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Posts Tagged ‘strage’

VauroDa eccesatira.blogspot.it

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La libertà

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Vauro

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Charlie hebdo

I SUPERSTITI DELLA RIVISTA SATIRICA SI SPOSTANO NELLA REDAZIONE DEL QUOTIDIANO.

Parigi – Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio”. Aveva dichiarato sulle pagine di Le Monde il direttore di Charlie Hebdo, Stéphane Charbonnier, alias Charb, quando nel 2011 decise di pubblicare le vignette del profeta Maometto col turbante a bomba in testa. Ed è per questo che Charlie Hebdo deve uscire. A tutti i costi. Nonostante gli assassini che martedì mattina hanno commesso una strage nella redazione uccidendo otto di loro, tra cui il direttore. Mercoledì prossimo dunque Charlie Hebdo sarà nelle edicole come sempre. Anzi riempirà le edicole. Perché di copie ne saranno stampate un milione, e non le solite 60mila. Il giornale da oggi ha una nuova redazione. Si trasferisce da Libération, al numero 11 della rue Béranger, a due passi dalla place de la République dove migliaia di persone si sono riunite mercoledì sera alzando le matite al cielo in nome della libertà di parola. 

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Charlie hebdo

1970, ESCE CHARLIE HEBDO; CHIUSO DAL 1981 AL 1992 PER PROCESSI E CONDANNE. DAL 2008 SOTTO PROTEZIONE PER LA PUBBLICAZIONE DI VIGNETTE DANESI SULL’ISLAM. MA NON SI SONO MAI FERMATI.

Testata simbolo d’una stampa libera e comunque e sempre d’opposizione, elogio in sé della libertà d’espressione, il settimanale Charlie Hebdo aveva già ricevuto minacce terroristiche e la redazione era stata devastata da un incendio criminale, dopo la pubblicazione di caricature di Maometto. Nella strage presso la sede del giornale, il singolo attentato più grave in Francia dai tempi dell’Oas e della guerra d’Algeria, sono morti disegnatori celebri, non solo in Francia, come Charb, il direttore, Cabu, Wolinski e Tignous, con un economista e almeno altri sette tra redattori e collaboratori. (altro…)

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Charlie
L’orrore.
Il fermo immagine del poliziotto ferito al suolo e finito con naturalezza meccanica dallo sparatore, indifferente al braccio alzato in cerca di pietà, ha un’invincibile doppiezza: noi lo guardiamo con raccapriccio, ma altri avranno esultato.
GLI assassini urlavano “Allahu Akbar”, il poliziotto si chiamava Ahmed. Quando ieri le aperture in rete dei giornali hanno scelto il fermo immagine del poliziotto ferito al suolo, raggiunto e finito con indifferente esattezza dal suo sparatore, non conoscevano il nome del morente. Si chiamava Ahmed, dunque quando ha avuto ancora la forza di alzare un braccio, forse per un gesto estremo di protezione, forse per chiedere pietà — che cosa c’è di più umano che aspettarsi pietà anche dal proprio assassino? — può aver pronunciato anche lui, in altro tono, il nome di Allah?
Hanno ammazzato Wolinski e Ahmed, e gli altri.

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Sangue sulla libertà

IN DUE, ARMATI E MASCHERATI, FANNO STRAGE NEL SETTIMANALE SATIRICO CHE PRENDEVA IN GIRO L’ISLAM RADICALE: 12 MORTI (8 GIORNALISTI E DUE AGENTI).

Parigi – Abbiamo vendicato il profeta. Abbiamo ucciso Charlie Hebdo”. Sono le parole che avrebbero pronunciato i due uomini incappucciati e armati che ieri mattina hanno fatto una strage nella redazione del famoso settimanale satirico uccidendo dodici persone. Secondo il sito Le Point, citando fonti confidenziali, si tratterebbe di due franco-algerini, di 32 e 34 anni, tornati in Francia quest’estate dalla Siria.

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Je suisIeri mattina, sul sito di Charlie Hebdo appariva la scritta “Danger” , “Pericolo”, parola premonitrice non della strage di qualche ora più tardi, ma della precaria condizione finanziaria del settimanale satirico (comune alla stampa più piccola e più libera) costretto a chiedere aiuto ai propri lettori. La stupida ferocia dei terroristi inneggianti e bestemmianti il Profeta fa sì che dalle ore 11 di mercoledì 7 gennaio 2015, Charlie Hebdo sia diventato il giornale più importante del mondo.

E che il blitz sanguinario che avrebbe dovuto uccidere quella testata insieme ai suoi giornalisti (“Charlie Hebdo è morto” gridavano stoltamente gli assassini) abbia avuto l’effetto diametralmente opposto con milioni di persone che in queste ore diffondono un tweet globale: “Je suis Charlie Hebdo”. A che prezzo, si dirà. Certo, il prezzo della stupidità. (altro…)

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VignettaLa stampa in trincea.
Il ceppo di Charlie e del suo antenato Hara Kiri è quello del radicalismo laico e repubblicano, molto solido in Francia. Con una forte innervatura sessuomane, anarchica e anticlericale esplosa con lo spirito sessantottardo ma ben presente anche prima, lungo Nove e Ottocento.

NON è vero che a Charlie Hebdo niente è sacro. Sacra, in quel vecchio giornale parigino, è la libertà. Danzava, la libertà, allegra e nuda come le donnine di Wolinsky, attorno alla fragile trincea di scrivanie coperte di carta, matite, giornali, pennarelli (l’arsenale delle vittime) sulle quali sono caduti gli impenitenti artisti della satira francese, molti dei quali anziani, freddati dai loro giovani assassini.

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ACCUSATO di aver perpetrato un massacro con armi chimiche, mercoledì scorso in due sobborghi di Damasco, e di aver forse bombardato il proprio popolo col gas nervino, il Presidente siriano Bashar al-Assad si è rivolto all’America e ai governi europei con parole sprezzanti, colme di scherno.

Ha ricordato loro i disastri delle recenti guerre contro il terrorismo globale e ha detto: «È vero, le grandi potenze possono condurre le guerre. Ma possono vincerle?» Ecco il dilemma che sta di fronte agli Occidentali, nel momento in cui alzano la voce contro Damasco, denunciano l’»oscenità morale» delle armi chimiche contro cittadini inermi (le parole sono di John Kerry, segretario di Stato), e affilano i coltelli nella convinzione che un intervento punitivo sia a questo punto necessario, dunque legittimo. Il dilemma esiste perché sulle conseguenze di un’offensiva nessuno pare avere idee chiare. Neppure sull’obiettivo c’è per la verità chiarezza, il che inquieta ancor più: in nome di quale disegno aggredire Assad? Ed esistono prove credibili che quest’ultimo abbia usato i gas, oppure Kerry ha dedotto le sue certezze consultando, come ammesso lunedì, i social network? (altro…)

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SiriaAgguato agli ispettori Onu. Londra svela i piani per l’intervento entro 10 giorni. Damasco: sarà un Vietnam.

L’America pronta a punire Damasco “Osceno l’attacco con armi chimiche”.
La Siria.
Duro discorso di Kerry. Convoglio Onu colpito dai cecchini.

NEW YORK— «L’attacco con i gas ha sconvolto la coscienza del mondo, è un crimine imperdonabile e innegabile. Le immagini di intere famiglie, donne, uomini e bambini uccisi nel sonno dentro le loro case sono un’oscenità morale. Come padre è impossibile guardarle e rimanere insensibile. Gli Stati Uniti hanno la certezza che il regime di Assad ha colpito con armi chimiche»: il Segretario di Stato John Kerry accende così il semaforo verde del conto alla rovescia verso l’intervento militare in Siria. Parla dieci minuti, ma i concetti sono duri e chiari: «Siamo in possesso di molte informazioni sull’uso indiscriminato e su larga scala di armi non convenzionali. (altro…)

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Disperazione di una mamma tra i corpi dei bambini siriani gasati da Assad

Disperazione di una mamma tra i corpi dei bambini siriani gasati da Assad

Vi chiediamo scusa per l’intrusione. È estate, i tempi sono già abbastanza duri e da un giornale si pretende, giustamente, un alito di speranza. Ma la speranza si nutre di consapevolezza e invece intorno a noi avvengono cose che ci rimbalzano addosso. Abbiamo imparato a difenderci dalle parole: svuotandole, rendendole innocue. Solo le immagini hanno ancora il potere di svegliarci. Sbattendoci in faccia la vita in ogni sua espressione, anche inaccettabile, tanto da non potere più fare finta che non esista o che non ci riguardi.

Ieri, durante la riunione del mattino, al giornale è planata la notizia che, secondo l’opposizione, le truppe di Assad avevano compiuto una strage nei sobborghi di Damasco utilizzando gas nervino. Cento, duecento, mille caduti. Il collega degli Esteri riportava l’incerta contabilità senza suscitare reazioni particolari: atrofizzata in una statistica, la morte di massa non fa scalpore. Poi sono arrivate le foto e il clima è cambiato. I numeri sono diventati volti. E corpi, serrati dentro i lenzuoli. L’assenza di ferite d’arma da fuoco, quindi di sangue, rendeva i cadaveri quasi metafisici: sembravano angeli, specie i bambini.   (altro…)

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«Mia zia avrebbe dovuto iniziare a lavorare in Stazione, quella mattina, ma non andò. Fu inserita nella lista dei dispersi». Questione di mezz’ora, di un piede rotto oppure di uno sciocco imprevisto. Storie al condizionale passato che sono sospiri di sollievo strozzati verso la fine, visto che «pensarci è un dolore riflesso, per chi non ebbe la nostra fortuna». A trentadue anni dalla strage di Bologna, la sfida è quella al ricordo indotto, al racconto del racconto che scivola da una generazione all’altra e lentamente diventa Storia. In occasione dell’anniversario dello scoppio della bomba fascista alla stazione Centrale, sotto le Due Torri ci si è domandati in quale modo continuare a raccontarlo, quel 2 agosto. Quello del 1980 in cui rimasero uccise 85 persone.
Quello delle 10.25, che chiunque passi da qui può ancora vederlo, fermo, inchiodato all’orologio che si affaccia su Piazza Medaglie d’Oro. (altro…)

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Domenica scorsa, su uno di quei canali che nessuno guarda o di cui addirittura non si conosce neanche l’esistenza, cioè Rai 5, alle ore 22, è andato in onda The Cove, un terribile documentario girato da Louise Psihoyos, fotografo e documentarista americano, sulla strage di delfini che si ripete ogni anno nella baia di Taijij e in altri villaggi vicini, in Giappone.
Un film (premio Oscar come miglior documentario nel 2010) che tutti dovrebbero vedere, da mandare perciò in onda su Rai 1 in prima serata. E’ invece finito su Rai 5 in seconda serata: questo è il servizio pubblico, per il quale viene anche richiesto agli italiani di pagare il canone… Un film da vedere e rivedere (per chi ci riesce), perché bene descrive la spietatezza di certi essere umani. Per chi non l’ha visto e  non conosce la vicenda, eccola in breve. (altro…)

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Quello che era un sospetto (un grandissimo sospetto) sembra proprio che alla fine sia la pura realtà … il coinvolgimento degli USA nella strage di Ustica del 1980. Come riporta infatti Emanuele Midolo di Agoravox:

Tra i 251.286 cables rilasciati lo scorso 30 agosto da WikiLeaks ce ne sono due che aprono nuovi importanti scenari sulla strage di Ustica. I cables 03ROME2887 e 03ROME3199 inviati dall’addetto all’ambasciata americana a Roma, Thomas Countryman, al Dipartimento di Stato mostrano la preoccupazione degli USA riguardo la possibilità di una fuga di notizie e rivelano il loro “coinvolgimento” nella strage. Carlo Giovanardi difese in Parlamento la versione della bomba per tentare di negare le responsabilità americane. Ma, preoccupato, si lamentò con l’ambasciata: “Queste nuove rivelazioni minano la mia credibilità”. (altro…)

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Sono trascorsi trentuno anni dalla strage di Bologna. Per ricordare le vittime è stato inaugurato ieri, nel parco di Villa Toschi, un monumento dedicato ai sette bambini morti nell´attentato, il più grave della storia repubblicana: Angela Fresu (3 anni), Luca Mauri (6), Sonia Burri (7), Manuela Gallon (11), Kai Mader (8), Eckhardt Mader (14) e Cesare Francesco Diomede Fresa (14). Tante storie piccole e anonime polverizzate da una mano assassina; un insieme di traiettorie possibili divenute all´improvviso un futuro negato. Non per una tragica fatalità, come sarebbe più comodo pensare, ma perché in Italia nel 1980 c´era chi faceva politica mettendo le bombe allo scopo di uccidere dei cittadini inermi. La stazione di Bologna è uno snodo ferroviario tra i più importanti in Italia e tanti viaggiatori in questi anni hanno sostato, almeno una volta, davanti a uno squarcio nel muro, una ferita di marmo, che ricorda il luogo in cui fu lasciata la bomba. (altro…)

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L´orrore è esploso nell´isola. Non solo la piccola isola di Utoya, ma quella più grande, quella isola geopolitica della Scandinavia che si estende dalla Danimarca alla Svezia, orlata dai fiordi della Norvegia. Un´isola felice ai margini di un´Europa incerta di sé. Così almeno sembrava.
Lo sembrava, particolarmente, la Norvegia. Nella classifica dei paesi del mondo in cui si vive meglio, stilata dal Programma per lo Sviluppo dell´Umanità delle Nazioni Unite, alla Norvegia è stato assegnato nel 2009 il primo posto. La popolazione – poco meno di cinque milioni- gode ottima salute, la mortalità infantile è estremamente bassa. Secondo il World Economic Forum la Norvegia ha realizzato il livello più alto nel mondo di parità tra i sessi. Il livello di povertà relativa è molto basso, l´alfabetismo è virtualmente pari al 100% e quasi tutta la popolazione ha compiuto gli studi di scuola media superiore. (altro…)

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Che altro aggiungere? ringraziamo in particolar modo Borghezio, la Lega Nord e gli amici del Pdl che da decenni permettono le peggiori porcherie a questi squallidi individui…

(Ps. il ‘Dagbladet’ è il secondo tabloid più letto in Norvegia, e il suo sito uno dei visitati d’Europa).

Vi rimando a Nonleggerelo per il link originale e la traduzione dell’articolo!

Da stopcensura.com

 

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150mila persone lunedì si sono radunate nelle strade di Oslo con un fiore per salutare le vittime della follia di Anders Behring Breivik. Manifestazioni simili sono state organizzate in tutto il Paese.

Da esteri.liquida.it

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VenerdÌ pomeriggio, la notizia dell´esplosione nel centro di Oslo ha provocato in molti un immediato riflesso condizionato. Si trattava con tutta probabilità di un´autobomba e quindi di terrorismo di origine islamica. Niente di più classico. Esasperante, tragica routine. Poi, col passare delle ore, sono arrivati i dettagli della strage sull´isolotto di Utoya ed è emerso quel giovane biondo, con lo sguardo azzurrino. Alla certezza iniziale sulla natura jihadista dell´attentato è succeduto un momento di incredulità. Il terrorista era un puro scandinavo. Un norvegese aveva ammazzato decine di ragazzi norvegesi a sangue freddo. L´assassino era di incontestata origine europea, era un cristiano e fiero di esserlo. Se il pensiero che si trattasse di un arabo, di un musulmano, era stato un riflesso condizionato, la scoperta che il criminale era “uno dei nostri” ha suscitato sgomento. Il terrorismo può dunque essere europeo. La sorpresa ha stordito non solo i norvegesi. (altro…)

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