali di Dante. Dan Brown non sarà un maestro di stile, ma è un’autorità indiscussa in materia di fatturato. Se ogni volta mette l’Italia sullo sfondo dei suoi polpettoni è perché sa che l’Italia fa vendere in tutto il mondo. Non l’Italia di oggi, naturalmente, mediocre sobborgo d’Occidente come tanti altri. L’Italia del passato: le città d’arte del Rinascimento e l’Antica Roma. Gli unici due momenti della storia in cui siamo stati la locomotiva dell’umanità.   

E a questo punto, ossessiva, scatta la solita domanda: perché? Perché, se l’Italia fa vendere, a guadagnarci devono essere sempre gli altri? Perché i miti del passato italiano affascinano gli scrittori e i registi stranieri, ma non i nostri?

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Ah, averlo saputo prima. Magari, intuendo che i loro volantini avrebbero raggiunto prezzi da amatore (17.000 euro per 17 comunicati, mille euro l’uno), le Br avrebbero scelto l’editoria invece della lotta armata. Altri tempi, certo. Ma intanto: con una discreta telefonata alla sede di Bolaffi, dove si battevano all’asta brani di letteratura brigatista (periodo 1974-1978, compreso il caso Moro e il gerundio più famoso del mondo «… eseguendo la sentenza…»), Marcello Dell’Utri si è aggiudicato il prestigioso lotto. Un pezzettino di storia d’Italia ciclostilato che finirà ora tra le carte del “bibliofilo” Dell’Utri, una bella metafora italiana. La sindrome del collezionista, si sa, è una brutta bestia, una febbre. Ma Dell’Utri non ha solo quella, di febbre. Ha anche il sacro fuoco di pasticciare con la storia, un corpo a corpo furibondo in cui spesso ha la peggio. Così userà quei volantini per «una mostra sul tema del Sessantotto come motore di quel che ha provocato, comprese le Br». Divertente trovata. Come storico, del resto, Dell’Utri ha dato già le sue belle prove, per esempio facendo pubblicare da Bompiani l’incredibile patacca dei falsi diari di Mussolini, che la casa editrice, forse preda di un’insolazione, ha mandato in libreria con la dicitura “veri o presunti”, applauso per il rigore editoriale. (altro…)

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Il 25 aprile, oltre la storia
Non è stato solo il Terzo Reich a proclamarsi e a credersi destinato a durare mille anni, anche se è durato solo dodici, meno del mio scaldabagno. Ogni potere, soprattutto ma non solo quello totalitario, ogni civiltà, ogni sistema di valori e di costumi si vogliono e si ritengono definitivi; siamo inclini a scambiare il presente, l’assetto delle cose che ci circondano, per l’eterno, qualcosa che non può cambiare. In questo senso, siamo quasi tutti ciechi conservatori, incapaci di credere che il nostro mondo— la politica, le gerarchie sociali, gli usi, le regole — possa mutare. Se nell’ottobre del 1989 qualcuno ci avesse detto che il muro di Berlino sarebbe presto caduto, lo avremmo preso per un ingenuo sognatore. Forse chi ha il senso religioso dell’eterno è più protetto dalla supina adorazione idolatrica di quel momento di tempo in cui vive e delle momentanee ed effimere forze che in quel momento appaiono vittoriose e insostituibili. (altro…)

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Per gli oracoli sono tempi duri. Le rivolte popolari tunisine, poi dilagate come un’onda in Egitto e in Libia, sono arrivate sostanzialmente inaspettate, ricadendo sugli equilibri energetici, sulle Borse e sulla stabilità di vaste aree del mondo, Nessuno le aveva previste in Italia, pure geograficamente così vicina. Ma anche gli altri Paesi europei e gli Stati Uniti sono stati colti impreparati. Viene perciò da chiedersi come sia possibile che, nell’era dell’informazione, sempre più ricca di dati e di immagini, sempre più tecnologica e immediata, sempre più vasta e simultanea, la nostra capacità di previsione dei fatti, anche dei macro eventi, sia così povera. (altro…)

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Era ora che venisse restituito l’onore a Goffredo Mameli. Quel ragazzo morto a vent’anni nel 1849 nell’eroica difesa della Villa del Vascello a Roma e svillaneggiato da troppo tempo per quelle parole gonfie d’amore per l’Italia che strappano sorrisetti insulsi a chi è incapace di leggere la storia. Ed è davvero un segno dei tempi che a rendergli l’onore sia stato quel geniale istrione di Roberto Benigni. L’unico che poteva fare il miracolo: fermare il fiato a milioni di italiani in mezzo alle canzonette facendo loro intuire, forse per la prima volta, qual è il senso di quelle parole. Il senso di questa nostra storia.

E certo non poteva scegliere giorno peggiore, ieri, il governo, per spaccarsi sulla decisione di consacrare il prossimo 17 marzo, una tantum, in occasione del Centocinquantenario, all’Unità d’Italia. «Solo una differenza di opinioni», ha detto Ignazio La Russa. Ve l’immaginate se un ministro francese o tedesco, argentino o coreano, osasse liquidare così una frattura sulla celebrazione della più solenne festa nazionale? Verrebbe fatto a pezzi. (altro…)

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Mi dispiace, perchè l’unica chance di una transizione ordinata e non sanguinosa alla terza repubblica ( o quel che sara’, ehm) ce la stiamo giocando in questi mesi. Nessuno pensi che da noi non possa succedere quel che e’ rapidamente successo in Tunisia.
Sarebbe un grave errore, e sarebbe, dato il contesto storico, una affermazione eccezionale che va contro gli ultimi secoli di storia, anche italica. Richiederebbe insomma una misura di ottimismo davvero eccezionale e prove straordinarie a sostegno.

Cosi stando le cose coloro a cui è dato il compito di riportare ad un minimo di decenza e progettualità la politica, cosi escludendo automaticamente tutti queli che NON sono genericamente indicati come “radicali” dai media, farebbero bene a costruire un programma all’altezza delle sfide che abbiamo davanti. Giustappunto un programma “radicale”.

Cosi non è, segnatamente, e non ci resta che, nel nostro piccolo, essere testimoni ne passivi ne silenziosi ma proattivi dei nostri difficili tempi.
Il segno, più di qualunque chiacchiera, l’hanno dato i lavoratori di Mirafiori. Quando la maggioranza delle persone arriva al punto di mettere sul piatto il posto di lavoro, pur di non cedere all’ennesimo ricatto, vuol dire che è davvero con le spalle al muro ed ha già capito che, comunque vada, l’attuale situazione non offre alcuna ragionevole speranza di futuro per le persone normali.

Quando questo succede, ci metta secoli o millenni a succedere, l’esito storico è sempre lo stesso, sotto tutti i cieli ed in tutti i contesti.

Il trepido confronto con gli anni di piombo da parte dei nostri pavidi “decisori” fa capire cosa succede a non studiare né conoscere né, sopratutto COMPRENDERE la storia.

Se la conoscessero/comprendessero avrebbero dovuto ricordarsi di uno scambio di battute famoso:

« C’est donc une révolte ?»
« Non, Sire, c’est une révolution!»

E si sarebbero dati un poco più da fare, al di fuori delle seratine del bunga bunga.

Pietro Cambi

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