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Posts Tagged ‘Vittorio Zucconi’

Se la magistratura sospetta che un suo componente abbia commesso dei reati e procede contro di lui, è la dimostrazione che la magistratura funziona“. Così il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, replica, nel corso di Otto e Mezzo (La7), al giornalista di Repubblica, Vittorio Zucconi, secondo cui, a proposito delle indagini a carico del pm di Napoli Woodcock, “quando la magistratura è costretta a intervenire per indagare sulla magistratura, è sempre una brutta notizia per tutti”. (altro…)

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obamaPremiato con il Nobel per la pace dopo appena 10 mesi di presidenza ha siglato il disgelo con Cuba e l’intesa con l’Iran, ma la sua riluttanza a dispiegare l’esercito ha portato al riesplodere di conflitti dalla Libia all’Afghanistan.

WASHINGTON – ALL’INIZIO fu la maledizione del Nobel, il premio al quale Barack Obama resterà appeso per sette anni come a una cambiale mai incassata. Premiato nel 2009 per una pace nel mondo che non poteva certamente aver portato in dieci mesi di presidenza.

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bobIl premio.

Il riconoscimento dell’Accademia svedese al menestrello di Duluth suona come una preghiera alla più grande democrazia del mondo.

L’Europa incorona l’America migliore
WASHINGTON – In questi giorni tristi nei quali l’America politica mostra al mondo il proprio volto peggiore, un Nobel strappa dalla penombra del tempo il suo volto migliore, quello della poetica e del sound che Bob Dylan incarna e di quell’America che avevamo tanto amato.
Ci sono sicuramente scrittori e poeti altrettanto, se non più, meritevoli del Nobel per la letteratura e già i critici si azzuffano come tanti si inalberarono per il premio a Dario Fo, “il Giullare” scomparso proprio nel giorno del riconoscimento a Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan. Ma nessuno, neppure il grande Philip Roth ancora una volta ignorato, è stato come lui, con i suoi “doggerell”, le sue strofe popolari e dispettose, con la sua armonica da bivacco di mandriani alla Frontiera, con la sua voce strozzata e rugginosa, con il suo corpo scontroso, la metrica di un tempo che cambiava. E il pegno di un’America non ancora banalmente pop, ma di popolo.

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Amatrice

Ventotto bare e migliaia di persone ai funerali sotto il tendone Mattarella e Renzi in piedi tra la gente per tutta la cerimonia.

Amatrice, addio ai morti tra le macerie il grido del vescovo: non incolpate Dio

AMATRICE – Con queste preghiere nel fango, con queste parole di pioggia che sgocciolavano su ventotto bare, finisce il conforto del rumore e piomba su Amatrice la paura del silenzio. Nella spossante similitudine di tutte queste catastrofi, nel rito sempre identico in tutto il mondo del dolore pubblico che s’impadronisce del dolore privato nell’illusione di lenirlo e di sentirsi meno in colpa, Amatrice è stata per una sera il paese dei morti che hanno dovuto confortare i vivi. Senza un grido, senza scene di strazio, in una compostezza che smentisce i luoghi comuni dell’italianità melodrammatica.

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iraq

Gli Usa.

Non sanno uscire dall’Afghanistan occupato per rovesciare i Taliban né dall’Iraq invaso per dare la caccia ad armi che non c’erano.

WASHINGTON – In principio fu un megafono. Alla fine ci sono soltanto bugie, morti e reputazioni in rovina. All’inizio di tutto fu l’altoparlante di plastica impugnato da George W. Bush dal quale promise vendetta alla folla attonita raccolta attorno alle rovine calde delle Torri Gemelle. Alla fine c’è l’umiliazione di Tony Blair e c’è la resa di Barack Obama, che rinuncia al ritiro delle truppe dall’Afghanistan e manda rinforzi per puntellare il simulacro di stato iracheno in guerra contro l’Is.

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Il leader padano e il miliardario Usa cavalcano angosce senza offrire rimedi realistici: come fanno Le Pen e Hofer.

WASHINGTON – Dietro la foto della “strana coppia” Donald Trump e Matteo Salvini, dietro l’apparenza incongrua dell’incontro fra un supermiliardario di Manhattan e il leader di un partito italiano fiorito in Brianza, c’è la sostanza della stessa preda elettorale alle quale entrambi puntano: la ribellione confusa, informe, generica, ma formidabile di grandi strati dell’elettorato contro tutto ciò che sembri “establishment”. Quell’establishment, quella casta, che i militanti del “Trumpismo”, come quelli del “Grillismo”, del “Sanderismo”, del “Salvinismo”, del neofascismo galoppante in Austria, in Francia, nell’Est d’Europa, accomunati dalla stessa rabbia sorda e spaventata accusano di avere tradito in una parola semplicistica quanto efficace “la gente”.

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MEZZO secolo dopo la grande rivolta giovanile del Sessantotto e la scoperta shock della guerra fra generazioni, è di nuovo il “Great Divide”, l’abisso fra giovani e meno giovani il luogo dove la prossima presidenza degli Stati Uniti sarà decisa. Ora che i volti dei due contendenti finali sono stati tracciati dal netto successo di Clinton su Sanders ben oltre i sondaggi e dal trionfo dell’inarrestabile Narciso Donald Trump a New York, il futuro della guida politica degli Stati Uniti torna dove era nel tumultuoso 1968. Nella alleanza, o almeno nell’armistizio fra generazioni. Ed è questo il problema che Hillary Clinton dovrà risolvere se vorrà sperare di controllare Trump e di batterlo in novembre.

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ObamaDomani sera Obama terrà il suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione. Da “cambiamento” a “sicurezza”, ecco i vocaboli che hanno segnato i suoi sette anni alla Casa Bianca e che riaffioreranno nel suo commiato all’America. Come il debutto l’addio segnerà l’eredità del leader statunitense.

SOTTO la cenere di una presidenza che inesorabilmente si spegne, Barack Hussein Obama cercherà domani sera, di fronte alle Camere riunite e alla nazione, le parole per riattizzare le braci di una storia d’amore e di odio che aveva acceso di speranze, e bruciato di paure, l’America e il mondo. Sarà questo il suo settimo e ultimo Sotu, come l’inevitabile acronimo sintetizza il discorso sullo “State Of The Union”, sullo stato dell’Unione, da quello trasmesso a reti unificate il 27 gennaio del 2010, dopo un rapporto soltanto scritto inviato al Congresso nel 2009.

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EllekappaLo scenario.

La strage di Kunduz dimostra che, 14 anni dopo l’attacco ordinato da Bush, questa è sempre più una missione incompiuta Un conflitto a cui più nessuno pensa.

LA “GUERRA dimenticata”, quell’Afghanistan rimosso dalle coscienze e dai teleschermi del mondo, riesplode nelle rovine dell’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz colpito dalle bombe della Coalizione. Restano almeno 19 morti, fra medici e personale afgano che inutilmente avevano tentato di avvertire i comandi militari, poi feriti, ruderi affumicati, collera fra la popolazione locale, inutili scuse formali del generale americano John Campbell al presidente Ashraf Ghani. E al fondo la constatazione che, quattordici anni dopo la troppo facile liberazione dell’Afghanistan dal regime dei Taliban e le promesse di George W Bush sulle travi contorte delle Torri Gemelle, anche questa è diventata una guerra sempre più sporca, che non potrà essere pulita da una vittoria.

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Il racconto.

Ogni mattina si trema quando un figlio esce di casa Il paradosso è che le stragi non fanno che aumentare la corsa alle armi.

LA NOTIZIA della strage arriva sempre mentre i tuoi figli, i tuoi nipoti, sono a scuola o al lavoro e non importa se il fatto accada a cento metri o mille chilometri da te: se vivi in America, nella terra dove ogni demente (semplicemente folle o lupo solitario) può essere armato come Rambo, sai che se è non questa volta, la prossima può toccare a te.

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Obama
LO SCENARIO – WASHINGTON – AL VERTICE dei loro mondi, l’uno e l’altro figli di immigrati nel Nuovo Mondo, Bergoglio e Obama, il Papa di Roma e il Sommo Pontefice laico della religione americana, si tendono la mano attraverso un oceano e quattro continenti. Sono tutti e due americani, figli di europei e di africani venuti da lontano nella speranza, per loro divenuta realtà, che oltre l’Oceano ci sarebbe stato quello che le terre natali non avrebbero potuto offrire: l’occasione, la possibilità di costruirsi una vita migliore.

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ambasciata

La cerimonia

Dopo 54 anni il vessillo torna a sventolare all’ambasciata americana, ma il segretario di Stato avverte: “Adesso più diritti umani. Il governo cubano apra la strada alla democrazia”.

L’AVANA – SI è alzata una bandiera, all’Avana, ed è caduto un Muro d’Acqua. Ora che l’aereo (disarmato) del Dipartimento di Stato sta parcheggiato sull’asfalto dell’Aeropuerto José Marti e i gli aerei commerciali americani atterrano e decollano ogni giorno, quello che abbiamo vissuto, quello che abbiamo temuto per mezzo secolo appare come un lungo, incomprensibile, stupido incubo. Cuba e Usa sono in pace. “No somos rivales, somos vecinos” ha detto John Kerry, il primo segretario di Stato americano a mettere piede a Cuba dal 1945, scoprendo finalmente l’acqua calda negli stretti della Florida sul fondo dei quali dormono i resti di migranti come quelli che oggi affondano nel Canale di Sicilia. E proclamando una verità che è sempre stata ovvia e che oggi suona rivoluzionaria per chi conserva la memoria dei 13 giorni del 1962 verso l’Olocausto Nucleare.

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Gli schieramenti
A SETTANT’ANNI esatti dalla spallata definitiva dell’Armata Rossa sul Fronte Orientale nell’inverno del 1945, la guerra torna a bussare alle porte della nostra Casa Europa e ci costringe a guardarla di nuovo negli occhi. Mentre migliaia di innocenti, e di meno innocenti — le cifre variano fra i due e i cinquemila — muoiono lungo le rive di fiumi come il Don che costringono la memoria a viaggi a ritroso in ricordi strazianti, l’eterno bivio tra escalation e diplomazia si ripresenta implacabile davanti alle cancellerie occidentali.

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Il bambinoGià in altre immagini diceva: “Morte agli infedeli” Toccherà agli esperti dire se è realtà o propaganda.
IL PICCOLO drone umano avvicina le sue vittime e le colpisce alla nuca. Così giocano i bambini dell’Is. E si vorrebbe credere che non fosse vero, il video del ragazzino che abbatte i prigionieri muovendosi come un automa teleguidato dal militante alle sue spalle. Si vorrebbe poter sperare che quella clip sia un montaggio, una fiction di propaganda creata dagli abili sceneggiatori del terrore nel Centro Media del califfato, “Al Hayat” (che significa, infame ironia, “la vita”). O una montatura gonfiata dall’attivista americana Rita Katz, e dai suoi sostenitori israeliani, che lo ha scovato per prima e diffuso, per alimentare le fiamme della guerra santa anti-islamica accese con il massacro di Parigi.

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SequestroTERRORE A SYDNEY.

WASHINGTON – NON servono più grandi aerei carichi di innocenti passeggeri usati come missili contro i grattaceli: oggi bastano un uomo solo, una bandiera nera, una famosa marca di cioccolatini a Sydney per far tremare il mondo. La proiezione del terrore che si diffonde ovunque, e istantaneamente, grazie a Internet è l’ultima arma nella guerra asimmetrica che il fanatismo combatte e vince, grazie alla nostra capacità di ingigantirne la minaccia. L’agguato di Sydney in una caffetteria che ironicamente augurava «Merry Christmas », buon Natale, dalla vetrina ai clienti prigionieri di un fanatico, in una città simbolo di una nazione che pure vanta soluzioni drastiche contro l’immigrazione irregolare e l’infiltrazione, è soltanto l’ultimo esempio della nuova strategia del terrore autoinflitto che l’Occidente tremebondo subisce.

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Manifestazione
Washington – A decine di migliaia nelle strade e nelle piazze nel “Sabato della rabbia” per i morti di Ferguson, Cleveland e Staten Island. Gli agenti di New York attaccano de Blasio “Non venga ai funerali dei nostri caduti”.
«L’ALBERO del male ha radici profonde nella nostra storia», dice il presidente Obama, e i suoi frutti amari rotolano per le piazze e le strade d’America. Hanno provato anche ieri a scuoterlo, a Washington, a New York, a San Francisco, in tutte le maggiori città americane, cortei pacifici di persone di ogni colore ed età, nella “Giornata Nazionale della Resistenza”, ma troppe folle e cartelli come questi abbiamo visto per credere che le sue radici possano essere tagliate.
Sono trascorsi esattamente 50 anni da quando il reverendo Martin Luther King ricevette nel 1964 il Nobel per la Pace assegnato da un mondo dell’Uomo Bianco insieme sollevato dopo il terrore della rivoluzione e compiaciuto con se stesso. Ma per Michael Brown del Missouri, Eric Garner di New York, Tamir Rice di Cleveland, abbattuto dalla polizia impugnando una pistola giocattolo, il tempo della giustizia uguale per tutti è rimasto inchiodato alla verità che ieri ha spinto milioni di persone nelle strade: la polizia può abbattere cittadini di colore impunemente. Senza neppure passare per un processo.

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PROPRIO nel momento della vergogna per il caso Datagate, l’America estrae dal cilindro della propria democrazia vivente uno sconosciuto sindaco di New York che riaccende ammirazione, entusiasmi e speranze. Bill de Blasio, l’ex funzionario del Comune addetto alle lagnanze dei cittadini.

Il figlio di quella Brooklyn guardata per generazioni come la sorella minore della superba Manhattan nato oltre il ponte del potere, ripropone tutto quello che il mondo invidia a New York e che l’Europa non riesce a imitare: la capacità di rinnovarsi. (altro…)

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Il no alla guerra di Papa FrancescoBenvenuti al vero G20 del Pontefice unico leader in un mondo di potenti
Così la voce di Bergoglio si è imposta sulla stanchezza della politica
Il personaggio

WASHINGTON-CI VOLEVA un Papa venuto dalle Americhe per dare una lezione all’America. Era necessario il figlio di culture e di continenti diversi, non più ancorato alla stanca Europa, un uomo con il senso innato e istintivo del rimpicciolimento di un mondo senza più tempeste locali ed egemonie indiscusse.

CI VOLEVA uno così per fare quello che i potenti della Terra, nei loro sempre più irrilevanti festival delle vanità come i G20, non riescono a fare: trovare una voce che attraversi gli oceani d’acqua e di rancori. E che meriti di essere ascoltata.
Era stato accolto con molta indifferenza, e con un retrogusto di ironia, l’appello di Francesco alla giornata di digiuno, a quel piccolo gesto di autosacrificio e di autonegazione che è in tutte le religioni, da quelle che noi chiamiamo «primitive» a quelle teologicamente più complesse, una forma intensa e fisica di preghiera e devozione. I grandi media americani, e la cacofonia della Rete, avevano quasi ignorato questa iniziativa, involontariamente riaccreditando la famigerata battuta di Stalin sulle «divisioni del Papa». (altro…)

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La giornataL’allegria del pontefice contro la crisi della Chiesa.

TRE milioni di giovani di tutte le nazionalità per due giorni hanno sfrattato dai quattro chilometri della più famosa spiaggia del mondo giocatori di pallone, turisti, abbronzature, tanga microscopici (ma non i garotos da rua, bambini di strada che hanno continuato a tuffarsi nel surf mentre si recitava la liturgia della Messa) per ascoltarlo dire quello che la Chiesa Romana ha spesso dimenticato di dire: che non ci può essere «pacificazione» nella miseria e nell’ingiustizia. Parole che dagli anni della «Teologia della Liberazione» e dai vescovi contro come Helder Camara, non suonavano con tanta forza.
Gli obbiettivi delle telecamere e le parole dei telecronisti non riuscivano a rendere giustizia alla immensità di un popolo che si estendeva sulla spiaggia santuario del «sogno brasiliano» sotto l’ombra del Pan di Zucchero e i paragoni con altre manifestazioni di massa e concerti suonavano, più che involontariamente blasfemi, un po’ stonati. Papa Francesco ha distrutto il ricordo di Mick Jagger e degli Stones, che raccolsero «soltanto» un milione e mezzo di fan, di Lenny Kravitz, di Rod Stewart, che pure affollò
quasi tre milioni sulla spiaggia. Ha ridimensionato le cifre di altre Giornate della Gioventù guidate dal predecessore Benedetto XVI, come il milione a Madrid per la Veglia del 2011. Si deve tornare a Giovanni Paolo II e al suo carisma di pellegrino pontificale per trovare una folla più grande, i cinque milioni — record riconosciuto da Guinness — raccolti nel Parco de la Luneta a Manila, nel 1995. (altro…)

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Lo storico incontro.DUE uomini in bianco inginocchiati davanti a una Madonna Nera: è la prima e forse ultima immagine indelebile di qualcosa che il mondo non aveva neppure osato pensare possibile.

Ed è l’immagine indelebile della successione fra successori viventi di Pietro. Nella pace e nella serenità di una storia che sta finendo e di un’altra appena cominciata senza scismi, traumi, sferragliare di spade, lotte di re e imperatori, abbiamo assistito al passaggio umano, non formale, fra un vecchio ex Papa in vita e uno nuovo. Alla resurrezione di un potere spirituale che i fedeli credono trascendente, ma che ieri si è incarnato in quelle due figure tanto diverse e tanto identiche. (altro…)

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