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Posts Tagged ‘Tommaso Ciriaco’

Mezzo milione di emendamenti in commissione e Calderoli ne minaccia altri 6 milioni per l’aula.

ROMA . Mezzo milione di emendamenti in commissione Affari costituzionali, addirittura sei milioni e mezzo in Aula. La Lega fa le cose in grande e lancia una campagna ostruzionistica senza precedenti per rallentare o affossare il ddl Boschi. Il paradosso è che per il governo il vero pericolo arriva però dalle poche e mirate proposte depositate dalla minoranza del Pd. Una, in particolare, colpisce le fondamenta della riforma: il Senato elettivo.
Reclamato dai ribelli dem, è previsto anche dalle modifiche messe nero su bianco da tutte le altre forze d’opposizione, da Fi al Movimento cinque stelle, dalla Lega fino a Sel e Gal (non i verdiniani, D’Anna ne ha presentata una, subito ritirata).

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roberto-ficoL’INTERVISTA/1 ROBERTO FICO,M5S,PRESIDENTE VIGILANZA.

ROMA . Roberto Fico, non avete votato Maggioni?
«Scheda bianca. Ha un curriculum di tutto rispetto. Però la aspettiamo alla prova dei fatti. Dovrà dimostrare di essere un presidente di garanzia. Non dei partiti, ma dei cittadini».
Però in passato avete polemizzato duramente con lei. Le imputavate la partecipazione a una riunione del Bilderberg.
«E infatti feci una interrogazione in Vigilanza. Abbiamo avuto un confronto in commissione, lei diede le sue risposte».
Soddisfacenti?
«Sa, il punto adesso è soprattutto il suo percorso come direttore di RaiNews. Io comunque non avrei mai partecipato a una riunione del Bilderberg ».
Sul presidente, come sul resto, voi non siglate accordi. Così decidono sempre Pd e Forza Italia.

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Il retroscena

Sulle riforme più vicino lo scontro finale. Boschi “Guardiamoci negli occhi, ma anche dalle coltellate”.

ROMA . Nessuno frena e il precipizio si avvicina. Non la minoranza, che oggi si riunirà riservatamente per limare il pacchetto di una ventina di emendamenti destinati a stravolgere il ddl Boschi. E neanche i renziani, che poco o nulla vogliono concedere. Si combatterà comma su comma, articolo dopo articolo. A partire dal nodo del Senato elettivo. «Noi avevamo proposto un’intesa per l’elettività di secondo grado — assicura il vicecapogruppo Giorgio Tonini — ma loro continuano a chiedere quella di primo grado. Così però si ignora quanto approvato finora. Si ribalta il ddl. Vorrà dire che si assumeranno la responsabilità di mandarci tutti a casa». Neanche la pausa estiva, insomma, disinnesca la guerriglia nel Pd. E c’è pure chi, come Ugo Sposetti, provoca e spariglia: “Proporrò di abolire il Senato. Così dovremo modificare anche la legge elettorale…”.

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dissidenti“Pensano solo alle cordate, feriscono il partito”. Monaco: “Forse è meglio se vanno via”.Dodici senatori contro Casson.

ROMA  – Non li butta fuori dal partito, ma li bastona. Rispondendo alle lettere dei militanti che scrivono all’Unità, Matteo Renzi picchia duro sulla minoranza del Pd, colpevole di aver mandato sotto il governo nei giorni scorsi con un emendamento sul riforma della Rai. «Sai qual è l’unica cosa che mi fa male, compagno? – scrive il premier- Che questi atteggiamenti di pochi parlamentari feriscono l’intera comunità del Pd. Non è giusto violare le normali regole democratiche di un partito. Ma nessuna espulsione, per carità».

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Dopo lo sgambetto sulla Rai i dissidenti puntano a logorare il governo e cambiare la riforma del Senato Il premier: “Loro hanno voluto mandare un messaggio politico, noi cambiamo il Paese e abbiamo i numeri”.

ROMA . Logorare Matteo Renzi. Costringerlo a chinare il capo sulla riforma costituzionale. E poi? «E poi serve un accordo politico», va ripetendo Roberto Speranza. Non sarà facile, ma il punto di caduta immaginato dai dissidenti è un’intesa sul partito e sul governo. «L’unità per l’unità no – riflette Miguel Gotor – ma con il tempo è possibile arrivare a un maggiore coinvolgimento. È come una pera che deve maturare…». L’ipotesi di un Renzi bis, insomma, quella davvero coronerebbe il progetto di “normalizzare” il premier. Certo, l’inquilino di Palazzo Chigi minimizza: «Al Senato abbiamo i numeri. La minoranza ha voluto dare un segnale politico, ma noi andiamo avanti più decisi di prima. Noi non diamo messaggi, cambiamo il Paese». Ma la verità è che con quel pallottoliere così ostile il premier è costretto a fare i conti. Nonostante l’ottimismo di facciata.

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BersaniRiunione alla Camera di settanta della sinistra dem “Matteo ci vuole sostituire con i transfughi forzisti”.

ROMA . Ora la minoranza fa sul serio. Troppo fragoroso lo strappo di Denis Verdini, in marcia verso il renzismo, per non reagire. «Spero che siamo su Scherzi a parte – scandisce Pierluigi Bersani, scegliendo con cura le parole – Lo spero per il Pd e per l’Italia». Battaglia parlamentare senza quartiere sulle riforme, allora. Patto delle minoranze entro ottobre, con il varo dell’unica corrente d’opposizione. E struttura parallela sul territorio, inaugurata ieri con una mega riunione riservata a Montecitorio. L’obiettivo? Millimetro dopo millimetro, riprendersi il partito. E guerra sia.
Siccome è venerdì mattina, nessuno fa caso all’insolito flusso di dirigenti dem verso la sala Salvadori della Camera. È lì che i bersaniani si ritrovano per pianificare la battaglia d’autunno. Sono almeno una settantina.

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ellekappaBerlusconi: “Vai pure, finirai male come gli altri” Pronto il gruppo al Senato e l’appoggio alle riforme.

ROMA – Finisce come annunciato: una scissione e fiumi di muti rancori. Tra Silvio Berlusconi e Denis Verdini l’addio è gelido, perché si conoscono da decenni e hanno attraversato assieme terreni troppo minati per sollevare polveroni pubblici. Nel chiuso di Palazzo Grazioli – di fronte a Gianni Letta, Fedele Confalonieri e Nicolò Ghedini – trovano però sfogo le accuse di sempre. «Io continuo a volerti bene, presidente. Ma lascio – sibila l’ex coordinatore, secondo quanto riferiscono – perché non posso prendere ordini da tre ragazzine ». Pensa al cerchio magico fondato da Maria Rosaria Rossi, Debora Bergamini e Francesca Pascale. «Con Renzi non hai futuro, non conterai più nulla e sarai irrilevante», prevede l’anziano leader. Il resto è battaglia di numeri e reclutamento di senatori tra due esperti del ramo.

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ROMA . Alexis, mon amour! E poco importa se gli tsiprassiani d’Italia, trafitti da colpo di fulmine, hanno in comune soprattutto l’astio per la signora Merkel. Resta l’istantanea di un partitone un po’ sgangherato, senza selezione all’ingresso. Ex comunisti ed ex fascisti, leghisti e grillini. Tanti, tutti assieme. Sognando di scardinare l’Unione dei banchieri. Senza imbarazzi, assicura Stefano Fassina: «L’euro è insostenibile in questa camicia di forza. Se io dico che piove, e lo dice pure Salvini, resta un dato oggettivo: piove. Poi lui chiude la porta e scalcia contro chi vuole entrare, noi ripariamo con l’ombrello chi non ce l’ha…».

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I numeri“Chiedono di modificare punti richiesti dalla stessa minoranza,voglio vedere se fanno cadere il governo” Ma spunta una disponibilità: “Discutiamo nel merito senza pregiudizi”.Gli oppositori: “Noi determinanti”.

ROMA . Preparata da venticinque senatori dem, la trappola perfetta è già nascosta tra i banchi di Palazzo Madama. E rischia di mettere fuori gioco il governo. «Discutiamo nel merito, senza pregiudizi. Ma il bello ricorda in provato Matteo Renzi – è che chiedono di modificare la riforma costituzionale proprio nei punti che erano stati voluti da altri esponenti della minoranza… ». Un paradosso, per il premier. Pronto a concedere solo l’elettività del Senato, e solo a patto di non resettare l’iter del ddl Boschi. «Altro tempo non ne perdo. Piuttosto me la gioco in Aula». E in Aula i verdiniani sono già pronti a votare compattamente con il governo. «Al 100%», assicura l’azzurro Ignazio Abrignani.

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NCD

E Berlusconi chiama i senatori alfaniani “Lasciate Renzi, riuniamo il centrodestra”.

ROMA . Senato, mercoledì sera. Come un pugile suonato, così il Nuovo centrodestra sbanda sul ring. «Non possiamo restare immobili, né continuare a subire passivamente – scandisce Gaetano Quagliariello – Quanto dobbiamo ancora farci aggredire? Dobbiamo essere noi, piuttosto, ad aggredire il governo! E, nel frattempo, ricostruire il centrodestra ». Rancori e faide ministeriali, inchieste e senatori pronti a tutto: benvenuti nel caos centrista, ventre molle della maggioranza, nuovo incubo di Palazzo Chigi. E’ qui, tra i banchi degli esuli del berlusconismo, che rischia di andare a sbattere Matteo Renzi. Non tanto per volontà ribaltonista, piuttosto per l’estrema confusione di cui è preda Ncd. E se ai piani alti del Pd l’allerta è tornata a crescere, Silvio Berlusconi ha fiutato l’odore del sangue.

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VerdiniI due in pressing su Berlusconi per lanciare un nuovo patto con Renzi: “Opposizione repubblicana” Martedì un altro incontro, ma il Cerchio magico vuole la rottura. Senza intesa sarà scissione.

ROMA . Un nuovo patto del Nazareno. Con un nome diverso, stavolta: “Opposizione repubblicana”. Ci lavora da mesi Denis Verdini. E da ieri lo sostiene apertamente anche Gianni Letta, alleato discreto ma tenace dell’ex coordinatore azzurro. I due si sono ritrovati riservatamente, per oltre due ore. Un faccia a faccia utile ad analizzare il summit di martedì notte con l’ex Cavaliere, ma anche a mettere nero su bianco la strategia in vista del nuovo vertice fissato per martedì prossimo a Palazzo Grazioli. Nel frattempo, naturalmente, il ras toscano continua a lavorare anche al piano B: la scissione. Non a caso, ieri sera ha convocato i suoi senatori avvertendoli: «State pronti».
Da tempo Verdini e Letta sono i nemici giurati del cerchio magico. Ribattezzati “duo tragico” dalla tesoriera Maria Rosaria Rossi, provano a convincere Berlusconi che non è più tempo di restare isolati. Meglio varare un nuovo organigramma nel partito e siglare un armistizio con il presidente del Consiglio.

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Berlusconi

L’ex coordinatore chiede un’opposizione morbida e un posto in segreteria: “Oppure sarà scissione” Il leader di Fi non media: “Perdo la faccia se rilancio il Nazareno”. Chiude la sede di San Lorenzo in Lucina.

ROMA – L’ultimatum è sul tavolo. «Presidente, ti propongo la linea di un’opposizione costruttiva. E ti chiedo di non emarginarci dal partito». Palazzo Grazioli, ore ventuno. Silvio Berlusconi ascolta infastidito Denis Verdini. Fedele Confalonieri e Gianni Letta, invece, annuiscono. Loro tifano per un nuovo patto con Palazzo Chigi. In fondo, suggeriscono all’ex premier, le due clausole proposte sono ragionevoli. Punto primo: varo immediato di una segreteria politica a cinque, con dentro Verdini e un’altra colomba come Paolo Romani, ma anche Giovanni Toti, Renato Brunetta e Maria Rosaria Rossi. Punto secondo: un’opposizione morbida che garantisca ai “moderati” azzurri di votare con il governo tutte le volte che lo riterranno opportuno. Sulla scuola, sulla riforma costituzionale, più o meno su tutto. Altrimenti? «Noi non abbiamo deciso nulla – si lascia sfuggire il verdiniano Ignazio Abrignani, occhi negli occhi con un collega ma sulla linea di Denis ci sono più di dieci senatori e altrettanti deputati». Altrimenti, insomma, c’è la scissione.

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Proteste

Stasera la prima direzione dopo il voto alle regionali Martina: “Pensiamo al governo, non al congresso”.

ROMA – Dopo la sconfitta in Liguria, nel Pd è il momento della resa dei conti. Questa sera si ritroveranno di fronte maggioranza e minoranza interna, nel corso di una direzione convocata da Matteo Renzi subito dopo elezioni regionali che hanno lasciato l’amaro in bocca. Sul tavolo non mancano i dossier caldi: dalla riforma della scuola a quella costituzionale fino al reddito di cittadinanza. E siccome gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un furioso duello tra correnti, anche il nodo delle regole interne e l’eventuale nuovo organigramma da varare finiranno per accendere il dibattito.
Alla vigilia è soprattutto la minoranza a farsi sentire. Con toni e sfumature, però, che mostrano una divaricazione anche nella sinistra dem. «La direzione del Pd non deve diventare una resa dei conti – avverte ad esempio Cesare Damiano – Il governo si confronti con il Parlamento e con le partisociali, abbandonando la pretesa di asfaltare chiunque non sia d’accordo».

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precedenti

Centrodestra e centrosinistra già valutano gli effetti dell’eventuale scarsa affluenza al voto M5S: non andare alle urne significa favorire il sistema. D’Alimonte: probabile che si scenderà sotto il 60%.

ROMA – Tutti la evocano, tutti la temono. È l’astensione, grande incognita delle Regionali di oggi. Quanto crescerà? E su quale partito si accanirà? Nel dubbio, i leader si sgolano per chiamare gli elettori alle urne. Sperando di limitare i danni. Il grillino Alessandro Di Battista, ad esempio, ne fa una questione antropologica: «Chi si astiene fa un favore al sistema perché i collusi con il sistema – ahimè – votano sempre». Pino Pisicchio, capogruppo del gruppo misto, invece, si lascia guidare dal suo fiuto da decano: «Come meravigliarci del fatto che una quantità di elettori potrebbe decidere di non andare alle urne? Questa campagna si è nutrita solo di veleni». Nessuno, naturalmente, può prevedere la portata del fenomeno. Peseranno mille fattori, tra loro indipendenti: «Prima di tutto l’effetto vacanze, perché è iniziato il primo ponte della stagione – elenca Alessandra Ghisleri, la sondaggista preferita da Silvio Berlusconi – E poi ancora il meteo, che pare sia molto buono, e il fatto che si voti solo di domenica. (altro…)

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BerlusconiROMA . Finalmente Silvio Berlusconi lo ammette: «Non sarò io a guidare il movimento che abbraccerà tutti i moderati italiani, ma un mio erede». Nonostante le smentite degli ultimi giorni, l’ex Cavaliere conferma l’exit strategy in atto. Non un addio, per adesso. Soltanto un passo di lato per ammortizzare la probabile batosta alle amministrative. Prova a ritagliarsi un ruolo di regista, già sperimentato prima della politica attiva. Come ai tempi di Craxi. «Chi sarà questo erede? Ci sono due o tre persone che potrebbero prendere il mio posto di leader — aggiunge — ma di sicuro non ci saranno primarie all’interno di FI. La storia insegna che i grandi leader come De Gasperi, Craxi e Berlusconi non sono mai passati per le primarie». Con buona pace dei satelliti di centrodestra che ancora ci sperano. (altro…)

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La scissioneIl Cavaliere: “Chi va via non fa mai una bella fine” L’eurodeputato lascia il Ppe, sceglie i Tories di Cameron.

ROMA – Via dal Ppe, via da Forza Italia. Raffaele Fitto compie il penultimo passo e sancisce di fatto la scissione costruita negli ultimi mesi. «Ho scritto una lettera al capogruppo del Ppe — annuncia a In mezz’ora il capo dei frondisti azzurri — per spiegare che esco. E ho mandato una richiesta di adesione al gruppo dei conservatori europei». Quello dei Tories di Cameron. Lo strappo a Strasburgo prelude all’addio al partito di Silvio Berlusconi. E infatti: «Per quanto mi riguarda è un capitolo chiuso. Non ci sono più le condizioni per restare. Più che Fitto fuori da Forza Italia, direi che è Forza Italia che non c’è più. Stiamo lavorando per una prospettiva diversa». Ufficialmente, la reazione dell’ex Cavaliere è di giubilo: «In passato qualcuno se n’è andato dal nostro partito e non è mai finito molto bene. Chi se ne va ci toglie un peso: siamo felici».
La battaglia del big pugliese è solo all’inizio.

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FI

Dopo le regionali il Cavaliere non vuole che le riforme saltino I contatti di Verdini per dar vita ad un gruppo di “responsabili”.

ROMA – «Io non posso prendere schiaffi da Salvini e farmi trattare da pensionato. Così mi ride dietro mezza Italia. Dopo le Regionali torno al tavolo con Renzi, che ha bisogno dei nostri numeri. Oppure mando tutti a…». In questo dilemma si consuma Silvio Berlusconi. Assente dalla scena, costretto a ripararsi dietro a un antipiretico per ritardare la missione in Puglia. Terrorizzato dalla disfatta, dopo l’umiliante 4% raccolto in Trentino Alto Adige che è però servito a prendere atto della realtà: «Se facciamo opposizione, la Lega e i grillini ci svuotano». Meglio allora pianificare un clamoroso dietrofront, proponendo alla maggioranza un soccorso azzurro sulla riforma del Senato.

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Il redditoDi Maio sfida il Pd: “Boschi e Speranza sono d’accordo? Approviamolo” Le proposte della sinistra dem e i contatti con i 5Stelle attraverso Libera.

ROMA – «I numeri per il reddito minimo ci sono», giura Nichi Vendola. «Se Boschi e Speranza sono d’accordo, non dobbiamo fare altro che votare il provvedimento», rilancia il grillino Luigi Di Maio. Alla sinistra di Matteo Renzi molto si muove e l’idea di introdurre una misura universale contro la povertà raccoglie consensi crescenti anche nella minoranza dem. Il punto di incontro può diventare il Senato, dove la discussione è già incardinata in commissione e il pallottoliere della maggioranza è ballerino. Proprio a Palazzo Madama Area riformista intende presentare una proposta di legge molto simile a quella dei cinquestelle. E provare a forzare la mano all’esecutivo.
Dopo la sentenza della Consulta, l’attenzione del ministero dell’Economia è tutta per lo scottante dossier delle pensioni e la calcolatrice è impiegata solo per far quadrare i conti sul fronte previdenziale.

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25 aprileSEI CITTÀ. I NAZIFASCISTI IN ROTTA. LA GIOIA E LA RABBIA. I TESTIMONI DI QUEI GIORNI DI SETTANT’ANNI FA APPUNTARONO SENSAZIONI E RICORDI SUI PROPRI TACCUINI. DA BOLOGNA A BOLZANO, DA TORINO A BERGAMO, I PROTAGONISTI SCRIVONO LA PROPRIA PARTE DI STORIA.

Ansia, paura, trepidazione e un improvviso senso di euforia: è un turbinio di emozioni quello che si scatenò la mattina del 25 aprile 1945 quando il Cln di Milano proclamò, via radio, l’insurrezione in tutti i territori occupati dai nazifascisti. Mentre Bologna era già stata liberata, altre città del Nord Italia si svegliarono in una atmosfera nuova, che lasciava presagire grandi cambiamenti. È quanto si percepisce con impressionante chiarezza nelle pagine dei diari custoditi dall’Archivio diaristico nazionale. (altro…)

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I puntiIn Puglia il leader azzurro lancia l’ex ministra ora in Fdi Il capo dei ribelli: mille firme per vietargli il simbolo.

ROMA – La Puglia come laboratorio di un esperimento: l’implosione di Forza Italia nelle aule dei tribunali. A tanto arriva l’estenuante braccio di ferro tra Silvio Berlusconi e Raffaele Fitto. Il capo dei dissidenti studia con i suoi legali un ricorso per contendere l’uso del simbolo all’ex Cavaliere. Una gigantesca class action politica da far sottoscrivere a un migliaio di tesserati azzurri. «Vedrete nei prossimi giorni – promette – siamo solo all’inizio». Proverà ad anticipare le mosse del quartier generale di Arcore, bruciando sul tempo chi vuole metterlo alla porta. Comunque vada, il big bang azzurro sembra dietro l’angolo: «Se appoggia un candidato diverso dal nostro – mette in chiaro Giovanni Toti – si pone in una condizione di sostanziale esclusione da FI».

Nel bel mezzo di questo scontro furioso, intanto, si segnala pure l’ennesimo paradossale rilancio azzurro: l’investitura di Adriana Poli Bortone nella corsa alla regione. Senza il consenso, però, del partito della candidata in pectore.

Rintanato fino a ieri alla Certosa, Berlusconi assiste «schifato» alla telenovela pugliese. Non vuole neanche sentire pronunciare il nome di Fitto. Lo considera, brutalmente, «un lidericchio». Per risolvere il rebus, allora, è costretto ad alzare la cornetta per chiamare Poli Bortone. La stima, voleva candidarla già alle scorse Regionali, ma fu stoppato da Fitto che impose un suo uomo. «Stavolta tocca a te». Peccato che in Puglia Fratelli d’Italia non ami la collega di partito. E che Giorgia Meloni apprenda la novità solo dalle agenzie. «La proposta è motivo di orgoglio, ma se finisse con l’essere ulteriore motivo di divisione non sarebbe possibile ». Una frenata brusca, un duro colpo per le ambizioni di Poli Bortone. (altro…)

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